Le parole del carnevale

C’è chi crede che la correttezza politica sia un forma di rispetto, in particolare nei confronti di categorie soggette a discriminazione o comunque considerate inferiori. Non bisogna dunque dire spazzino bensì operatore ecologico, non donna delle pulizie ma collaboratrice urloimbavagliatoSQfamiliare. Visitate il sito web di Nextam Partners, gruppo italiano specializzato in fondi d’investimento, e notate come si autodefinisce: “partnership indipendente di professionisti attivi sia nella gestione di patrimoni che nella consulenza finanziaria rivolta a istituzioni e high net worth individuals”. Così dunque oggi bisogna chiamare i ricchi, anche in italiano: high net worth individuals, ossia individui che possiedono un alto patrimonio netto. La definizione non è stata inventata da Nextam Partners ed è di uso comune nel mondo della finanza a indicare chi abbia una disponibilità liquida di almeno un milione di dollari.
I cambiamenti linguistici non sono mai neutri e i neologismi, così come gli eufemismi, non sono mai innocenti. Sono interventi ideologici e politici. Dire ‘ricco’ implica un giudizio morale: ricco, spiegano i vocabolari, è chi possieda denaro o beni “in misura maggiore di quanto occorra per vivere in un modo normale” (Treccani). Ossia, un ricco è anormale. L’uso di una parola, da parte di una comunità e nel tempo, la carica di significati allusivi, evocativi e affettivi che la rendono ambigua e soprattutto relazionale, connettendola per affinità o contrasto ad altre: nel caso in questione, ‘ricco’ richiama l’idea di opulenza, lusso, ineguaglianza, ingiustizia: si oppone a ‘povero’ ma anche a ‘ordinario’. Che effetto avrebbe fatto, nel sito di Nextam Partners, una presentazione così: “Siamo una partnership indipendente di professionisti attivi nella consulenza finanziaria rivolta ai ricchi”? High net worth individual è invece un termine meramente denotativo, tecnico, come quello che definisce, mettiamo, l’elemento chimico con numero atomico 55, ossia il cesio. Cesio e high net worth individual non lasciano margini per le sfumature soggettive e dunque per una valutazione etica. Infatti sono spesso citati attraverso i loro simboli, Cs e HNVI. A qualificare il primo è solo la sua posizione nella tavola periodica di Mendeleev: dopo l’elemento numero atomico 54, lo xeno, e prima di quello con numero atomico 56, il bario. Così l’HNWI, che viene prima del very-HNWI (più di cinque milioni di dollari di liquidità) e dell’ultra-HNWI (più di dieci milioni) ma dopo i sub-HNWI, ossia i poveracci che hanno sì qualche centinaio di migliaia di dollari però non arrivano al milione.
Come ogni ideologia e sistema di dominio, il pensiero unico liberista ha il suo linguaggio: è un linguaggio arido, con la stessa univocità di quello scientifico ma senza il suo rigore. Contribuisce all’edificazione di una società priva di tonalità, plastificata, omologata dai consumi di massa e dai media. Una società di impianti sportivi in cui è vietato appendere striscioni o cantare cori che urtino la sensibilità dei benpensanti, di centri commerciali in cui si può entrare solo se vestiti in modo appropriato, di scuole e università che educano al conformismo. La correttezza politica, anche quando sembra proteggere i deboli, è uno strumento di controllo e di oppressione: il suo scopo è imporre un’ortodossia e prevenire la diffusione di visioni alternative della società, che possano far prendere coscienza alla gente degli inganni e degli abusi della nuova plutocrazia.
Ne consegue che la resistenza contro l’egemonia del neocapitalismo non può essere, almeno ai suoi inizi (e siamo agli inizi), che culturale. Alla desemantizzazione del linguaggio, all’appiattimento dell’espressività, occorre contrapporre la creatività, la provocazione, e anche le tradizioni, quelle colte e quelle davvero popolari – qualunque cosa non sia stata programmata dai poteri forti dell’economia e dell’informazione. Occorre recuperare autenticità, originalità, comunità, anche volgarità (che, non dimentichiamolo, deriva etimologicamente da volgo, che è il popolo, la massa, la gente comune).
In questa prospettiva gli HNWI (very e ultra inclusi) vanno riconosciuti e stigmatizzati non solo come ricchi ma anche come nemici del bene comune, ossia stronzi, spesso privi di qualità: presuntuosi che si arricchiscono senza lavorare, lasciando che il loro denaro si moltiplichi grazie alla fatica, alle sofferenze e alle privazioni di miliardi di persone, delle quali si sentono superiori. E che sono abbastanza coglione da non ribellarsi.
Stronzi, coglioni: sono parole che vanno dette, conflitti che vanno alimentati. Solo il carnevale (nel suo senso più esteso, di pratica di trasgressione), intuì uno dei maggiori pensatori del novecento, Michail Bachtin, consente una liberazione dalla verità stabilita, dal regime esistente, dai rapporti gerarchici. Una liberazione temporanea, certo: nessuna civiltà sopravviverebbe a un carnevale perpetuo e neppure a un abuso di volgarità. Ma il carnevale e la volgarità, come la libertà e come l’arte, non vanno esercitate sempre e continuamente: sono però indispensabili per non farsi imprigionare dalle consuetudini e dalla paura. Il solo fatto che siano possibili erode l’egemonia del potere, la sua autorità. La loro funzione è farci capire che anche gli assoluti sono contingenti, che la realtà può essere modificata, che il linguaggio imposto da chi ci domina è sempre una menzogna.

