Contro l’integralismo della vita

“C’è qualche cretino che dice che le vaccinazioni non servono o che fanno male”, ha detto Gino Strada in un’intervista. Concordo: sono cretini. Ma altrettanto cretini mi paiono coloro che su una questione così delicata e personale pensino di cavarsela con un facile vaccinidisprezzo per chi abbia convinzioni diverse, fossero pure pregiudizi.
Per questo Gino Strada non mi piace, mai piaciuto. È un integralista della bontà, di quelli che siccome fanno del bene agli altri, pensano di avere il diritto o addirittura il dovere di criticare chi non faccia lo stesso. Così neanche si accorgono che la salute e la vita sono da tempo diventate strumenti di controllo e di dominio: bisogna essere sani e longevi a qualsiasi costo e sacrificando ogni altro valore. È la trasformazione che Michel Foucault e più recentemente Roberto Esposito hanno descritto in termini di biopolitica: un tempo il potere si esprimeva attraverso la capacità di dare morte a chi gli si opponesse; adesso, in modo molto più sottile e pervasivo, si è arrogato la funzione di dare vita. Il liberismo ha aggravato questa oppressione dando al libero mercato e alle multinazionali la gestione della sanità, della salute, della sicurezza, dell’educazione, dello svago, completando cioè la commercializzazione dell’esistenza.
Vorrei evitare equivoci: mio padre era uno scienziato e farmacologo e da lui ho imparato ad apprezzare la ragione e la scienza. In particolare, la medicina alternativa mi interessa altrettanto poco che le conspiracy theory. Ai miei figli ho fatto fare tutte le vaccinazioni consigliate dai loro pediatri americani (il totale è peraltro inferiore alle dodici imposte dal Pd) e superata una certa età mi sono adattato all’antinfluenzale. Però altri vaccini li ho rifiutati, per me e per i miei figli, tenendo conto della nostra storia familiare e del nostro ambiente. Perché non sono sicuro (come peraltro parecchi medici e scienziati) che sia innocuo esagerare e indebolire le difese immunitarie. Soprattutto non mi fido della medicina commerciale, della scienza come investimento finanziario, dunque delle corporation farmaceutiche e delle loro statistiche, dei loro big data, agevolmente manipolabili e continuamente manipolati.  Non a caso in un recente libretto di cui consiglio la lettura (L’utilità del sapere inutile) il direttore dell’Institute for Advanced Studies di Princeton, Robbert Dijkgraaf, ha incluso le vaccinazioni, insieme all’energia nucleare e ai cibi geneticamente modificati, fra i “problemi maledetti” che richiedono dubbi piuttosto che dogmi.
Cerco anche di resistere alla biopolitica e penso che la vita non sia la cosa più importante del mondo; che contino di più la dignità, la responsabilità, il senso di appartenenza a comunità e tradizioni che ci trascendono. Per questo, pur essendo uno statalista e un socialista, dunque favorevole alla netta preminenza dello Stato sugli individui e del pubblico sul privato, non accetto ingerenze in ciò che riguarda il mio corpo. Per la vita sociale riconosco la necessità di leggi e regole e anzi ne vorrei di ben più severe di quelle esistenti nella nostra epoca di deregulation; invece della mia vita personale devo poter fare quello che mi pare, anche togliermela se non mi diverto abbastanza, e chi cercasse di impedirmelo è un tiranno e merita di morire. Ovviamente in caso di epidemie gravi la società ha il diritto di difendersi, imponendo vaccinazioni e anche quarantene; ma devono essere situazioni eccezionali e che minaccino la sopravvivenza di tanti e il bene comune; altrimenti devono bastare la persuasione, l’educazione, l’esempio.
E se un popolo non ne vuole sapere, se preferisce una più breve aspettativa di vita e persino alti livelli di mortalità infantile per conservare i suoi costumi e le sue paranoie, fatti suoi. Bisogna piantarla con questa ossessione umanitaria di voler salvare gli altri malgrado loro stessi, un nuovo “fardello dell’uomo bianco” utile a cancellare il senso di colpa per un passato imperialista e per continuare a praticare ingerenze commerciali, militari, culturali e turistiche. Così si creano mostruosità come la Nigeria, che negli anni cinquanta aveva trenta milioni di abitanti e oggi ne ha duecento milioni e in qualche decennio si avvicinerà al mezzo miliardo, una crescita demografica assurda, assolutamente insostenibile e che porterà a tensioni, tragedie, distruzioni irreversibili. Il mondo è un sistema terribilmente complesso; odio coloro che lo semplificano, che credono che il male e il bene siano universali e non locali e che di conseguenza si illudono di poter fare del bene con ingenuità, senza badare al contesto, senza considerare gli altri fattori, inclusa la stupidità umana.
Sì, ci sono cretini che non credono nelle vaccinazioni. Ci sono anche cretini che si accaniscono a tenere in vita persone che soffrono o in stato vegetativo. E ci sono cretini che si drogano, che si ubriacano, che fumano, che bevono Coca Cola e mangiano hamburger e si rincoglioniscono davanti alla tv o allo smartphone. Non mi piacciono i cretini e credo che lo scopo della politica sia aiutarli pian piano a prendere coscienza, a sviluppare una coscienza civile; inclusa la coscienza di vaccinarsi, però per scelta, non perché imposto da un governo troppo amico delle lobby farmaceutiche e neppure da santi e profeti.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York con il titolo “Contro l’integralismo della vita: sui vaccini e la coscienza civile”]

