La cultura come emergenza

Centinaia di curiosi a vedere e fotografare la Barcaccia a piazza di Spagna, che è sempre stata lì ma a parte pochi turisti nessuno ci faceva caso; al massimo la gente ci si sedeva barcaccia400attorno per mangiare il gelato. Dubito che i nuovi appassionati sappiano qualcosa della sua storia, per esempio che per la prima volta una fontana fosse costruita come un’unica composizione scultorea. A interessarli sono solo i piccoli pezzi mancanti, gli sfregi effettuati dai teppisti olandesi – e peccato che la fontana sia stata ripulita, con i rifiuti faceva ancor più “evento”. E i giornalisti tutti lì a fotografare i curiosi che fotografano, e a riempirsi la bocca di cultura, loro, che la confondono con il successo e che infatti ordinariamente preferiscono dedicare la loro attenzione a Fabio Volo o a Mario Balotelli o a Cinquanta sfumature di grigio.
È che ormai i media parlano soltanto di novità o di emergenze o di celebrity, tutto ciò insomma che sia appiattito sul presente e che debba essere consumato in pochi giorni, in modo da poter passare subito alla successiva novità, emergenza o celebrità. L’idea di classico, tradizione e bene comune è completamente avulsa dalla loro mentalità: per questo gli articoli dei quotidiani sulla fontana di Bernini suonano così falsi, così vuoti, così ipocriti. Altrimenti, oltre che di quei danni, si sarebbero magari dovuti occupare della rovina in cui dopo il terremoto di cinque anni fa è stato abbandonato il centro storico dell’Aquila, uno dei più ricchi d’Italia, con le sue cento chiese; oppure dello scempio di Pompei, i cui reperti, dopo essere stati estratti dal terreno che li aveva preservati per millenni, giacciono esposti alle intemperie, al degrado e ai furti (qualcuno ricorda che nemmeno un anno fa fu staccato da un muro e trafugato l’affresco di Artemide?) per mancanza di fondi, che ci sono per comprare gli F35 ma si sa con la cultura non si mangia.
Si mangia invece con la pseudo-cultura del turismo di massa, quello che permette alle mega navi da crociera di sfiorare San Marco, che trascura l’educazione e si inventa grandi mostre e esposizioni più o meno universali, e che induce milioni di persone a visitare il centro di Firenze come se fosse Disneyland, senza alcuna preparazione e dunque senza ricavarne niente, se non un selfie davanti al David (generalmente la copia di Piazza della Signoria ma che differenza fa? e poi davanti all’altro i selfie se li fa solo Renzi insieme ad Angela Merkel) per dimostrare agli amici di esserci stati.
Invece che denigrarli, quei tifosi olandesi andrebbero invitati all’Aquila o a Pompei o in uno qualsiasi dei tanti siti del nostro straordinario patrimonio storico e artistico, e opportunamente riforniti di birra: chissà che dopo che avranno rotto un mattone o due qualcuno si muova e faccia qualcosa per salvare quei monumenti; o che almeno per qualche ora i benpensanti italiani si sentano sufficientemente oltraggiati da staccarsi dalla tv per tornare a guardare e conoscere le loro città.

[Chi voglia riflettere in modo non superficiale su cosa davvero sia un patrimonio culturale, invece di ascoltare le banalità in diretta di Sgarbi vicino alla fontana (all’interno della recinzione che la proteggeva, ovviamente, a non mancare l’occasione di ostentare i propri privilegi) legga il bel libro di Pier Luigi Sacco e Christian Caliandro, Italia reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino, 2011). Questa la mia recensione al libro].

