Politica e cazzate

In un saggio di quasi trent’anni fa, pressoché ignorato finché confinato in una rivista accademica ma diventato popolare quando pubblicato autonomamente nel 2005, il filosofo renziavenezia500americano Harry Frankfurt analizzò il tipo di discorso che in inglese si usa definire “bullshit” e in italiano “cazzate” (“stronzate” nell’edizione Rizzoli). Filosoficamente una cazzata è un discorso non vero ma neppure falso: perché a chi lo fa la verità è del tutto indifferente (mentre importa al mentitore, che sa cosa sia vero) e gli interessa soltanto il vantaggio personale – per esempio ottenere l’attenzione o la fiducia di chi ascolta, a qualsiasi costo. Per questo motivo, concludeva Frankfurt, i cazzari sono molto più pericolosi dei bugiardi.
Cazzate se ne sono sempre dette: tutti ne dicono qualcuna e ci sono persone che, di solito perché non capaci di discorsi più seri o perché poco disposte a informarsi, cercano di affermarsi, e a volte ci riescono, solo attraverso di esse. Alcuni cazzari hanno fatto fortuna, soprattutto in politica ma non solo. Non per questo la cazzata era finora diventata una virtù: doveva in qualche modo fingersi attendibile. Ecco, la mia impressione è che a sdoganarla, oggi, sia stato il liberismo: al quale conviene che anche i discorsi, come già i prodotti, non abbiamo alcuna validità intrinseca ma solo contingente, che in altre parole siano giudicati solo a posteriori, in base al loro successo di mercato. Qualsiasi idiozia diventa insomma autorevole nella misura in cui viene consumata o ottiene una certa visibilità, spesso misurata in termini di clic o di like su internet. In questo modo chi ha più denaro, e così la possibilità di controllare direttamente i media o di comprarne i favori e la pubblicità, ha sempre ragione.
Un esponente di questa politica fondata sulle cazzate è Matteo Renzi. Sbaglia chi ne tema solo le privatizzazioni e gli attacchi allo stato sociale, condotti con una brutalità che mai sarebbe stata consentita ai governi DC o a quelli berlusconiani. Ancor più grave è che Renzi stia distruggendo la politica e che tutti i suoi discorsi e programmi abbiano l’inconsistenza e irresponsabilità delle cazzate – nel senso filosofico di cui sopra.
Non mi pagano per studiarlo e non mi diverte farlo. Per cui non lo ascolto ogni volta che parla – nessuno lo fa, parla continuamente. Ma tanto dice sempre le stesse cose. Questa volta ho dunque scelto di analizzare un singolo discorso, abbastanza lungo e significativo perché tenuto al congresso “Digital Venice”, pochi mesi fa. Il tema dell’innovazione era centrale e a Renzi, come si sa, piace giocare la parte del giovane rottamatore. (Ho inserito il video al termine dell’articolo; oppure cliccare qui per vederlo).
Cominciamo dalla scelta della lingua. Renzi avrebbe potuto parlare in italiano, con un interprete a tradurre simultaneamente le sue parole. Ha preferito l’inglese, a quanto pare studiato a spese dei contribuenti e non a poco prezzo. Ora, sforzarsi di esprimersi in una lingua che si parla male è un atto di gentilezza e rispetto nei confronti degli ospiti internazionali solo se fatto con umiltà, consapevoli dei propri limiti e dunque sforzandosi di dire l’essenziale con concisione e semplicità. Altrimenti diventa una manifestazione di arroganza e una presa in giro. Purtroppo Renzi non sembra sapere cosa siano il rispetto, l’umiltà e la semplicità. Ha infatti parlato in maniera raffazzonata, spesso inconcludente e a volte incomprensibile, senza essersi preparato adeguatamente e pensando di poter supplire con la faciloneria, la supponenza, qualche infelice battutina e continui ammiccamenti.
Ma perché stupirsi? Da sempre Renzi compensa la mancanza di rigore ostentando sicurezza e spacciando i propri difetti per qualità. Lo ha fatto anche all’inizio di questo discorso, in modo esplicito anche se continuamente, come gli capita di frequente, perdendo il filo del discorso e passando ad altro: “Questo è un meeting in cui i politici non sono… Io non sono… non sono il relatore… il relatore ufficiale, preparato… molto, ehm… un modo tradizionale di affrontare i… ehm…, meeting ufficiali”. Prepararsi, informarsi, è cosa antiquata, tradizionale, da rottamare: vuoi mettere la spontaneità.