Le metafore di Bersani

“Il partito non è un porto”, ha detto Bersani. Per dire la stessa cosa (non si devono accogliere personaggi squallidi e corrotti) qualche mese fa aveva preferito un’altra metafora, però di segno opposto: “Via dal nostro giardino”. Meglio tardi che mai: se lo oltreilgiardino400fosse ricordato qualche anno fa, avrebbe trovato il modo di buttare fuori a calci dal Pd Renzi e le sue margheritine, con una scusa qualsiasi. (Machiavelli avrebbe suggerito il rimedio più sicuro di farli strangolare a Senigallia ma non è politicamente corretto). Però le figure retoriche bisogna saperle usare. Da quelle di Bersani si deduce che il suo Pd non sia un porto, luogo aperto, inclusivo, bensì un giardino privato, immagino protetto da un muro e da cui occorre, principale preoccupazione, scacciare gli estranei perché non calpestino l’erba o strappino i fiori. Metafore sbagliate, inadatte a un partito di sinistra.
Traspare l’affanno, suo e di tutta una classe dirigente (dirigente si fa per dire), di chi ormai proprio non sa cosa sia o debba essere la sinistra, di chi da tempo ha rinunciato alla tradizione e ideologia del socialismo per inseguire (non mi è chiaro se per ingenuità, incapacità o complicità) i miti del liberismo globalista, e ora si ritrova non solo senza idee ma anche senza linguaggio. Che pena. Gramsci diceva che il partito era il nuovo principe: quella sì che era un’immagine forte, efficace, esaltante, altro che giardini e porti.
Se non gli va di leggere e capire Gramsci, Bersani almeno ascoltasse i discorsi di Bernie Sanders, che è più vecchio di lui ma sa parlare ai giovani, sa entusiasmarli: non con metafore ridicole ma con programmi ambiziosi, coraggiosi, che non accettano il postulato neocapitalista che non ci siano alternative al dominio assoluto delle multinazionali e al culto del successo. O meglio, i discorsi di Sanders dovremmo ascoltarli noi. Per prendere esempio da lui e renderci conto che anche in Italia la sinistra delle chiacchiere e del gossip, effettivamente chiusa nel suo giardino di privilegi e di illusioni autoreferenziali, come Maria Antonietta nel Pétit Trianon a giocare alla pastorella, deve essere liquidata al più presto. Serve una nuova sinistra di lotta, lucida, risoluta, capace d’azione ma anche di pensiero, di un linguaggio che significhi qualcosa.

