L’altra guancia

Papa Francesco ha detto che chi offende gli altri non può non aspettarsi una reazione: “È vero che non si può reagire violentemente”, ha spiegato; però se qualcuno “dice una parolaccia papafrancescopensarecontro la mia mamma gli spetta un pugno, è normale”.
Come…? non si offre più l’altra guancia?… hanno ironizzato i giornali. Ma hanno torto. L’altra guancia, evangelicamente, la deve offrire quello che si è preso il pugno, non chi lo ha dato in risposta a una prevaricazione.
Non sono solo battute, quella del papa e la mia. Perché Bergoglio ha detto due cose importanti e non banali, ben diverse dalle chiacchiere vuote fatte da politici e opinionisti dopo l’attacco di Parigi.
La prima è che agli insulti ingiustificati, ossia quelli scagliati da chi è forte o si sente forte contro chi è debole, occorre reagire, perché l’abuso non contrastato si trasforma in un sistema di oppressione. E a intervenire non deve essere necessariamente lo stato, preoccupato dell’eventuale infrazione alla legge, bensì direttamente la gente, preoccupata dell’infrazione alla morale; o ancor meglio le vittime stesse, come atto di resistenza all’ingiustizia e all’ineguaglianza. “È naturale”, ha detto il papa.
Il buonismo e la correttezza politica generalizzata (ossia come obbligo esteso a tutti e non solo ai potenti) sono due dei più efficaci strumenti di controllo culturale praticati del neocapitalismo liberista: che proibisce a chi subisce il danno di ribellarsi promettendo in cambio pace sociale e sicurezza – o più spesso l’illusione della pace e della sicurezza.
Il secondo punto del papa è che un pugno non è violenza. Lo diventa quando a darlo è il più forte, che dunque arrogantemente riafferma la sua superiorità e pretende obbedienza. Ma solo in quel caso. Altrimenti è uno dei tanti gesti che caratterizzano l’interazione umana, come i baci, le strette di mano, gli schiaffi. Violenza è cercare di uccidere o arrecare gravi lesioni: qualsiasi codice penale è consapevole della differenza e la definisce ma il liberismo buonista fa finta che non esista. A suo vantaggio.
Avrete notato che ieri, pochissimi giorni dopo la manifestazione parigina durante la quale i potenti della Terra (quelli che fanno reprimere alla polizia le manifestazioni contro di loro) hanno gridato “Je suis Charlie”, la Francia ha cominciato ad arrestare persone (finora un centinaio) applicando una nuova legge che criminalizza l’apologia della violenza terroristica. Penso anch’io che ci siano discorsi che non sono legittimi: l’esaltazione del nazismo, per esempio, o la pianificazione di un attentato o di una strage, o la promozione di ideologie razziste, fondate sul mito della superiorità biologica di un gruppo, di una etnia, di un paese. Ma se non si specifica cosa sia violenza, se non si restituisce alla parola un significato preciso e limitato, la sua proibizione diventa uno strumento di repressione indiscriminata, che può essere usato dai governi per intimidire l’opposizione e le minoranze.
Negli Stati Uniti il senso estensivo assegnato al concetto consente alle autorità di prevenire e sopprimere il dissenso. Indire uno sciopero selvaggio, rifiutarsi di obbedire alle forze dell’ordine, occupare un luogo pubblico o, peggio, privato, sono violenza. Entrare in contatto fisico con i poliziotti è violenza e legittima qualsiasi loro reazione, incluso l’uso di armi da fuoco e da guerra. Per questo negli Stati Uniti i criminali e i folli sparano e ammazzano con tanta facilità: perché non fa differenza.
Invece dovrebbe fare differenza. La parola violenza dovrebbe essere riservata ad azioni che provocano danni gravi o irreversibili. A meno che (lo ripeto a evitare contestazioni banali) non siano compiute da chi abbia potere o comunque si trovi in una condizione di chiara superiorità. Chi ha potere è tenuto ad alti standard di autocontrollo. Ma non chi subisce quotidianamente ingiustizie e cerca di protestare. Spaccare una vetrina è un reato e deve essere punito, anche se era della Deutsche Bank: ma non è violenza. E non può essere reato sostenere che la gente dovrebbe continuare a spaccare le vetrine delle sedi della Deutsche Bank finché la Deutsche Bank non la smette di rapinarci per arricchire pochi investitori.
Si giunge all’assurdo che chi dopo gli attacchi di Parigi ha urlato che bisognava fare una guerra e sterminare tutti i musulmani che non si fossero piegati è stato considerato un patriota; mentre chi ha detto di essere contento di quello che era successo perché si è sentito vendicato delle tante sopraffazioni subite è stato considerato un terrorista e incriminato. Senza curarsi minimamente del fatto che il primo atteggiamento esprimeva disprezzo per gli inferiori; il secondo, disprezzo per chi disprezza.
Il liberismo svuota le parole, le desemantizza: con il preciso scopo di lasciare il loro significato all’arbitrio dei giornali e dei telegiornali, tutti ormai al soldo delle grandi corporation. Violenza è uno dei loro termini preferiti: una parola passe-partout che può indifferentemente indicare un genocidio o una decapitazione o un uovo tirato contro il primo ministro o un coro da stadio, ma non per esempio un bombardamento effettuato con droni, anche se accidentalmente uccide chiunque si trovasse nelle vicinanze.
Papa Francesco ha ragione: un pugno è un pugno e la violenza è un’altra cosa: “non si può reagire violentemente” ma dare un pugno sì. Chissà quanti fra i giornalisti che hanno ironizzato sulla sua battuta citando il Vangelo si sono andati a rileggere il discorso della montagna (Luca, 6, 17-38, detto anche discorso della pianura per distinguerlo da quello riportato da Matteo), da cui avevano tratto quella famosa frase. È il discorso più rivoluzionario di Gesù: “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio”; “Ma guai a voi, ricchi, perché avete la vostra consolazione”. È questo il contesto in cui va analizzata l’esortazione a offrire l’altra guancia. L’intero discorso è rivolto a chi ha di più: “a chi ti sottrae il mantello non negare anche la tunica”, “date a prestito senza sperare nulla”, “a chi ti chiede, dà”. Spetta ai ricchi, ai potenti dare la propria tunica e il proprio mantello, prestare senza interesse il proprio denaro, donare a chi chiede. I poveri hanno altre dure prove da superare ma non quella della generosità, perché la vita non è stata generosa con loro. Come aveva capito e cantato Fabrizio De André in uno dei suoi più grandi album, La buona novella, nel “Testamento di Tito”: “Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi / che hanno una donna e qualcosa”.
Il liberismo fa finta che tutti siamo uguali, che tutti abbiamo più o meno le stesse opportunità, che il successo premi i migliori; e pretende che gli altri accettino di buon grado la selezione naturale operata dal Libero Mercato (con le iniziali maiuscole). Invece no. Solo chi opprime o offende i deboli deve offrire l’altra guancia quando viene colpito in ritorsione; è l’unico modo per riuscire a entrare nel regno dei cieli: “Date e vi sarà dato”, chiede Gesù a chi può dare. Ma chi è oppresso ha il diritto di reagire, di ribellarsi, non con la violenza ma di certo con un pugno. Un pugno chiuso contro l’ingiustizia.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