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

L’altra guancia

Papa Francesco ha detto che chi offende gli altri non può non aspettarsi una reazione: “È vero che non si può reagire violentemente”, ha spiegato; però se qualcuno “dice una parolaccia papafrancescopensarecontro la mia mamma gli spetta un pugno, è normale”.
Come…? non si offre più l’altra guancia?… hanno ironizzato i giornali. Ma hanno torto. L’altra guancia, evangelicamente, la deve offrire quello che si è preso il pugno, non chi lo ha dato in risposta a una prevaricazione.
Non sono solo battute, quella del papa e la mia. Perché Bergoglio ha detto due cose importanti e non banali, ben diverse dalle chiacchiere vuote fatte da politici e opinionisti dopo l’attacco di Parigi.
La prima è che agli insulti ingiustificati, ossia quelli scagliati da chi è forte o si sente forte contro chi è debole, occorre reagire, perché l’abuso non contrastato si trasforma in un sistema di oppressione. E a intervenire non deve essere necessariamente lo stato, preoccupato dell’eventuale infrazione alla legge, bensì direttamente la gente, preoccupata dell’infrazione alla morale; o ancor meglio le vittime stesse, come atto di resistenza all’ingiustizia e all’ineguaglianza. “È naturale”, ha detto il papa.
Il buonismo e la correttezza politica generalizzata (ossia come obbligo esteso a tutti e non solo ai potenti) sono due dei più efficaci strumenti di controllo culturale praticati del neocapitalismo liberista: che proibisce a chi subisce il danno di ribellarsi promettendo in cambio pace sociale e sicurezza – o più spesso l’illusione della pace e della sicurezza.
Il secondo punto del papa è che un pugno non è violenza. Lo diventa quando a darlo è il più forte, che dunque arrogantemente riafferma la sua superiorità e pretende obbedienza. Ma solo in quel caso. Altrimenti è uno dei tanti gesti che caratterizzano l’interazione umana, come i baci, le strette di mano, gli schiaffi. Violenza è cercare di uccidere o arrecare gravi lesioni: qualsiasi codice penale è consapevole della differenza e la definisce ma il liberismo buonista fa finta che non esista. A suo vantaggio.
Avrete notato che ieri, pochissimi giorni dopo la manifestazione parigina durante la quale i potenti della Terra (quelli che fanno reprimere alla polizia le manifestazioni contro di loro) hanno gridato “Je suis Charlie”, la Francia ha cominciato ad arrestare persone (finora un centinaio) applicando una nuova legge che criminalizza l’apologia della violenza terroristica. Penso anch’io che ci siano discorsi che non sono legittimi: l’esaltazione del nazismo, per esempio, o la pianificazione di un attentato o di una strage, o la promozione di ideologie razziste, fondate sul mito della superiorità biologica di un gruppo, di una etnia, di un paese. Ma se non si specifica cosa sia violenza, se non si restituisce alla parola un significato preciso e limitato, la sua proibizione diventa uno strumento di repressione indiscriminata, che può essere usato dai governi per intimidire l’opposizione e le minoranze.
Negli Stati Uniti il senso estensivo assegnato al concetto consente alle autorità di prevenire e sopprimere il dissenso. Indire uno sciopero selvaggio, rifiutarsi di obbedire alle forze dell’ordine, occupare un luogo pubblico o, peggio, privato, sono violenza. Entrare in contatto fisico con i poliziotti è violenza e legittima qualsiasi loro reazione, incluso l’uso di armi da fuoco e da guerra. Per questo negli Stati Uniti i criminali e i folli sparano e ammazzano con tanta facilità: perché non fa differenza.
Invece dovrebbe fare differenza. La parola violenza dovrebbe essere riservata ad azioni che provocano danni gravi o irreversibili. A meno che (lo ripeto a evitare contestazioni banali) non siano compiute da chi abbia potere o comunque si trovi in una condizione di chiara superiorità. Chi ha potere è tenuto ad alti standard di autocontrollo. Ma non chi subisce quotidianamente ingiustizie e cerca di protestare. Spaccare una vetrina è un reato e deve essere punito, anche se era della Deutsche Bank: ma non è violenza. E non può essere reato sostenere che la gente dovrebbe continuare a spaccare le vetrine delle sedi della Deutsche Bank finché la Deutsche Bank non la smette di rapinarci per arricchire pochi investitori.
Si giunge all’assurdo che chi dopo gli attacchi di Parigi ha urlato che bisognava fare una guerra e sterminare tutti i musulmani che non si fossero piegati è stato considerato un patriota; mentre chi ha detto di essere contento di quello che era successo perché si è sentito vendicato delle tante sopraffazioni subite è stato considerato un terrorista e incriminato. Senza curarsi minimamente del fatto che il primo atteggiamento esprimeva disprezzo per gli inferiori; il secondo, disprezzo per chi disprezza.
Il liberismo svuota le parole, le desemantizza: con il preciso scopo di lasciare il loro significato all’arbitrio dei giornali e dei telegiornali, tutti ormai al soldo delle grandi corporation. Violenza è uno dei loro termini preferiti: una parola passe-partout che può indifferentemente indicare un genocidio o una decapitazione o un uovo tirato contro il primo ministro o un coro da stadio, ma non per esempio un bombardamento effettuato con droni, anche se accidentalmente uccide chiunque si trovasse nelle vicinanze.
Papa Francesco ha ragione: un pugno è un pugno e la violenza è un’altra cosa: “non si può reagire violentemente” ma dare un pugno sì. Chissà quanti fra i giornalisti che hanno ironizzato sulla sua battuta citando il Vangelo si sono andati a rileggere il discorso della montagna (Luca, 6, 17-38, detto anche discorso della pianura per distinguerlo da quello riportato da Matteo), da cui avevano tratto quella famosa frase. È il discorso più rivoluzionario di Gesù: “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio”; “Ma guai a voi, ricchi, perché avete la vostra consolazione”. È questo il contesto in cui va analizzata l’esortazione a offrire l’altra guancia. L’intero discorso è rivolto a chi ha di più: “a chi ti sottrae il mantello non negare anche la tunica”, “date a prestito senza sperare nulla”, “a chi ti chiede, dà”. Spetta ai ricchi, ai potenti dare la propria tunica e il proprio mantello, prestare senza interesse il proprio denaro, donare a chi chiede. I poveri hanno altre dure prove da superare ma non quella della generosità, perché la vita non è stata generosa con loro. Come aveva capito e cantato Fabrizio De André in uno dei suoi più grandi album, La buona novella, nel “Testamento di Tito”: “Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi / che hanno una donna e qualcosa”.
Il liberismo fa finta che tutti siamo uguali, che tutti abbiamo più o meno le stesse opportunità, che il successo premi i migliori; e pretende che gli altri accettino di buon grado la selezione naturale operata dal Libero Mercato (con le iniziali maiuscole). Invece no. Solo chi opprime o offende i deboli deve offrire l’altra guancia quando viene colpito in ritorsione; è l’unico modo per riuscire a entrare nel regno dei cieli: “Date e vi sarà dato”, chiede Gesù a chi può dare. Ma chi è oppresso ha il diritto di reagire, di ribellarsi, non con la violenza ma di certo con un pugno. Un pugno chiuso contro l’ingiustizia.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

