Elogio dell’attesa

Per la lezione di oggi del mio corso sul tempo gli studenti avevano da leggere Buzzati. Mi piace Il deserto dei Tartari e mi piace insegnarlo; permette di discutere dell’attesa, una Deserto2condizione di sospensione e per questo apparentemente vuota di significato e alla quale invece riconosciamo, spesso a posteriori, un valore fondamentale, formativo. Ho ricordato Il sabato del villaggio, la giovinezza come attesa della vita. Mentre parlavo mi tornavano in mente le mie lunghe attese, di treni in particolare, quando giungevo affannato alla stazione per scoprire che aveva un’ora di ritardo e magari era sera e anche il bar e l’edicola avevano chiuso e non restava che sedersi su una panchina ad aspettare, impreparati, senza neanche un giornale o un libro. Oppure le partitelle a Villa Pamphili, in cui chi arrivava per primo si sdraiava sotto un pino ad attendere gli altri,
Solo più tardi mi sono reso conto che gli studenti che mi avevano ascoltato attenti (sono bravi ed educati) non avevano probabilmente mai sperimentato quella condizione. Alla stazione o sul campo di calcio tirerebbero fuori lo smartphone, se già non ce l’avevano in mano, e comincerebbero a digitare messaggi o a navigare, ossia a rendere utile quei minuti, pochi o tanti che siano; soprattutto, farebbero più o meno le stesse cosa che fanno anche a casa o sul treno o magari al ristorante e in classe. Il tempo dell’attesa non c’è più, indistinguibile da quello dei risultati. Peccato. Io le ricordo con nostalgia quelle ore sprecate, prive di scopo, così profondamente mie.

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