Scalfari e la banalità dell’io

Trovo assurdo che qualcuno si stupisca o indigni per ciò che dice Eugenio Scalfari, classe 1924. Per esempio del fatto che preferisca Berlusconi, di una decina d’anni più giovane di NarcisoCaravaggio400lui, a Di Maio, che potrebbe essere un suo pronipote. Mi aspetto anche che preferisca Frank Sinatra ai Coldplay.
Uscire dalla gabbia generazionale, anche a tarda età, è possibile ma servono rigore metodologico e un’autentica curiosità per gli altri, per la collettività; come nel caso di Noam Chomsky. Lo avete mai letto, invece, Scalfari? A prescindere dallo stile, “declamatorio e cardinalizio”, come scrisse Italo Calvino. Scalfari parla solo di sé: io, io, io. Basta guardare i suoi libri, inflitti con cadenza annuale da editori compiacenti: Incontro con io, Racconto autobiografico, L’uomo che non credeva in Dio (lui stesso, naturalmente), L’allegria, il pianto, la vita (la sua vita, naturalmente), Scuote l’anima mia Eros (la sua anima, naturalmente), La sera andavamo a via Veneto (la sua dolce vita, naturalmente).
Anche Montaigne, autore più volte citato da Scalfari, pose sé stesso al centro della propria scrittura e della propria analisi: “Sono io l’oggetto del mio pensiero” dichiarò. Ma il suo scopo era capire l’umanità attraverso la sua esperienza personale: la sua grandezza stava nella capacità di oggettivarsi. Scalfari invece soggettivizza il mondo, ne fa un mero pretesto per esprimere un ego ipertrofico, unico ente portatore di senso, un buco nero che attira e esaurisce ogni cosa. Cosa ci insegna? A chiuderci nella consolazione e disperazione della nostra unicità: “Vivetela bene la vostra piccola vita perché è la sola e quindi immensa ricchezza di cui disponete” – che visione desolata, arida, solipsistica. Da giovane, almeno, c’erano l’arrivismo e il conformismo, ben individuati da Calvino, suo compagno di studi: “Quando la finirai di pronunciare al mio cospetto frasi come queste: «tutti i mezzi son buoni pur di riuscire» «seguire la corrente» «adeguarsi ai tempi»?”; “Tu aspiri a un «salire ad ogni modo»; “Leggo con piacere che tu vuoi far quattrini”. Con il successo (e i quattrini) e poi la vecchiaia e l’approssimarsi della morte, anche quella finestra sulla realtà si è chiusa, portandolo a moltiplicare in modo ossessivo il discorso autobiografico; come tutti i narcisisti, Scalfari è un conservatore, che non può davvero accettare la vita ma solo sentirsi vivo.
Inevitabile che simpatizzi per personaggi a lui simili, Berlusconi, Renzi (“è il mio nipotino, mi considero suo nonno”) altrettanto vuoti di storia, di esemplarità, rappresentanti di una società senza profondità, senza epos, appiattita sulla banalità dell’individualismo. La sinistra dovrebbe smetterla di occuparsi di Scalfari e in generale di fare gossip e alimentare il culto delle celebrity, rendendosi conto che nel momento in cui accetta e promuove la confusione mediatica di privato e politica sta arrendendosi senza condizioni al consumismo di idee, gadget ed esperienze che caratterizza l’età del liberismo.
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[Le citazioni di Calvino sono tratte dalle sue lettere del 7 marzo 1942, 21 maggio 1942 e 3 gennaio 1947].
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