La parole necessarie

Il concetto che consentì il predominio culturale del PCI e che di conseguenza gli permise di imporre, benché all’opposizione, straordinarie riforme sociali dagli anni quaranta agli anni gramscipop400ottanta, fu quello gramsciano di nazionale-popolare. Esso fu precipitosamente abbandonato da una classe dirigente di incapaci nel difficile momento della caduta dell’Unione Sovietica e sostituito dai valori del necapitalismo vincente, ossia globalizzazione e individualismo, senza neppure accorgersi che si trattava di una rinuncia alla propria identità, oltre che alla propria tradizione. Purtroppo oggi le uniche parole su cui la sinista sembra concordare sono quelle di tolleranza, di accoglienza, persino di perdono, che di certo rendono migliori chi le faccia proprie (e infatti piacciono alla Chiesa) ma non servono politicamente, né ad attrarre consensi né a creare una comunità di lotta.
Fallita l’Italia drive-in di Berlusconi, si sente bisogno di contenuti: nomi che ostentano superficialità come Forza Italia o Movimento 5 Stelle non funzionano in tempi di crisi profonda. Ma la sinistra sembra non rendersene conto: Human factor è il meglio che sa inventarsi, in ritardo di dieci anni rispetto a quando avrebbe rappresentato, perlomeno, una novità (il talent show X Factor fu lanciato in Gran Bretagna nel 2004). Intanto dell’idea di nazione si sta appropriando Renzi, con la proposta di un Partito della nazione; e di quella di popolo Salvini, con la Lega dei popoli. Chissà magari Berlusconi, per non scomparire, ricomincerà a parlare di socialismo (in fondo Craxi fu un suo amico personale). E la sinistra?
La sinistra deve smetterla di avere paura delle parole, deve smetterla di voler accontentare tutti. I dirigenti che il coraggio non ce l’hanno e manco se lo possono dare, si tolgano dai piedi. Serve un partito che dia fastidio ai buonisti, che spaventi i benpensanti, che irriti i media perché in grado di parlare al popolo direttamente, dunque capace di un vero populismo; allo scopo di ridare al popolo un senso di appartenenza a una comunità, a una nazione.