Il resto del discorso conferma che di digitale Renzi sa molto poco e neppure ha mai provato a informarsi: usa Twitter, i media ce lo ripetono ogni giorno, e temo che l’ammirazione dei suoi genitori e di altri amici tecnologicamente illetterati lo abbia sinceramente convinto di essere un genio dell’informatica. Invece è solo un provinciale e un dilettante. Rivolgendosi a esperti del settore, ha propinato disarmanti banalità come se fossero proposte originali ma soprattutto ha intessuto proposizioni senza senso. Ecco qualche esempio: “Noi ci siamo davvero (“really”) impegnati a rendere più bella la globalizzazione” (1:28). E che significa? Oppure: “La nostra ambizione è diventare leader non nell’Europa delle istituzioni ma nell’Europa dei popoli, perché l’Italia può essere leader, e questa è l’ambizione del mio governo” (8:26). Un cortocircuito mentale e nessun dettaglio né su come si diventi leader né su cosa precisamente sarebbe un “leader dei popoli”.
Altre due perle: “È mia opinione personale che noi siamo, davvero (“really”), brave persone (“good guys”), e persone fortunate, solo perché abbiamo un’opportunità” (1:55). Ancora: “Ho scelto Venezia per questo evento, perché, davvero (“really”), con internet, la rete, con ICT, abbiamo perso… questa è la mia opinione personale… il tempo e lo spazio; davvero (“really”), viviamo ogni giorno senza passato [“past”, pronunciato però come “pasta”] e futuro” (3:32). La sua opinione personale? (Il sintagma è sempre pronunciato incrociando drammaticamente le braccia sul petto, a garantire l’intima origine del pensiero). Delle ovvietà del genere sarebbero un’opinione personale? Ma già l’uso reiterato, ossessivo, dell’avverbio “really” dovrebbe mettere in sospetto.
E così via. Purtroppo non c’è niente di comico in questo campionario di aria fritta. Al contrario, sono frasi che dovrebbero allarmare. Per la loro trivialità ma soprattutto perché sviliscono la ragione, il linguaggio, riducono la comunicazione, ossia la facoltà più propriamente umana e sociale, a rumore. Si tratta insomma di una deliberata strategia di svuotamento dei contenuti: la chiarezza e la logica costringono a una certa misura di coerenza; le improprietà e le allusioni oblique deresponsabilizzano, rendono tutto equivalente, il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, i profittatori e le loro vittime.
Ascoltate tutto il discorso: di tecnologia digitale Renzi non parla praticamente mai. Si riempie invece la bocca di parole come “democrazia” e soprattutto “libertà” e “gente” (“people”) ma è evidente che per lui sono solo suoni. Storia ed eventi personali hanno lo stesso valore. Come quando s’imbarca nella spiegazione di cosa sia l’Europa: “L’Europa non è soltanto un luogo economico. L’Europa è la libertà di movimento” (17:20). In che senso? Movimento dei disoccupati creati proprio dall’euro? degli immigrati illegali? dei capitali? delle merci, peraltro tutte fabbricate in Cina o Bangladesh? o dei turisti, che possono andare a Parigi e Berlino senza passaporto e controlli doganali? Comunque a quel punto s’impappina: dietro la libertà di movimento non vede altro. E si rifugia nei ricordi privati: “L’Europa è la stessa… ehm, uhm… Nella mia esperienza personale [mani portate al petto] l’Europa è mia mamma che piange davanti alla televisione quando… ehm, lei… lei…, lei ha sentito… quanto il muro di Berlino fu distrutto dalla gente. Per me, per mia madre, l’Europa è esattamente questo momento”. Momento di pausa, solenne. E poi l’anticlimax: “Per mio figlio l’Europa è la Champions League”. Passato e futuro dell’Europa attraverso le sensazioni di due generazioni di Renzi.
My God. Neanche De Amicis era mai caduto così in basso. Filosoficamente parlando, Renzi sta cercando di rendere il cazzeggio una virtù. Anche questo lo afferma in modo chiaro, quando dice che il rischio dei politici è perdere tempo con gli esperti (6:50). Da buon demagogo pensa che sia importante solo convincere la gente, e da buon demagogo cattolico pensa di avere una buona novella da diffondere. È un grave errore sottovalutarlo. È un egocentrico e come tale non potrà mai essere dissuaso o persuaso, neppure con l’evidenza. Perché le sue certezze e il suo sapere si fondano su un vuoto autoreferenziale.
La conclusione del discorso di Renzi è emblematica: “E ora è il momento del pranzo!” Seguono gli applausi, di cortesia ma anche di conferma di uno stile ormai accettato e condiviso dalla classe dirigente: il cazzeggio come svuotamento della politica. In quella sala c’era gente che sembrava più informata di lui ma nessuno ha aperto bocca per dire l’ovvio: che l’imperatore era nudo, che ciò che aveva detto erano chiacchiere confuse e senza sostanza.
Per loro la fine del discorso del capo era il momento del lunch. Per noi quello di cominciare a preoccuparci seriamente e possibilmente agire. Quando il vuoto non è solo nello stile e nelle forme della politica ma diventa un programma, la fine della democrazia è pericolosamente prossima.