Il tempo degli sciacalli

Nella trama del Gattopardo il memorabile colloquio fra il Principe di Salina e il cavalier Chevalley, inviato dal governo savoiardo per convincerlo a diventare senatore del nuovo gattopardochevallay400Stato italiano, avviene nel novembre del 1860. Don Fabrizio rifiuta ma mentre saluta Chevalley lo assale la depressione: “Tutto questo” pensava “non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli…; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”.
Una pagina straordinaria e una premonizione cronologicamente accurata. Dal 1860 sono passati poco più di 150 anni, che secondo il Principe e Tomasi da Lampedusa è la durata media di un “sempre” umano. Di Gattopardi non ce ne sono più: in cambio sono saldamente al potere gli sciacalletti e le iene.

Il provinciale assoluto

Uno dei problemi dell’Italia è che il suo primo ministro e padrone non è un semplice provinciale: è quello che definirei un “provinciale assoluto”. Un provinciale si accontenta del renzistanford400suo piccolo mondo: è consapevole che si tratta di una frazione del vasto mondo che lo circonda e che le sue conoscenze sono ristrette; ma non gli importa: quello che ha gli basta e lo rende felice e non lo disturba il fatto che altri abbiano a loro volta i loro mondi e diverse conoscenze. Un provinciale assoluto è invece convinto che il suo piccolo mondo e le conoscenze che lì ha appreso siano universali e necessarie: pensa di trovarsi al centro del tutto e di possedere la chiave per comprendere ogni cosa; e cerca, scrisse Ezra Pound in un saggio del 1917, di “costringere gli altri alla sua uniformità”, al suo conformismo.
Di conseguenza ciò che il provinciale assoluto non sa non ha alcuna importanza; oppure ancora non esiste e diventa reale solo nel momento in cui lui se ne accorge. Come dunque per l’Europa dell’espansione coloniale Colombo aveva praticamente “creato” un nuovo continente, così ogni viaggio in America consente a Renzi di riportare in patria qualche nuova sensazionale scoperta, da comunicare al popolo ignaro e riconoscente come se si trattasse di una sua conquista personale. Poco importa che non parli l’inglese e che dunque riceva solo informazioni di seconda mano, e che di ciò che lo colpisce non conosca (e non gli importi) il contesto sociale, storico e culturale: se gli dicono che Harvard è la prima università del mondo non si domanda con quali criteri e scopi siano stilate quelle classifiche o quali siano le condizioni e implicazioni di una simile eccellenza (per esempio che Harvard sia una corporation con un capitale di più di 36 miliardi di dollari che ammette lo 0,04% degli studenti che ogni anno vanno al college) o tanto meno quale sia il livello delle altre 4139 università americane: no, lui torna tutto contento in patria e proclama che l’università italiana, la più antica del mondo, deve diventare come quella americana, convinto che se lo diventasse non sarebbe una scopiazzatura fuori contesto e fuori tempo (l’America sta cominciando a guardare all’Europa per rimediare ai disastrosi scompensi del suo sistema educativo) ma una sua grande innovazione.
Un po’ come se gli riuscisse di aprire uno Starbucks in Piazza della Signoria a Firenze; o ancor meglio in Piazza della Repubblica a Rignano sull’Arno.

