Elogio della pazienza

Mimesis di Erich Auerbach fu uno dei primi libri di critica letteraria che lessi, sui vent’anni (ancora facevo medicina), e mi convinse che anche quello del critico fosse un Auerbachmestiere socialmente utile. Certo, era più facile crederlo allora, negli anni settanta: basta sfogliare il catalogo storico di una casa editrice come Einaudi, che pubblicò il libro di Auerbach, per notare le differenze fra quel decennio e quello appena concluso. Ma forse questa epidemia e la crisi economica che sta provocando, e soprattutto l’imbarazzante impreparazione psicologica e sociale che ha rivelato, faranno capire che la deriva culturale non può proseguire indefinitamente e che se continuasse le conseguenze sarebbero tragiche.
Non è solo che il senso di onnipotenza tecnologica che ha caratterizzato l’età del pensiero unico liberista si sta rivelando illusorio; è anche che una società appiattita sul presente e incapace di uscire dai suoi paradigmi per esplorare ipotesi politicamente scorrette e possibilità non ortodosse, fallisce miseramente non appena incontra l’inatteso. L’arte, la letteratura, la critica, i classici e le tradizioni, non sono insignificanti ornamenti e tanto meno beni rifugio: al contrario, sono strategie evolutive e di sopravvivenza, indispensabili strumenti per facilitare l’adattamento a contingenze interamente nuove e in quanto tali incomprensibili in termini di esperienza personale (mica come il rassicurante, prevedibile, ultimo modello dell’iPhone).
Auerbach scrisse Mimesis a Istanbul durante la seconda guerra mondiale. Era scappato dalla Germania nazista e il conflitto lo bloccò in una città priva delle biblioteche e dei contatti necessari per la sua ricerca. Visse anni di isolamento e di difficoltà ma proprio da essi germogliò il suo capolavoro. Lo ammise lui stesso nella conclusione: in condizioni normali non avrebbe mai affrontato una tematica così ampia, un progetto così ambizioso e impegnativo. Un elogio della lentezza e della penuria insomma, a cui un po’ ci stiamo riabituando: in quanto non potere avere tutto costringe alla scelta, a riconoscere le priorità, a prendersi responsabilità, a pensare in grande, con pazienza.
La parola “crisi” ha la medesima radice etimologica della parola “critica”: il verbo greco krino, che significa “distinguere”, “giudicare”. Mi piace sperare che questi mesi di sofferenza e paura permettano il ritorno della fatica e del piacere di decidere con attenzione, al posto della fretta di ottenere risultati e della passiva accettazione dell’accumulazione (i “big data”). E che nelle lunghe ore di confinamento a casa qualcuno stia scrivendo o almeno pensando un libro come Mimesis.