Un inedito leopardiano: “A Silvio”

Una scoperta sensazionale: una diversa versione, a stampa eppure assolutamente sconosciuta, di uno dei più celebri canti di Leopardi, “A Silvia”. Diversa la lunghezza, 20 versi (endecasillabi e settenari) invece di 63, organizzati in due strofe simmetriche di sei versi e in una strofa centrale di otto. Diversa soprattutto la protagonista, anzi, il protagonista: non Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, bensì un uomo, tale Silvio, ancora non identificato ma certamente di dubbia integrità (“vita immorale”, “opre disoneste”) e attaccato al denaro (“ricco avvenir”, “maggio lucroso”, “speranze dorate”). Interessante la variante del v. 18: “decadesti” al posto di “cadesti”, a suggerire una diminuzione di stato più che un trauma fisico o psicologico, presumibilmente in seguito a condanna penale (i riferimenti alla “fredda corte” e alla “cella ignuda”). Il senso della poesia risulta completamente stravolto dalle modifiche: per cui si può parlare di un vero e proprio inedito leopardiano.
Arcore, nominata al v. 6, è una cittadina della provincia di Monza, priva di particolare interesse storico o artistico. Evidentemente il Silvio a cui il componimento è dedicato vi era nato oppure vi risiedeva. È probabile che Leopardi lo avesse incontrato durante il suo soggiorno a Milano del 1825 e che Arcore gli ricordasse, per le dimensioni e il provincialismo, Recanati, il “natio borgo selvaggio” della poesia che immediatamente seguiva “A Silvio”, e cioè “Le ricordanze”. Si può allora ipotizzare che il nome Silvio non fosse autentico e venisse scelto dal poeta per alludere alla condizione selvaggia e bucolica di Arcore e del personaggio stesso, potente (“il poter splendea”) eppure rozzo (“sudato”, “stonato canto”). Fra i possibili riferimenti, oltre al Pastor fido di Giovan Battista Guarini (uno dei protagonisti della pastorale si chiama Silvio), anche un frammento autobiografico del giovane Leopardi, Alla vita abbozzata di Silvio Sarno. Per questi motivi daterei “A Silvio” al 1825 e lo considererei una prima versione di quella che tre anni dopo, più che triplicata nel numero dei versi e ambientata a Recanati, diventerà “A Silvia”.
La rarissima edizione in cui compare “A Silvio” uscì a Firenze, postuma, nel 1844 con il titolo Canti, a cura di Antonio Ranieri e per i tipi di Felice Le Monnier. Stesso curatore e stesso editore dunque dell’edizione delle Opere dell’anno successivo. Rispetto a quest’ultima edizione sono assenti sia la “Notizia intorno agli scritti, alla vita e ai costumi di Giacomo Leopardi” di Ranieri che le Operette morali, oltre che l’intero secondo volume di prose varie. Tuttavia i Canti sono identici, con appunto la sola eccezione di “A Silvio”. L’esemplare che ho consultato è quello della Houghton Library di Harvard segnato *IC8.L5555.1844; malgrado accurate ricerche è l’unico che sono riuscito a reperire. È ragionevole supporre che Ranieri avesse inizialmente deciso di approntare un’edizione definitiva dei soli Canti e che, o di sua iniziativa o per errore o per rispetto delle ultime volontà dell’amico, avesse inserito “A Silvio” al posto di “A Silvia”. Quando però le prime stampe uscirono dalla tipografia l’accoglienza non dovette essere positiva: la produzione fu fermata e Ranieri ripensò il progetto includendo altre opere e recuperando, nell’occasione, il testo di “A Silvia”. Eccone le varianti rispetto a “A Silvio”:
1 Silvio] Silvia    2 immorale] immortale    3 poter] beltà    4 rimoti] ridenti    5 lieto e sudato ] lieta e pensosa    6 D’Arcore risalivi] Di gioventù salivi   9 stonato ] perpetuo    10 disoneste intento] femminili intenta    11 contento] contenta    12 ricco] vago    13 lucroso] odoroso    16 speranze dorate] speranze, che cori    Silvio mio] Silvia mia    17 Ma all’apparir] All’apparir    18 Misero, decadesti] Tu, misera, cadesti   19 corte] morte   cella] tomba