Animalisti e globalisti

La ragione per cui diffido degli animalisti pur essendo convinto che la difesa dell’ambiente sia la nostra assoluta priorità, è che sono dei globalisti. Poco importa che la globalizzazione che promuovono non sia economica bensì morale e che ciò che vogliono imporre su scala planetaria non siano consumi ma costumi. Socialmente il loro obiettivo è identico a quello delle grandi corporation: omogeneizzare il mondo, trasformarne la straordinaria varietà di culture in un multiculturalismo da supermercato, in cui si trova un po’ di tutto ma solo un po’, prodotti precedentemente selezionati e anestetizzati in modo da poter essere accettabili da chiunque. In sostanza, il globalismo del neocapitalismo, che impedisce alle singole comunità di svilupparsi autonomamente: moneta unica, catene commerciali identiche ovunque, loghi e celebrity universalmente riconoscibili, possibilmente un’unica lingua e nel frattempo un’unica rete mediatica.
Oggi gli animalisti sono calati a Siena, parecchi di loro dal nord Europa a dall’America settentrionale, a portare in apparenza il loro amore per i cavalli, in pratica la loro totale incomprensione per le tradizioni altrui, il loro disprezzo per le differenze che non siano quelle da loro accettate e santificate. Possibile che non si rendano conto che l’attenzione dei giornali e dei telegiornali per la loro protesta deriva unicamente dal fatto che alle multinazionali e ai loro regimi liberisti fa comodo indebolire una passione (il Palio) e una struttura sociale (le Contrade) da loro non controllate, in modo da poterle poi disneyficare? Come accaduto col calcio, una volta passione popolare e oggi spettacolo televisivo (non è un caso che l’attacco contro la FIFA sia partito dal governo USA e punti a rendere anche questo gioco un veicolo di conformismo e consumismo). Ci provassero, gli animalisti, ad andare invece a manifestare davanti a uno dei tanti campi di concentramento per bovini (centinaia di migliaia di animali tenuti per tutta la vita in spazi così ristretti da impedirne il movimento) che ormai forniscono il 99% della carne ai consumatori americani: non solo qualche sceriffo interverrebbe per impedirglielo ma i media ignorerebbero la loro azione.
Alla base dell’ideologia animalista c’è un equivoco fondamentale: la convinzione che l’etica sia universale. Invece essa è sempre e solo locale, ancorata a situazioni reali di esistenza, a concrete relazioni e pratiche di vita. La carta dei diritti universali andrebbe giocata con molta attenzione e solo in casi di estrema gravità – un genocidio, il rischio di estinzione di specie animali, il cambiamento climatico. Altrimenti non si tratta più di universalismo ma di integralismo, con l’aggravante che si tratta di un integralismo operante ovunque. Zygmunt Bauman ci ha messi in guardia contro i rischi del pensiero unico: per la prima volta nella storia, ha spiegato, ci troviamo di fronte alla possibilità di un sistema sociale, economico e culturale davvero “senza alternative”.
O gli animalisti non se ne rendono conto, e sono dunque degli ingenui, o lo capiscono, e allora sono complici del liberismo globalista. In ogni caso sono oggettivamente dei nemici di chi lotti contro la globalizzazione. È lo scontro che deciderà nei prossimi anni, il futuro della civiltà umana: da una parte chi crede che esistano una sola verità e una sola giustizia, un modello assoluto di bene; e vuole obbligare gli altri ad adeguarsi, distruggendo stati e comunità (qualcosa di simile all’idea di democrazia che hanno gli americani e che cercano di esportare, anche militarmente, nel resto del mondo). Dall’altra parte chi ancora crede che le condizioni necessarie della democrazia e della ricerca di eguaglianza e felicità siano la molteplicità e inconciliabilità delle esperienze e dei progetti sociali – come, in quello straordinario romanzo che sono le Città invisibili di Calvino, gli innumerevoli esempi di aggregazione civile narrati da Marco Polo a Kublai Khan, a resistere al desiderio imperiale di unità e informità, anche se perseguito nel nome della giustizia e dell’ordine.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York con il titolo “Gli animalisti, ingenui alleati dei globalisti liberisti contro il Palio”]