I falsi profeti

Credo che il primo problema epistemologico che mi sono posto (ero ragazzo e non avevo idea di cosa fosse un problema epistemologico) sia stato quello di come smascherare i falsi anricristosignorelli400profeti che secondo il Vangelo di Matteo precederanno l’apocalisse. Come accorgermi, in altre parole, che una promessa di verità e di salvezza è in realtà una menzogna. Non con l’evidenza: anche i falsi messia, spiegò Gesù, “faranno segni e prodigi” in grado di persuadere persino gli eletti. Anche loro diranno: “Sono io il Cristo”, e inganneranno molti. All’anticristo dipinto nel Duomo di Orvieto, Luca Signorelli diede le fattezze del Salvatore.
La mia soluzione fu perciò opposta: il dubbio. Dubitare a oltranza, resistendo alle lusinghe di Satana, maestro di inganni. Perché alla fine la verità sarebbe emersa come residuo, come ciò che mi sarebbe stato impossibile negare, neanche volendolo e neanche persistendo nel rifiuto delle apparenze.
Una concezione ingenua che mi è tornata in mente riflettendo sul grado di manipolazione e disinformazione praticato dai media: con pochissime eccezioni sono ormai una macchina di pubblicità, propaganda e nel caso migliore finzione; una macchina davvero diabolica, nel senso etimologico di “mettere di traverso”, ”calunniare”. Come contrastarli? Sono un apparato immenso, potentissimo, ricchissimo: anche se in un caso o due si riuscisse a confutare una loro affermazione, a dimostrare un’imprecisione o una falsificazione, la denuncia verrebbe boicottata o comunque si perderebbe nell’oceano di informazioni fornite ogni giorno, ogni ora. Servirebbero organi pubblici di vigilanza; soprattutto servirebbero leggi che impedissero la concentrazione delle testate: ogni giornale, ogni canale televisivo, dovrebbe essere interamente autonomo e avere una diffusione locale; oppure essere di proprietà dello stato, della comunità.
Impossibile persino pensarlo, nell’età del liberismo e dell’individualismo. Non resta che la sfiducia: non credere a nulla di quello che i media dicono. Tanto, se hanno interesse a mentire e a contraddirsi, mentono e si contraddicono senza ritegno; se non ce l’hanno, comunque selezionano solo alcune notizie, e nel farlo antepongono il proprio tornaconto e la propria ideologia alla realtà. Il gossip non è nelle cose: è creato dai media. Così le paure, le emozioni, le celebrity: tutto a telecomando.
Qualche settimana fa Ebola stava per annientare l’Occidente, una nuova peste nera: sui giornali e telegiornali non si parlava d’altro e la gente, o almeno gli psicolabili che ne costituiscono una parte, reagiva di conseguenza. Ci sono state donne cacciate dagli autobus perché erano o sembravano africane: da italiani che si credono per bene ma in cui il pregiudizio si mescolava al terrore in una miscela che ricordava da vicino quella descritta da Manzoni nella Storia della colonna infame – un testo che non si fa leggere più a scuola per evitare che, come i classici in generale, possa aprire le menti dei giovani e rischi di allontanarli dal conformismo e consumismo a cui li preparano i nuovi media del neocapitalismo.
Nessuno più ne parla, di Ebola: ovviamente continua a esserci, come c’era prima, nei decenni in cui la si era lasciata indisturbata perché fuori dell’occhio di CNN. È semplicemente tornata a essere un virus letale, che uccide chi lo contrae, soprattutto se non ha i mezzi per curarsi; però ha smesso di essere uno show, un reality dell’orrore utile per distrarre gli occidentali dalla sottile ma più concreta angoscia di un futuro senza bellezza e senza solidarietà, un futuro dominato dell’avidità di pochi miliardari e delle loro corporation. Ecco, credo che tre o quattro settimane, diciamo un mese, siano un filtro sufficiente: nel senso che quando sono trascorse, gli eventi smettono di essere spettacolo e cominciano a essere analizzati con qualche oggettività, per stanchezza, disattenzione o disinteresse dei grandi manipolatori e dei loro padroni.
Il problema è che dopo un mese è spesso impossibile trovare traccia degli eventi stessi, anche di quelli che al momento della loro apparizione fra le breaking news fossero stati annunciati come catastrofici o epocali. E io invece voglio sapere quello che la gente crede che stia accadendo. Per cui leggo i quotidiani, ascolto i telegiornali, frequento il web. Ma non presto alcuna fede a quello che dicono. Se sono informazioni vere, dureranno nel tempo ed emergeranno anche nella realtà della mia vita, nell’autenticità delle mie relazioni, nei racconti degli amici. Altrimenti resteranno astrazioni: forse vere, forse false. Non ha davvero importanza: perché se davvero sono importanti non riuscirò a evitarne l’impatto. Finché posso, dubito: e con il dubbio resisto ai falsi profeti, maestri d’inganno, nemici del bene.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