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[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

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Individui e società

Eguaglianza non è omologazione, che è invece l’obiettivo del consumismo. Eguaglianza è negazione della preminenza dell’individuo sulla società, ideologia che sempre si traduce nella applewaitingline400preminenza di pochi individui su tutti gli altri. Ed è anche, l’eguaglianza, il principio essenziale e irrinunciabile di qualsiasi programma davvero di sinistra. Per cui rassegnarsi al dogma liberista che siamo delle monadi governate dall’interesse personale e solo da quello, comporta una resa incondizionata all’intero sistema del capitalismo globalista, dalla privatizzazione del settore pubblico al culto del denaro e del successo, alla sistematica distruzione dell’ambiente. Significa anche diventare complici del progressivo sdoganamento delle più asociali pulsioni umane, un tempo incluse fra i vizi capitali, ossia la superbia, l’avidità e l’avarizia.
Ancora al mondo ci sono valori che le tengono in scacco: l’etica, la cultura, la solidarietà. Ma sono sotto attacco. Il pensiero unico liberista li sta minando e riempiendo il vuoto da loro lasciato con una rinnovata versione della legge della giungla, secondo la quale a vincere sono i vincenti, che sarebbero coloro che casualmente si ritrovano con caratteristiche o doti vantaggiose in una specifica contingenza; una regressione verso uno stadio di primitivo (e infantile) egocentrismo che già Thomas Hobbes aveva teorizzato (homo hominis lupus) e che dovette essere posticipata a causa della resistenza opposta dal socialismo e dal comunismo.
Quell’originario programma è ora in via di realizzazione. A un prezzo. Serve una quantità enorme di egemonia per far scordare alla gente la sua naturale esigenza di relazioni e di comunità: non basta controllare i media, occorre renderli onnipresenti e farli apparire come l’unica fonte di esperienze significative – esperienze virtuali, manipolabili e falsificabili. Un compito immane, per perseguire il quale serve una quantità enorme di risorse, che i potenti si procurano dissipando quelle naturali e umane. Come a dire che i beni comuni vengono espropriati e sperperati per dissolvere l’idea del bene comune.
Il postulato chiave dell’ideologia liberista è che la frammentazione della società contemporanea decreti il trionfo dell’individualismo, e che questa deriva non sia una scelta o un’opzione bensì una necessità storica, se non biologica. Persino pensatori acuti e fortemente critici come Zygmunt Bauman ci sono cascati: la sua descrizione di una modernità “liquida” è un’implicita accettazione di quel postulato, e non è un caso che Bauman sia ampiamente citato dai media e rispettato dagli opinionisti di destra. Ma cosa c’era di più frammentario del mondo medievale, con l’incastellamento da cui hanno originato le diversissime comunità d’Europa e i loro molteplici costumi e linguaggi? La frammentazione non genera individui: al contrario, istituisce vincoli di appartenenza, che sono forti proprio in quanto locali.
Il declino delle nazioni e la possibilità di aggregare gruppi di interesse anche a distanza, grazie a internet e ai social media, potrebbe in altre parole dare vita a nuove forme di associazione, a nuove modalità di collaborazione e condivisione. Ma solo se, come dicevo all’inizio, non si accetta l’equivalenza tra frammentazione e individualismo. Le migliaia di ragazzi in fila per comprarsi l’iPhone 6 nel momento stesso che arrivava nei negozi sono state spacciate come una conferma della ritirata generazionale nel sé, un ennesimo esempio del riflusso nel privato che per la destra ha sancito, negli anni ottanta, la fine della lunga ondata collettivista. Mentre a me sembra evidente che quei ragazzi in fila siano il sintomo di un disperato, irrisolto, forse inconsapevole bisogno di valori comuni.
Non è solo per procurarsi mano d’opera a buon mercato e indebolire le organizzazioni dei lavoratori che il neocapitalismo induce le migrazioni di massa: direi anzi che il fine principale sia sradicare quei milioni di miserabili dalle loro collettività di provenienza e usarli per creare tensioni nelle collettività di destinazione. Così per i capitali, le fabbriche, gli uffici, i prodotti culturali: la delocalizzazione è il mantra liberista precisamente perché annienta le comunità.
Ogni organismo ha le sue patologie e le società umane includono, da sempre, minoranze di egoisti che si ritengono superiori agli altri e dunque meritevoli di speciali privilegi (è il modo in cui il filosofo Aaron James definisce gli assholes, gli stronzi), anche quando per ottenerli o mantenerli rischino di distruggere l’ambiente naturale e sociale di cui fanno parte. Il loro problema è che si credono dèi. Il nostro problema sono loro: da sempre la lotta per l’emancipazione e l’eguaglianza è una lotta per radere al suolo l’Olimpo ed estinguere i privilegi degli individui sostituendoli con i diritti di tutti.
Ripeto, è questa la battaglia decisiva. I media al servizio delle grandi corporation e i loro intellettuali da salotto o da talk show vogliono convincerci, devono convincerci, che l’individualismo sia il nostro destino. Non è vero: dobbiamo dirlo ma dobbiamo innanzi tutto crederlo. Numerosi test psicologici (un esempio è il gioco dell’ultimatum) dimostrano che la netta maggioranza della gente ha un istintivo senso di giustizia e di equità. La dimensione umana è intrinsecamente sociale e qualche millennio di civiltà ha rafforzato, non attenuato, il desiderio di relazioni e l’inclinazione alla partecipazione. È compito della sinistra, di una versa sinistra, difendere, proclamare e diffondere questa aspirazione all’eguaglianza.

[Ho fatto riferimento ai libri di Thomas Hobbes, Leviatano, Bompiani; Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, e La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli; e Aaron James, Stronzi. Un saggio filosofico, Rizzoli.]

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]