A ferro e fuoco

Bisogna stare attenti a usare le parole, a prescindere dalle proprie convinzioni su un determinato argomento, altrimenti si svuota il linguaggio della sua capacità di imporre ferroefuoco400coerenza e razionalità ai dibattiti e si accetta la degenerazione della politica in gossip, l’arma vincente del liberismo.
I media sono in questo senso davvero dei cattivi maestri: “Milano a ferro e fuoco” hanno intitolato La Repubblica e quasi tutti i quotidiani. Questa la definizione dell’espressione sul Grande dizionario della lingua italiana: “sterminio e devastazione per mezzo di armi e di incendi”. Applicarla a incidenti che non hanno provocato neanche un ferito e in cui a bruciare sono state solo alcune automobili è puro sensazionalismo, deliberata manipolazione. I giornalisti di un paio di generazioni fa, alla Montanelli, si sarebbero ricordatii di Tito Livio, che nella sua storia di Roma usò varie volte la locuzione, sempre per indicare una rovina totale: “Ferro flammaque omnia absunta”. E avrebbero dunque evitato di inflazionarne e banalizzarne il significato: perché è molto rischioso gridare al lupo quando il lupo non c’è.
Ma oggi i classici non li legge nessuno, tanto meno gli arrampicatori sociali e i venditori di fumo mediatico. E la gente si è abituata a quel fumo. Per molti le uniche emozioni sono a telecomando: di breve durata, non lasciano traccia (non sono vere esperienze ma loro surrogati virtuali, una sorta di pornografia dell’informazione), però possono essere ripetute frequentemente, oggi per una decapitazione in Siria (purché di un occidentale), domani per un’epidemia in Africa (purché ci sia almeno un caso in Europa), ieri era una strage in Ucraina (purché attribuibile ai filorussi). L’empatia si consuma su avvenimenti remoti e non ne resta più per quelli locali e concreti: il precetto evangelico di amare il proprio prossimo (con gli impliciti rischi di costruire un rapporto di solidarietà, addirittura un partito) è stato sostituito dal precetto liberista di amare solo chi sia lontano, a distanza di sicurezza da pericolose forme di aggregazione e responsabilità.
In molti articoli e in moltissimi post ho letto l’accusa ai black bloc milanesi di avere “distrutto la città”. Un’iperbole, ma non sembra che tutti quelli che l’hanno usata se ne rendessero conto: e purtroppo credere alle figure retoriche, trasformarle in dati di fatto, è l’indice del successo della propaganda. Per distruggere una città serve un inferno di fuoco come quello atomico su Hiroshima o quello convenzionale su Dresda; certo non un paio di molotov. Oppure serve, molto più frequentemente, una speculazione edilizia impunita e incontrollata. Al di là della seconda guerra mondiale e di qualche terremoto, gli unici veri, enormi, irreversibili danni subìti dalle città italiane sono stati provocati dal capitalismo, con la sistematica tolleranza per l’abusivismo, con piani urbanistici demenziali o disattesi, con la disneyficazione di alcune aree e l’abbandono di altre. Tutti i cortei, pacifici o accompagnati da scontri, che sono avvenuti nell’ultimo secolo, hanno provocato, nel loro insieme, danni irrilevanti al patrimonio culturale e architettonico e molto limitati alla proprietà pubblica e privata. Niente a che vedere con le gravissime conseguenze della cementificazione, dell’incuria ambientale (pensate solo all’inondazione in Liguria di pochi mesi fa), del degrado di interi quartieri, della canalizzazione delle risorse su progetti di facciata (tipo l’Expo) invece che sulla tutela del territorio.
I black bloc non hanno lasciato nemmeno uno sgraffio permanente sul volto di Milano, come i neri in rivolta non l’hanno lasciato su quello di Baltimora; le oscene cicatrici che vediamo, e che non potranno essere cancellate, le ha fatte la cieca avidità di un sistema che al denaro ha sacrificato le tradizioni, i valori, la storia e il senso di appartenenza e che fa finta di ricordarsene solo quando ragazzi senza passato e senza futuro si ribellano come possono, come sanno.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York con il titolo “Milano e l’Expo a ferro e fuoco, ovvero la propaganda liberista all’attacco”]