Politica ladylike

Ho visto che una certa Alessandra Moretti, che fino a cinque minuti fa non avevo mai sentito nominare e della cui esistenza mi scorderò in un paio d’ore, ha spiegato in una videointervista al Corriere della sera quali virtù le donne, in particolare quelle in politica, debbano avere. A morettiladylike400questo proposito, oltre a fare contro Rosy Bindi una battuta che sarebbe piaciuta a Berlusconi, ha usato l’aggettivo “ladylike”: il che dimostra che consulta i cataloghi di biancheria intima femminile, non che abbia sensibilità per l’inglese e le implicazioni della parola. Ne fece uso un paio di anni fa il candidato repubblicano Todd Akin a proposito di Claire McCaskill, sua avversaria democratica per la posizione di senatore del Missouri: e insieme a un commento sullo “stupro legittimo” lo portò a una clamorosa sconfitta. Le donne degli anni cinquanta dovevano essere “ladylike”, ossia consapevoli del ruolo che la società assegnava loro: sexy e belle ma anche discrete e senza eccessive ambizioni intellettuali. Il liberismo sta provando a sdoganare anche questo termine, essenzialmente a fini consumistici: e c’è infatti una ex miss di un concorso di bellezza americano che si è inventata una “ladylike revolution” per nobilitare l’ossessione delle ricche newyorkesi per i vestiti firmati e il lusso. Ma per la gente normale, le donne soprattutto, resta una parola denigratoria. A meno che non ce ne si appropri ribaltandone il significato come recentemente ha fatto proprio McCaskill (ne parla il New York Times), per la quale l’aggettivo trasmette questo messaggio: “Parla chiaro, sii forte, prenditi la responsabilità, cambia il mondo”: un approccio antitetico rispetto a quello proposto da Moretti.
C’è un altro punto. Ho ascoltato tutta l’intervista a Moretti: dice che va dall’estetista, che corre per tenersi in forma, che si trucca, si fa le mèche. E allora? Mi aspettavo che ci informasse anche del fatto che la mattina si fa la doccia e dopo pranzo si beve un caffè. Ecco, quando uno non capisce che c’è una sostanziale differenza fra il fare qualcosa e il raccontarlo agli altri per avere la loro approvazione, quando cioè ha bisogno del consenso altrui (dei loro “like”, suppongo direbbe Moretti) per fare o giustificare quello che dovrebbe fare solo perché gli va di farlo (e che la maggior parte della gente fa normalmente, senza neppure notarlo e senza vantarsene), la persona in questione è un narcisista o un imbecille e non ha alcun senso starla ad ascoltare. O tanto meno votarla.

[Sull’argomento segnalo i post di Barbara Giorgi, “Lo stile ladylike, ceretta compresa“, e di Patrizia Perrone, “La Moretti, l’estetista e gli spaghetti al pomodoro“]

