Ottimismo e pessimismo

Ha scritto Eugenio Scalfari in uno dei suoi insulsi editoriali: “Di solito tendo all’ottimismo gramscidella volontà e della ragione, che unifica la dicotomia di Gramsci”. Gli credo: vedere tutto positivamente è tipico delle persone superficiali, quelle che la vita l’hanno avuta facile e godono di una condizione di privilegio. Così come è tipico che non appena qualcosa non vada come da loro previsto, si deprimano e comincino ad annunciare l’apocalisse. “Après moi le déluge” lo dice solo chi fino ad allora all’alluvione che già sommergeva gli altri non aveva prestato la minima attenzione.
In questo post non commenterò l’articolo di Scalfari. Solo la sua citazione. Perché l’accostamento di un ottimismo della volontà e di un pessimismo della ragione (o dell’intelligenza) è la formula con cui Gramsci sintetizzò la necessaria compresenza, in ogni politica socialista e autenticamente progressista, di un’intransigente onestà a livello di analisi e di un appassionato impegno creativo e partecipativo a livello di azione. È una profonda intuizione che Scalfari banalizza e scambia per una dicotomia, ossia per un’opposizione che infatti prova a conciliare, non avendola capita.
La frase in sé Gramsci disse di averla ripresa dal drammaturgo Romain Rolland. Ma ciò che conta è la rilevanza che le assegnò, ripetendola numerose volte e proponendola come “la parola d’ordine di ogni comunista consapevole”. Non intendeva affatto suggerire che l’azione dovesse sopperire all’ottimismo mancante alla ragione per colpa di contingenze storiche sfortunate; e tanto meno che la condizione ideale fosse essere ottimisti e basta. Solo i potenti, i ricchi e i conservatori lo sono e vogliono far credere che chiunque possa e debba esserlo: il loro ideale è una popolazione persuasa di vivere nel migliore dei mondi possibili. Come quella degli Stati Uniti, dove infatti il socialismo non è mai attecchito perché (sto citando John Steinbeck) i miserabili invece di vedersi come degli sfruttati si sentono dei milionari momentaneamente in difficoltà. A questo conduce l’ottimismo della ragione: a cercare consolazione nelle fantasie e nelle superstizioni. In un brano meno celebre di quello citato da Scalfari, Gramsci lo spiegò con chiarezza: “L’ottimismo non è altro che un modo di difendere la propria pigrizia, le proprie irresponsabilità, la volontà di non fare nulla”.
La sinistra (una vera sinistra) non può permettersi tale apatia. La sinistra deve guardare in faccia la realtà e i processi storici e prendere atto che c’è ben poco di cui essere soddisfatti: nel mondo regnano l’ingiustizia, la violenza, la corruzione e soprattutto l’ineguaglianza, e così è sempre stato. Razionalmente, la sinistra non può che essere pessimista. Se non lo è, non sta dalla parte di chi soffre, dei perdenti, dei dannati della terra, di chi non ha motivi per gioire: e dunque non è una sinistra.
Ma essere pessimisti razionalmente non significa vivere cupamente e senza gioia, non significa ridursi ad annunciare catastrofi prossime venture, non significa rinunciare alla speranza e rassegnarsi alla situazione presente e passata. Chi lo faccia è un conservatore, che forse non crede che si possa cambiare e che certamente non vuole cambiare nulla. Pessimismo integrale e ottimismo integrale promuovono entrambi la passiva accettazione dello status quo.
Chiuso in una prigione fascista in un’Europa che andava fascistizzandosi, Gramsci non poteva cullare ragionevoli aspettative di riscatto: non senza abbandonarsi al delirio o al sogno. Ugualmente decise di non arrendersi e di continuare a riflettere, ad analizzare, a preparare sé stesso e chi avesse potuto leggere i suoi appunti alle occasioni di liberazione e di emancipazione che prima o poi si sarebbero presentate. Oltre che un lucidissimo testamento politico e culturale, i suoi Quaderni del carcere sono una straordinaria testimonianza di vitalità e di amore per la vita. Questo è l’ottimismo della volontà: una scelta di intervento e di partecipazione che non cerca di nascondere il male e la malvagità degli uomini dietro un pregiudizio positivo, dietro l’illusione che tutto andrà necessariamente per il meglio. I comunisti, pensava Gramsci, non ne hanno bisogno, perché le loro motivazioni le trovano già nel fare, nell’agire, nel lottare, a prescindere dal successo, sul cui mito invece il capitalismo fonda la sua ideologia. Un’ultima citazione dai Quaderni, bellissima, da contrapporre alla meschina ostentazione di sicurezza di Scalfari: “Il solo entusiasmo giustificabile è quello che accompagna la volontà intelligente, l’operosità intelligente, la ricchezza inventiva in iniziative concrete che modificano la realtà esistente”.
In ogni periodo storico gli intellettuali che la gente predilige o subisce sono quelli che si merita. Mi pare emblematico che la più prestigiosa collana italiana di classici, i Meridiani Mondadori, abbia l’anno scorso pubblicato con il titolo per nulla presuntuoso di La passione dell’etica un volumone di quasi duemila pagine di articoli e altri scritti di Scalfari; mai un’opera di Gramsci.

Advertisements

3 thoughts on “Ottimismo e pessimismo

  1. Pingback: Ottimismo e pessimismo | lu Jemete

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s