La cultura della Resistenza

Tutte le feste sono principalmente feste della memoria. Come i simboli, esse servono a preservare nel presente esperienze passate, a ricordarci che siccome furono possibili una 25aprile400volta sono possibili ancora. Per questo i regimi cercano di cancellare o svuotare di significato le feste e i simboli elaborati da precedenti sistemi sociali, politici o economici, e a sostituirli con i propri: perché un effettivo controllo del popolo lo si raggiunge solo quando si riesca a convincerlo di vivere nel migliore dei mondi possibili, e che qualunque alternativa sia irrealizzabile o addirittura inesistente. Così funziona anche il liberismo: il cui immenso potere modellizzante, ossia la sua capacità di indurre comportamenti e consumi uniformi a livello globale, in misura senza precedenti, presuppone l’appiattimento della vita sull’attualità e la trasformazione delle tradizioni e delle culture in prodotti di consumo come gli altri, privi cioè di una carica differenziale. La cultura del successo a cui ci stiamo abituando non ha bisogno di regole (si fonda infatti su una radicale “deregulation”) e tanto meno di una morale, ed è dunque incapace di trasgressione: a contare è sempre e solo il risultato, quale che sia e comunque raggiunto, tanto viene retroattivamente caricato di valore e di merito. I vincenti sono i migliori e lo erano anche prima.
A lungo il 25 aprile ha simboleggiato qualcosa di molto diverso: non tanto la Liberazione quando l’esercizio della libertà, non tanto la vittoria della Resistenza quanto la pratica di una cultura della resistenza. Che non nacque quando nel 1943 molti giovani si rifiutarono di continuare a combattere a fianco dei tedeschi e preferirono andare in montagna, diventare “di parte” – partigiani. La cultura della resistenza era nata parecchi anni prima, quando il partito comunista e altri gruppi sconfitti dal fascismo decisero di non arrendersi e di non rassegnarsi, malgrado la repressione poliziesca e l’obiettiva ampiezza del consenso ottenuto da Mussolini. Consapevoli di non poter abbattere il regime in tempi brevi, si dedicarono all’analisi della situazione storica e culturale, alla riflessione sulle cause della propria disfatta, all’elaborazione di un’ideologia, all’organizzazione e preparazione di militanti che, quando l’occasione di fosse presentata, potessero approfittarne.
Cultura della resistenza è innanzi tutto capacità di comprendere che la vita e la storia umana sono soggette a imprevisti, neppure troppo infrequenti e che mettono in crisi anche i sistemi più solidi e le più sedimentate abitudini e convinzioni, aprendo improvvisi spazi di intervento. Spazi improvvisi e brevissimi: quando si presentano non c’è tempo per improvvisare una strategia di intervento: bisogna averla già pronta.
In questo senso il simbolo della cultura della resistenza è Antonio Gramsci. Fisicamente fragile e malato, chiuso in una prigione fascista da cui sapeva che non sarebbe mai uscito, in un’Europa che si spostava sempre più a destra, dirigente di un partito che in pochi anni era crollato da più di quarantamila iscritti a meno di seimila, Gramsci non smise di studiare, meditare, scrivere. Anche se non gli permettevano di leggere i libri che avrebbe voluto, anche se per evitare la censura non poteva usare certe parole e certi concetti, anche se non poteva essere certo che i quaderni su cui annotava le sue idee sarebbero usciti dal carcere. Non so se davvero Mussolini disse che occorreva impedire alla mente di Gramsci di funzionare; di sicuro la resistenza di Gramsci fu di non smettere mai di pensare.
Di non abbandonare mai il suo impegno. È una delle sue frasi più celebri: pessimismo della ragione, ottimismo della volontà. La cultura della resistenza richiede entrambi questi registri. Inizialmente quello analitico, che non può che condurre a una valutazione critica della situazione esistente: c’è tanta ingiustizia al mondo, tanta ineguaglianza, tanta violenza, e ci sono sempre state. Una negatività che potrebbe portare al fatalismo e all’indifferenza e che invece diventa stimolante se non resta fine a sé stessa ma al contrario innesca un desiderio di azione condivisa, di partecipazione. È questo ottimismo dell’azione e della solidarietà che il 25 aprile ha a lungo celebrato: una festa della liberazione dall’oppressione ma soprattutto dalla rassegnazione, dal conformismo, dalla paura di cambiare davvero. Una festa di cui oggi abbiamo disperato bisogno.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]