Politica e cazzate

In un saggio di quasi trent’anni fa, pressoché ignorato finché confinato in una rivista accademica ma diventato popolare quando pubblicato autonomamente nel 2005, il filosofo renziavenezia500americano Harry Frankfurt analizzò il tipo di discorso che in inglese si usa definire “bullshit” e in italiano “cazzate” (“stronzate” nell’edizione Rizzoli). Filosoficamente una cazzata è un discorso non vero ma neppure falso: perché a chi lo fa la verità è del tutto indifferente (mentre importa al mentitore, che sa cosa sia vero) e gli interessa soltanto il vantaggio personale – per esempio ottenere l’attenzione o la fiducia di chi ascolta, a qualsiasi costo. Per questo motivo, concludeva Frankfurt, i cazzari sono molto più pericolosi dei bugiardi.
Cazzate se ne sono sempre dette: tutti ne dicono qualcuna e ci sono persone che, di solito perché non capaci di discorsi più seri o perché poco disposte a informarsi, cercano di affermarsi, e a volte ci riescono, solo attraverso di esse. Alcuni cazzari hanno fatto fortuna, soprattutto in politica ma non solo. Non per questo la cazzata era finora diventata una virtù: doveva in qualche modo fingersi attendibile. Ecco, la mia impressione è che a sdoganarla, oggi, sia stato il liberismo: al quale conviene che anche i discorsi, come già i prodotti, non abbiamo alcuna validità intrinseca ma solo contingente, che in altre parole siano giudicati solo a posteriori, in base al loro successo di mercato. Qualsiasi idiozia diventa insomma autorevole nella misura in cui viene consumata o ottiene una certa visibilità, spesso misurata in termini di clic o di like su internet. In questo modo chi ha più denaro, e così la possibilità di controllare direttamente i media o di comprarne i favori e la pubblicità, ha sempre ragione.
Un esponente di questa politica fondata sulle cazzate è Matteo Renzi. Sbaglia chi ne tema solo le privatizzazioni e gli attacchi allo stato sociale, condotti con una brutalità che mai sarebbe stata consentita ai governi DC o a quelli berlusconiani. Ancor più grave è che Renzi stia distruggendo la politica e che tutti i suoi discorsi e programmi abbiano l’inconsistenza e irresponsabilità delle cazzate – nel senso filosofico di cui sopra.
Non mi pagano per studiarlo e non mi diverte farlo. Per cui non lo ascolto ogni volta che parla – nessuno lo fa, parla continuamente. Ma tanto dice sempre le stesse cose. Questa volta ho dunque scelto di analizzare un singolo discorso, abbastanza lungo e significativo perché tenuto al congresso “Digital Venice”, pochi mesi fa. Il tema dell’innovazione era centrale e a Renzi, come si sa, piace giocare la parte del giovane rottamatore. (Ho inserito il video al termine dell’articolo; oppure cliccare qui per vederlo).
Cominciamo dalla scelta della lingua. Renzi avrebbe potuto parlare in italiano, con un interprete a tradurre simultaneamente le sue parole. Ha preferito l’inglese, a quanto pare studiato a spese dei contribuenti e non a poco prezzo. Ora, sforzarsi di esprimersi in una lingua che si parla male è un atto di gentilezza e rispetto nei confronti degli ospiti internazionali solo se fatto con umiltà, consapevoli dei propri limiti e dunque sforzandosi di dire l’essenziale con concisione e semplicità. Altrimenti diventa una manifestazione di arroganza e una presa in giro. Purtroppo Renzi non sembra sapere cosa siano il rispetto, l’umiltà e la semplicità. Ha infatti parlato in maniera raffazzonata, spesso inconcludente e a volte incomprensibile, senza essersi preparato adeguatamente e pensando di poter supplire con la faciloneria, la supponenza, qualche infelice battutina e continui ammiccamenti.
Ma perché stupirsi? Da sempre Renzi compensa la mancanza di rigore ostentando sicurezza e spacciando i propri difetti per qualità. Lo ha fatto anche all’inizio di questo discorso, in modo esplicito anche se continuamente, come gli capita di frequente, perdendo il filo del discorso e passando ad altro: “Questo è un meeting in cui i politici non sono… Io non sono… non sono il relatore… il relatore ufficiale, preparato… molto, ehm… un modo tradizionale di affrontare i… ehm…, meeting ufficiali”. Prepararsi, informarsi, è cosa antiquata, tradizionale, da rottamare: vuoi mettere la spontaneità.