Le immagini seguenti riproducono:
1. Il testo di “A Silvio”
2. Il frontespizio dell’edizione dei Canti apparsa a Firenze nel 1844
3. “A Silvio” e “Le Ricordanze”
4. L’indice

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Fiction e reality

Il primo volume dell’enciclopedia del romanzo diretta da Franco Moretti (fictionbookprofessore a Stanford e fratello di Nanni) e pubblicata una decina d’anni fa da Einaudi, include un intervento di Catherine Gallagher sul concetto di fiction. Gallagher insegna anche lei in California, a Berkeley, e ha scritto numerosi libri sulla letteratura inglese del sette e ottocento: ma questo suo saggio lo cito quasi in ogni corso, costringendo gli studenti a studiarlo. Sostanzialmente per un’idea: che i progressi legati alla modernità, inclusa la rivoluzione scientifica, la tolleranza religiosa e il matrimonio per amore, richiedessero il tipo di “provvisorietà cognitiva” (nel caso del matrimonio, “congettura affettiva”) che si impara e sperimenta leggendo romanzi. La fiction non è falsità: è supposizione, esplorazione di possibilità. I suoi effetti furono rilevanti anche in campo economico: sviluppando la capacità di sospendere le pretese di verità letterale, agevolò l’accettazione nella cartamoneta.
Il saggio mi è tornato in mente leggendo un recentissimo discorso di Enrico Letta. Questo brano, in particolare: “Per far ripartire l’economia e i consumi l’elemento di fiducia è fondamentale. Ci sono segnali macroeconomici che non si vedono né si toccano, ma i dati ci dicono che la ripresa nel 2014 è a portata di mano”. Da buon democristiano, Letta ci chiede, più che fiducia, fede: beati quelli che crederanno senza avere visto e senza avere toccato. Ma c’è di più. In modo intenzionalmente fumoso suggerisce che non stia alla classe dirigente, benché oscenamente compensata proprio per dirigere e assumersi responsabilità (si pensi ai manager privati alla Marchionne: cinquanta milioni all’anno; o a quelli pubblici, i più pagati d’Europa), risolvere i problemi da essa stessa causati per incompetenza, negligenza o avidità; e se non è in grado, farsi da parte. Sta alla gente normale risolverli: chiudendo gli occhi all’evidenza e compiendo una sospensione dell’incredulità simile a quella che le consente (diceva Coleridge) di godere di un’opera di fantasia malgrado le sue incongruenze.
L’Italia salvata o condannata dalla letteratura, dunque? Non penso. Se gli italiani non si accorgono che quella di Letta, così come peraltro quella di Renzi, di Grillo, di Alfano, di Berlusconi, non è fiction bensì frode, non dipende affatto da una propensione, indotta dal romanzo, ad accettare la simulazione mimetica, ossia a ragionare su ipotesi non necessariamente vere ma plausibili. Da qualche decennio il sistema del capitalismo globalista si è accorto di poter fare a meno della flessibilità mentale della gente (ciò che a livello politico chiamiamo democrazia) e dunque della fiction. Gli servirono per sconfiggere ideologie più coerenti e rigide, come quella dell’antico regime e poi quella del socialismo reale. Privo di avversari, il liberismo può ora dedicarsi alla costruzione di un’egemonia culturale assoluta, pervasiva e totalitaria come mai nella storia umana. Il romanzo non è e non potrà essere il genere del pensiero unico: se questo vincerà non ci sarà più bisogno di romanzi.
Fiction è accettazione della verosimiglianza come forma di verità (sia pure provvisoria) anziché di menzogna. Al suo posto la plutocrazia che controlla la finanza mondiale vuole un genere che faccia accettare la menzogna come forma di verosimiglianza e dunque di verità. Il reality show. Il passaggio dal romanzo al reality fa parte di una più ampia trasformazione epistemologica da una concezione in cui l’immaginazione serve a decifrare la realtà a una in cui immaginazione e realtà sono la stessa cosa.
L’unico strumento che abbiamo per fermare questa deriva è la critica – che come del resto ‘crisi’ ha la sua radice etimologica in un verbo greco che significa scegliere, giudicare. Invece di accettare passivamente qualsiasi privazione per uscire dalla crisi, occorre usare la crisi per giudicare, per scegliere, per cambiare. Non è vero che la privatizzazione salverà il nostro paese, la nostra società, la nostra civiltà, il nostro pianeta: è anzi il virus che li sta uccidendo. Letta è un mistificatore e la fiducia che chiede non ha ritorno: non è un gioco dell’immaginazione, è una rinuncia all’immaginazione. Avete notato come la politica fondata sui media, sui sondaggi, sulla pubblicità e sulle celebrity parli sempre e solo di necessità e sempre minacci, se non si fa a suo modo, l’apocalisse? Apocalissi che mai si verificano, che mai si sarebbero verificate, e che tuttavia condizionano i comportamenti. Sono “reality” anch’esse. Più che mai, contro questa visione oppressiva e omogeneizzante occorre difendere e promuovere la libertà e la varietà della fiction.

