Gettoni, iPhone e retorica del nulla

Renzi pratica una deliberata strategia di svuotamento del linguaggio: la chiarezza e la logica infatti impongono una certa misura di coerenza anche a chi cercasse di travisare la realtà, touchscreenpublicphone400mentre le chiacchiere senza senso e le allusioni oblique legittimano qualsiasi improprietà e menzogna; peggio, rendono equivalenti il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, i fatti e gli inganni. È per questo che un filosofo americano, Harry Frankfurt, ha affermato che i cazzari sono più pericolosi dei bugiardi.
Porto un esempio recente, dal discorso di Renzi al termine della sua sagra autocelebrativa alla Leopolda. Ecco cosa ha detto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: “È una regola degli anni settanta, siamo nel 2014, è come prendere un iPhone e dire dove metto il gettone?”.
Tralascio l’aspetto più inquietante, cioè l’assunto che una legge possa, anzi, debba, essere revocata solo perché vecchia. Invece di discuterne i meriti o demeriti, ci si limita a rimarcarne l’età: in modo da poter realizzare quella “deregulation” che proprio a partire dagli anni settanta è il programma del liberismo: cancellare le conquiste del passato per tornare all’unica legge originaria, quella della giungla, in cui a vincere sono i più forti, i più furbi, i più ricchi.
Siccome di mestiere mi occupo di letteratura e linguaggio vorrei invece soffermarmi sulla similitudine usata da Renzi. Le figure retoriche non sono combinazioni casuali di vocaboli o immagini: devono avere una logicità, altrimenti sono insensatezze o, peggio, sintomi di approssimazione, impreparazione, arroganza. Io posso dire, visto che lo detesto, che Renzi è un venditore di fumo; ma non potrei dire che Renzi è un venditore di Pepsi Cola. L’immagine di un gettone nell’iPhone è concettualmente assurda: perché gli smartphone sono telefoni personali, mica pubblici; e neppure nei remoti anni settanta i telefoni personali usavano gettoni. Anche allora, in sostanza, se qualcuno avesse preso un apparecchio di casa, con filo o senza fili, e si fosse chiesto dove mettere il gettone, sarebbe sembrato scemo.
Aggiungo che se davvero Renzi si interessasse di tecnologia e non facesse solo finta, forse saprebbe che da qualche mese a New York al posto dei telefoni pubblici a moneta (in America, patria della Apple, i gettoni telefonici furono abbandonati nel 1944) stanno mettendo degli schermi tattili. Lo stesso sta avvenendo a Parigi e, sono sicuro, in altre città. A quei “public smart phone” (così li ha definiti l’Espresso) avrebbe dovuto fare riferimento, non all’iPhone.
Ma che gliene frega a Renzi della proprietà delle metafore o della coerenza del linguaggio? Trasmette solo impressioni, suoni: dice “iPhone” perché il suo pubblico ce l’ha in tasca o desidera di possederlo, un’illusione di cambiamento a portata di mano, facile come mandare un tweet. Intanto, fuori della Leopolda, la loro polizia manganella gli operai che protestano contro le delocalizzazioni e i ricatti del capitale. Di ben altro che di un gadget di plastica c’è bisogno per cambiare il mondo e salvare la nostra civiltà, di ben altro che di qualche confusa similitudine, di ben altro che della presunzione di chi crede di poter creare un futuro migliore sulle macerie di un passato rottamato senza sapere, senza pensare, senza capire.

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