Il resto del discorso conferma che di digitale Renzi sa molto poco e neppure ha mai provato a informarsi: usa Twitter, i media ce lo ripetono ogni giorno, e temo che l’ammirazione dei suoi genitori e di altri amici tecnologicamente illetterati lo abbia sinceramente convinto di essere un genio dell’informatica. Invece è solo un provinciale e un dilettante. Rivolgendosi a esperti del settore, ha propinato disarmanti banalità come se fossero proposte originali ma soprattutto ha intessuto proposizioni senza senso. Ecco qualche esempio: “Noi ci siamo davvero (“really”) impegnati a rendere più bella la globalizzazione” (1:28). E che significa? Oppure: “La nostra ambizione è diventare leader non nell’Europa delle istituzioni ma nell’Europa dei popoli, perché l’Italia può essere leader, e questa è l’ambizione del mio governo” (8:26). Un cortocircuito mentale e nessun dettaglio né su come si diventi leader né su cosa precisamente sarebbe un “leader dei popoli”.
Altre due perle: “È mia opinione personale che noi siamo, davvero (“really”), brave persone (“good guys”), e persone fortunate, solo perché abbiamo un’opportunità” (1:55). Ancora: “Ho scelto Venezia per questo evento, perché, davvero (“really”), con internet, la rete, con ICT, abbiamo perso… questa è la mia opinione personale… il tempo e lo spazio; davvero (“really”), viviamo ogni giorno senza passato [“past”, pronunciato però come “pasta”] e futuro” (3:32). La sua opinione personale? (Il sintagma è sempre pronunciato incrociando drammaticamente le braccia sul petto, a garantire l’intima origine del pensiero). Delle ovvietà del genere sarebbero un’opinione personale? Ma già l’uso reiterato, ossessivo, dell’avverbio “really” dovrebbe mettere in sospetto.
E così via. Purtroppo non c’è niente di comico in questo campionario di aria fritta. Al contrario, sono frasi che dovrebbero allarmare. Per la loro trivialità ma soprattutto perché sviliscono la ragione, il linguaggio, riducono la comunicazione, ossia la facoltà più propriamente umana e sociale, a rumore. Si tratta insomma di una deliberata strategia di svuotamento dei contenuti: la chiarezza e la logica costringono a una certa misura di coerenza; le improprietà e le allusioni oblique deresponsabilizzano, rendono tutto equivalente, il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, i profittatori e le loro vittime.
Ascoltate tutto il discorso: di tecnologia digitale Renzi non parla praticamente mai. Si riempie invece la bocca di parole come “democrazia” e soprattutto “libertà” e “gente” (“people”) ma è evidente che per lui sono solo suoni. Storia ed eventi personali hanno lo stesso valore. Come quando s’imbarca nella spiegazione di cosa sia l’Europa: “L’Europa non è soltanto un luogo economico. L’Europa è la libertà di movimento” (17:20). In che senso? Movimento dei disoccupati creati proprio dall’euro? degli immigrati illegali? dei capitali? delle merci, peraltro tutte fabbricate in Cina o Bangladesh? o dei turisti, che possono andare a Parigi e Berlino senza passaporto e controlli doganali? Comunque a quel punto s’impappina: dietro la libertà di movimento non vede altro. E si rifugia nei ricordi privati: “L’Europa è la stessa… ehm, uhm… Nella mia esperienza personale [mani portate al petto] l’Europa è mia mamma che piange davanti alla televisione quando… ehm, lei… lei…, lei ha sentito… quanto il muro di Berlino fu distrutto dalla gente. Per me, per mia madre, l’Europa è esattamente questo momento”. Momento di pausa, solenne. E poi l’anticlimax: “Per mio figlio l’Europa è la Champions League”. Passato e futuro dell’Europa attraverso le sensazioni di due generazioni di Renzi.
My God. Neanche De Amicis era mai caduto così in basso. Filosoficamente parlando, Renzi sta cercando di rendere il cazzeggio una virtù. Anche questo lo afferma in modo chiaro, quando dice che il rischio dei politici è perdere tempo con gli esperti (6:50). Da buon demagogo pensa che sia importante solo convincere la gente, e da buon demagogo cattolico pensa di avere una buona novella da diffondere. È un grave errore sottovalutarlo. È un egocentrico e come tale non potrà mai essere dissuaso o persuaso, neppure con l’evidenza. Perché le sue certezze e il suo sapere si fondano su un vuoto autoreferenziale.
La conclusione del discorso di Renzi è emblematica: “E ora è il momento del pranzo!” Seguono gli applausi, di cortesia ma anche di conferma di uno stile ormai accettato e condiviso dalla classe dirigente: il cazzeggio come svuotamento della politica. In quella sala c’era gente che sembrava più informata di lui ma nessuno ha aperto bocca per dire l’ovvio: che l’imperatore era nudo, che ciò che aveva detto erano chiacchiere confuse e senza sostanza.
Per loro la fine del discorso del capo era il momento del lunch. Per noi quello di cominciare a preoccuparci seriamente e possibilmente agire. Quando il vuoto non è solo nello stile e nelle forme della politica ma diventa un programma, la fine della democrazia è pericolosamente prossima.