Il sonno della critica

Ho tanti libri e mi piace averli. La gran parte li ricomprerei, malgrado la spesa e l’ingombro. dormiresuilibriCon l’eccezione di una precisa categoria: la critica letteraria uscita dall’inizio degli anni settanta alla metà degli anni novanta. Anche fra quelli ce ne sono di interessanti ma pochi.
Nel nuovo millennio le cose sono cambiate. La critica è entrata in crisi, scomparendo dalle librerie o finendo relegata in angoli nascosti. Le crisi sono sempre opportunità: qualcuno ne ha approfittato per uscire dalla torre non più d’avorio, ammesso che lo fosse mai stata, e provare a rinnovarsi e rinnovare. Tanti sono ancora fermi: lavori mediocri e inutili continuano a essere pubblicati. Solo che nessuno ci fa caso: il prezzo della mancanza di immaginazione e di coraggio è l’irrilevanza.
Le ragioni della crisi della critica sono numerose: per lo più le stesse che hanno messo in difficoltà l’intero settore delle discipline umanistiche: essenzialmente, il totale disinteresse che il sistema economico dominante, ossia il liberismo finanziario e globalista, ha per le tradizioni nazionali e per le comunità locali, che anzi sta sistematicamente distruggendo. Il neocapitalismo, in Italia finora espresso dal berlusconismo e adesso dal renzismo, non sa che farsene di una classe media istruita, motivata e indipendente: vuole consumatori compulsivi e indebitati, lavoratori precari e disorganizzati, e cittadini in cerca di leader da seguire e di celebrity da venerare. Ciò che conta non è essere colti e capaci di pensiero critico bensì cool e alla moda. Tale ideologia della superficialità e del conformismo gli studiosi e i critici non solo non sono stati capaci di contrastarla ma l’hanno anzi favorita esentandosi dall’impegno e dalla lotta attraverso un coerente e, direi, lucido processo di automarginalizzazione. Hanno dunque reso la loro disciplina ridondante, noiosa, asfittica, del tutto distaccata dalle esigenze della gente. Di così basso profilo da non meritare neppure di essere eliminata e garantirsi così una sopravvivenza di nicchia. Nel caso dell’Italia, un vizio antico: “costruttori di concettini” e “macchiette del sacerdote dell’arte” è il modo in cui Gramsci etichettò i critici del suo tempo, anche loro, non a caso, in fuga da una realtà avvertita come troppo pericolosa, logorante, complessa.
Per preparare il corso che sto insegnando sui Promessi sposi, nelle scorse settimane ho tirato giù dagli scaffali libri che avevo comprato nei decenni passati, molti dei quali senza poi leggerli e alcuni nemmeno sfogliarli. Fra essi uno di Ezio Raimondi, probabilmente il più influente e noto italianisti del periodo. Bel titolo, ammiccante: La dissimulazione romanzesca. Antropologia manzoniana. Fu per questa promessa di vaste implicazioni che lo acquistai, vent’anni fa, oltre che per la rilevanza che nella mia formazione aveva avuto un altro saggio di Raimondi su Manzoni, Il romanzo senza idillio. Che a questo punto non correrò il rischio di rileggere: meglio restare con un bel ricordo. Perché La dissimulazione romanzesca è un libro senza senso e senza scopo, oltre che di una presunzione e noia imbarazzanti. Ecco l’incipit del primo capitolo (ma potrei citare altri paragrafi a caso):

A pochi anni da quelli in cui György Lukács stendeva, fra Schlegel e Hegel, la sua Theorie des Romans, José Ortega y Gasset elaborava, cominciando dalle Meditaciones del Quijote e continuando poi con le Ideas sobre la novela e il Tema de nuestro tiempo, un’interpretazione dell’esperienza e della scrittura romanzesca, che era insieme una fenomenologia della modernità, sullo sfondo del malessere dell’Europa e della disumanizzazione dell’arte.