[Con il titolo “Gli straricchi chiamiamoli con il loro nome: stronzi!”, questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left Turn sulla VOCE di New York].

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Le radure della civiltà

Tutta la storia della civiltà è la storia della conquista di una durata. Di una lunga durata. A scienzanuovaquesto serve la religione, a questo serve l’arte, a questo servono i monumenti, le tradizioni, la memoria personale e quella collettiva. Ad aiutarci a pensare oltre il nostro presente, oltre le immediate necessità, a darci la speranza che ciò che facciamo di buono e di bello possa sopravvivere al breve tempo della nostra esistenza.
Poi è arrivato il capitalismo finanziario, nel quale eccellono individui così egocentrici che nulla esce dal loro narcisismo, incapaci di partecipazione e solidarietà ma anche di cronologia, individui buchi-neri, schiacciati in un’attualità priva di passato e di futuro. Con loro l’economia ha smesso di essere finalizzata al bene comune e alla oculata gestione del proprio ambiente (il termine greco da cui deriva significava “amministrazione della casa”) ed è diventata soltanto un processo di moltiplicazione del denaro investito. Anzi, più in generale, l’economia è diventata un processo di affermazione di una caratteristica profondamente asociale che per secoli le tante culture umane hanno cercato, in modi diversi e con diversa efficacia, di tenere in scacco: l’avidità.
Ormai sdoganata, l’avidità è quotidianamente legittimata e promossa dai media: la sua ideologia si esprime nel culto delle celebrity, nel mito del successo, nel dogma della competizione, nel bisogno di consumi. In questo modo a pochissime persone di scarse qualità ma d’immensa ambizione, del tutto prive di empatia ma anche di scrupoli, viene dato il permesso (se non il mandato) di dilapidare risorse naturali accumulate in milioni di anni e risorse umane prodotte da secoli di civilizzazione.
Occorre rendersi conto, in fretta, che precisamente questo è in gioco e non soltanto, come alcuni s’illudono, la democrazia. La rinuncia alla durata implica la distruzione dello spazio e del tempo della civiltà.
A metà settecento, in uno dei primi testi che provarono ad analizzare i rischi della modernità e l’urgenza di affiancare ai saperi senza passato, la tecnologia e l’economia, un sapere del passato, la cultura, Giambattista Vico propose uno splendido racconto delle origini della civiltà. Essa nacque, scrisse nella Scienza nuova, quando le popolazioni nomadi e barbare della preistoria cominciarono a seppellire i defunti nelle radure della foresta primordiale, e per restare vicine ai loro morti costruirono lì attorno le loro città e comunità, e per riuscire a mantenersi senza vagare alla ricerca di cibo inventarono l’agricoltura, e da quel senso di appartenenza nacque la scrittura, che è bisogno di trasmettere esperienze e conoscenze oltre il presente.
Ecco, a essere in gioco sono quelle radure e le foreste che le circondano e le memorie che custodiscono e le comunità che le abitano: quotidianamente annientate dai bulldozer del neocapitalismo, dal suo consumismo compulsivo, dalla sua superficialità arrogante e senza storia, senza durata. Dopo migliaia di anni di civiltà è in gioco la civiltà. Che non è la condizione “naturale” dell’umanità: è stata una lenta conquista. Siamo davvero disposti a perderla senza resistere? a lasciarcene espropriare senza lottare?