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[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

Le parole del carnevale

C’è chi crede che la correttezza politica sia un forma di rispetto, in particolare nei confronti di categorie soggette a discriminazione o comunque considerate inferiori. Non bisogna dunque dire spazzino bensì operatore ecologico, non donna delle pulizie ma collaboratrice urloimbavagliatoSQfamiliare. Visitate il sito web di Nextam Partners, gruppo italiano specializzato in fondi d’investimento, e notate come si autodefinisce: “partnership indipendente di professionisti attivi sia nella gestione di patrimoni che nella consulenza finanziaria rivolta a istituzioni e high net worth individuals”. Così dunque oggi bisogna chiamare i ricchi, anche in italiano: high net worth individuals, ossia individui che possiedono un alto patrimonio netto. La definizione non è stata inventata da Nextam Partners ed è di uso comune nel mondo della finanza a indicare chi abbia una disponibilità liquida di almeno un milione di dollari.
I cambiamenti linguistici non sono mai neutri e i neologismi, così come gli eufemismi, non sono mai innocenti. Sono interventi ideologici e politici. Dire ‘ricco’ implica un giudizio morale: ricco, spiegano i vocabolari, è chi possieda denaro o beni “in misura maggiore di quanto occorra per vivere in un modo normale” (Treccani). Ossia, un ricco è anormale. L’uso di una parola, da parte di una comunità e nel tempo, la carica di significati allusivi, evocativi e affettivi che la rendono ambigua e soprattutto relazionale, connettendola per affinità o contrasto ad altre: nel caso in questione, ‘ricco’ richiama l’idea di opulenza, lusso, ineguaglianza, ingiustizia: si oppone a ‘povero’ ma anche a ‘ordinario’. Che effetto avrebbe fatto, nel sito di Nextam Partners, una presentazione così: “Siamo una partnership indipendente di professionisti attivi nella consulenza finanziaria rivolta ai ricchi”? High net worth individual è invece un termine meramente denotativo, tecnico, come quello che definisce, mettiamo, l’elemento chimico con numero atomico 55, ossia il cesio. Cesio e high net worth individual non lasciano margini per le sfumature soggettive e dunque per una valutazione etica. Infatti sono spesso citati attraverso i loro simboli, Cs e HNVI. A qualificare il primo è solo la sua posizione nella tavola periodica di Mendeleev: dopo l’elemento numero atomico 54, lo xeno, e prima di quello con numero atomico 56, il bario. Così l’HNWI, che viene prima del very-HNWI (più di cinque milioni di dollari di liquidità) e dell’ultra-HNWI (più di dieci milioni) ma dopo i sub-HNWI, ossia i poveracci che hanno sì qualche centinaio di migliaia di dollari però non arrivano al milione.
Come ogni ideologia e sistema di dominio, il pensiero unico liberista ha il suo linguaggio: è un linguaggio arido, con la stessa univocità di quello scientifico ma senza il suo rigore. Contribuisce all’edificazione di una società priva di tonalità, plastificata, omologata dai consumi di massa e dai media. Una società di impianti sportivi in cui è vietato appendere striscioni o cantare cori che urtino la sensibilità dei benpensanti, di centri commerciali in cui si può entrare solo se vestiti in modo appropriato, di scuole e università che educano al conformismo. La correttezza politica, anche quando sembra proteggere i deboli, è uno strumento di controllo e di oppressione: il suo scopo è imporre un’ortodossia e prevenire la diffusione di visioni alternative della società, che possano far prendere coscienza alla gente degli inganni e degli abusi della nuova plutocrazia.
Ne consegue che la resistenza contro l’egemonia del neocapitalismo non può essere, almeno ai suoi inizi (e siamo agli inizi), che culturale. Alla desemantizzazione del linguaggio, all’appiattimento dell’espressività, occorre contrapporre la creatività, la provocazione, e anche le tradizioni, quelle colte e quelle davvero popolari – qualunque cosa non sia stata programmata dai poteri forti dell’economia e dell’informazione. Occorre recuperare autenticità, originalità, comunità, anche volgarità (che, non dimentichiamolo, deriva etimologicamente da volgo, che è il popolo, la massa, la gente comune).
In questa prospettiva gli HNWI (very e ultra inclusi) vanno riconosciuti e stigmatizzati non solo come ricchi ma anche come nemici del bene comune, ossia stronzi, spesso privi di qualità: presuntuosi che si arricchiscono senza lavorare, lasciando che il loro denaro si moltiplichi grazie alla fatica, alle sofferenze e alle privazioni di miliardi di persone, delle quali si sentono superiori. E che sono abbastanza coglione da non ribellarsi.
Stronzi, coglioni: sono parole che vanno dette, conflitti che vanno alimentati. Solo il carnevale (nel suo senso più esteso, di pratica di trasgressione), intuì uno dei maggiori pensatori del novecento, Michail Bachtin, consente una liberazione dalla verità stabilita, dal regime esistente, dai rapporti gerarchici. Una liberazione temporanea, certo: nessuna civiltà sopravviverebbe a un carnevale perpetuo e neppure a un abuso di volgarità. Ma il carnevale e la volgarità, come la libertà e come l’arte, non vanno esercitate sempre e continuamente: sono però indispensabili per non farsi imprigionare dalle consuetudini e dalla paura. Il solo fatto che siano possibili erode l’egemonia del potere, la sua autorità. La loro funzione è farci capire che anche gli assoluti sono contingenti, che la realtà può essere modificata, che il linguaggio imposto da chi ci domina è sempre una menzogna.

[Con il titolo “Gli straricchi chiamiamoli con il loro nome: stronzi!”, questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left Turn sulla VOCE di New York].