Tutti leggono il paragrafo di apertura: a esso è affidato il compito di catturare i lettori, anche quelli che poi resteranno delusi dal seguito. Ho invece faticato ad andare avanti. E ho capito perché la gente, anche quella appassionata di letteratura, si sia allontanata dalla critica. Perché non era più critica, ossia scelta, giudizio (dal verbo krino, ‘decidere’, radice etimologica anche di “crisi”). Perché non testimoniava un desiderio di mettersi in gioco, solo di confermarsi; non un bisogno di capire, solo di dire. E cosa ci dice, quella lunga e contorta frase? Che per parlare di romanzo, ossia del genere letterario più popolare, è indispensabile conoscere, o almeno ostentare, numerose lingue, inclusi il tedesco e lo spagnolo. Snobismo? O un oggettivo fiancheggiamento accademico del processo di globalizzazione, allora agli inizi, con la scusa del cosmopolitismo? Gramsci avrebbe parlato di “secentismo programmatico”, di tendenza a “guardarsi la lingua”.
Il paragrafo di Raimondi rivela altro. Che per lui un’opera, una tesi, non sono importanti in sé, per quello che suggeriscono o dimostrano, ma solo per le relazioni che hanno con altre opere e tesi, nel caso di Lukács, quelle di Schlegel e Hegel, nel caso di Ortega, i suoi saggi più tardi. Che il suo gioco è per iniziati: chi già non sappia che Ortega scrisse anche un libro sulla Disumanizzazione dell’arte e una Meditazione sull’Europa non ha modo di decifrare le successive allusioni. Che qualunque ideuzza gli venga in mente merita di essere pubblicata su qualche rivista e poi di nuovo in volume (come i saggi, piuttosto slegati, qui feticisticamente raccolti): senza cogliere la differenza fra le curiosità che è giusto soddisfare solo a livello personale, magari per farne sfoggio con qualche amico o addetto ai lavori, e le informazioni che è utile condividere con un pubblico più ampio, e solo dopo aver verificato che esista.|
Le cose sono un po’ cambiate, dicevo. Ma non abbastanza. Occorre fare molto di più per restituire alla critica una credibilità: ed è necessario farlo al più presto perché se la cattiva critica fa venire sonno, il sonno della critica, della vera critica, genera mostri.
Internet, di per sé, non è una soluzione. Il suo rischio è infatti la rinuncia a una selezione fra ciò che merita diffusione, e possa permettersela, e ciò che dovrebbe restare inedito, privato: con la scusa che saranno il mercato e gli utenti a decidere cosa vale. Ma se sono gli utenti a decidere, a cosa servono i critici?
A leggerlo ora, sembra evidente che il libro di Raimondi annunciasse il crepuscolo della breve epoca in cui la critica era stata, almeno in Europa, vicina al centro del discorso politico e dell’azione sociale. Invece di approfittare di quella rara opportunità per mostrarne e affinarne le capacità innovative, la sua funzione di training alla creatività e al cambiamento, troppi studiosi la resero autoreferenziale, imprigionandola in un umanesimo erudito e pseudoscientifico, del tutto disinteressato all’umanità. Accorgersi di quell’errore e dell’arroganza che lo provocò potrebbe servire a liberare la critica di oggi dal superfluo e pesante bagaglio che continua a trascinarsi dietro, magari senza entusiasmo, per abitudine. Ma le abitudini sono la negazione della critica. Abbiamo ereditato problemi troppo gravi e troppo urgenti per poter perdere tempo non dico ad analizzare e discutere ma neppure a confutare le chiacchiere vuote di chi ha contribuito a provocarli.