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La maledetta domenica di Renzi

“Mi sento un po’ come Al Pacino in Ogni maledetta domenica”, ha spiegato Renzi. Ha ragione, ma non nel senso che crede lui. Perché del film di Oliver Stone, tipicamente, non ha capito anygivensunday400niente e l’unica cosa che vi ha colto (ammesso che l’abbia visto: dura due ore, secondo me ha guardato solo qualche clip su YouTube) è del tutto marginale, ossia il discorso con cui Tony D’Amato, l’allenatore della squadra di football dei Miami Sharks, cerca di caricare i suoi giocatori prima della partita decisiva.
Stone stava in realtà denunciando la vuotezza di quella retorica e in generale di quel mondo, i cui principi etici (in questo caso, sportivi) e legami di lealtà erano ormai sul punto (la pellicola è del 1999) di essere completamente soppiantati dalla nuova ideologia economica, il neoliberismo, e dal suo culto del denaro, del successo, delle celebrity. Renzi proprio non s’è accorto che questo era un “morality play”, come lo definì il recensore del New York Times. Un dramma allegorico in cui i giocatori venivano esplicitamente paragonati a gladiatori romani (con l’inserimento di spezzoni da Ben Hur e un cammeo di Charlton Heston) e dello sport come spettacolo di massa erano denunciati l’avidità, la volontà di potenza e i miti maschilisti di potenza fisica e sessuale.
Se ne fosse reso conto, Renzi avrebbe fatto meglio a non proporre quell’accostamento con Al Pacino. Innanzi tutto perché il personaggio da lui interpretato, il vecchio allenatore D’Amato, rappresentava il passato che i giovani rampanti (il quarterback Willie Beaman, astro nascente amato dai media, o l’ambiziosa proprietaria dei Miami Sharks, interpretata da Cameron Diaz) intendevano scalzare. Ma soprattutto perché alla fine, con mossa a sorpresa, D’Amato abbandonava la squadra per andare a guidare un’altra società, portando per di più con sé quello che fino ad allora era stato il suo antagonista, Beaman, la giovane promessa, lasciando presagire futuri successi ottenuti adattandosi al nuovo clima sportivo ed economico.
Quale migliore rappresentazione del trasformismo e opportunismo di Renzi, dimostrato dal ribaltamento dell’opposizione a Berlusconi in una salda alleanza se non amicizia? O della subdola scalata al Pd e il successivo tradimento operato nei confronti dei suoi militanti? O della vuotezza dei suoi discorsi, che al pari di quello di D’Amato prima della partita decisiva, hanno solo lo scopo di convincere, non di vincolare, e possono essere dimenticati o rinnegati subito dopo?
In questo senso Renzi è davvero l’Al Pacino di Ogni maledetta domenica: uno che vuole al tempo stesso essere ammirato per i valori tradizionali di cui si dice portatore e che però l’unica cosa a cui realmente ambisce è il successo e per ottenerlo non ha alcuno scrupolo a rinnegare quei valori. Un vero liberista. Ma dubito che il presidente del Consiglio in carica intendesse rivelare così candidamente la sua autentica personalità. Più probabile che il suo egocentrismo, ancora una volta, gli abbia impedito di dare a un’esperienza che non lo riguardava, come il film di Stone, un’attenzione non superficiale.
Addirittura più imbarazzante è che l’inopportunità del paragone non sia stata notata da nessuno dei tanti giornalisti che quotidianamente ci riferiscono e fanno l’esegesi di ogni parola di Renzi, come di un testo sacro. Spero si sia trattato di servilismo; la spiegazione alternativa è ancora più deprimente, e cioè che siano altrettanto superficiali del loro padrone.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]