Contro l’integralismo della vita

“C’è qualche cretino che dice che le vaccinazioni non servono o che fanno male”, ha detto Gino Strada in un’intervista. Concordo: sono cretini. Ma altrettanto cretini mi paiono coloro che su una questione così delicata e personale pensino di cavarsela con un facile vaccinidisprezzo per chi abbia convinzioni diverse, fossero pure pregiudizi.
Per questo Gino Strada non mi piace, mai piaciuto. È un integralista della bontà, di quelli che siccome fanno del bene agli altri, pensano di avere il diritto o addirittura il dovere di criticare chi non faccia lo stesso. Così neanche si accorgono che la salute e la vita sono da tempo diventate strumenti di controllo e di dominio: bisogna essere sani e longevi a qualsiasi costo e sacrificando ogni altro valore. È la trasformazione che Michel Foucault e più recentemente Roberto Esposito hanno descritto in termini di biopolitica: un tempo il potere si esprimeva attraverso la capacità di dare morte a chi gli si opponesse; adesso, in modo molto più sottile e pervasivo, si è arrogato la funzione di dare vita. Il liberismo ha aggravato questa oppressione dando al libero mercato e alle multinazionali la gestione della sanità, della salute, della sicurezza, dell’educazione, dello svago, completando cioè la commercializzazione dell’esistenza.
Vorrei evitare equivoci: mio padre era uno scienziato e farmacologo e da lui ho imparato ad apprezzare la ragione e la scienza. In particolare, la medicina alternativa mi interessa altrettanto poco che le conspiracy theory. Ai miei figli ho fatto fare tutte le vaccinazioni consigliate dai loro pediatri americani (il totale è peraltro inferiore alle dodici imposte dal Pd) e superata una certa età mi sono adattato all’antinfluenzale. Però altri vaccini li ho rifiutati, per me e per i miei figli, tenendo conto della nostra storia familiare e del nostro ambiente. Perché non sono sicuro (come peraltro parecchi medici e scienziati) che sia innocuo esagerare e indebolire le difese immunitarie. Soprattutto non mi fido della medicina commerciale, della scienza come investimento finanziario, dunque delle corporation farmaceutiche e delle loro statistiche, dei loro big data, agevolmente manipolabili e continuamente manipolati.  Non a caso in un recente libretto di cui consiglio la lettura (L’utilità del sapere inutile) il direttore dell’Institute for Advanced Studies di Princeton, Robbert Dijkgraaf, ha incluso le vaccinazioni, insieme all’energia nucleare e ai cibi geneticamente modificati, fra i “problemi maledetti” che richiedono dubbi piuttosto che dogmi.
Cerco anche di resistere alla biopolitica e penso che la vita non sia la cosa più importante del mondo; che contino di più la dignità, la responsabilità, il senso di appartenenza a comunità e tradizioni che ci trascendono. Per questo, pur essendo uno statalista e un socialista, dunque favorevole alla netta preminenza dello Stato sugli individui e del pubblico sul privato, non accetto ingerenze in ciò che riguarda il mio corpo. Per la vita sociale riconosco la necessità di leggi e regole e anzi ne vorrei di ben più severe di quelle esistenti nella nostra epoca di deregulation; invece della mia vita personale devo poter fare quello che mi pare, anche togliermela se non mi diverto abbastanza, e chi cercasse di impedirmelo è un tiranno e merita di morire. Ovviamente in caso di epidemie gravi la società ha il diritto di difendersi, imponendo vaccinazioni e anche quarantene; ma devono essere situazioni eccezionali e che minaccino la sopravvivenza di tanti e il bene comune; altrimenti devono bastare la persuasione, l’educazione, l’esempio.
E se un popolo non ne vuole sapere, se preferisce una più breve aspettativa di vita e persino alti livelli di mortalità infantile per conservare i suoi costumi e le sue paranoie, fatti suoi. Bisogna piantarla con questa ossessione umanitaria di voler salvare gli altri malgrado loro stessi, un nuovo “fardello dell’uomo bianco” utile a cancellare il senso di colpa per un passato imperialista e per continuare a praticare ingerenze commerciali, militari, culturali e turistiche. Così si creano mostruosità come la Nigeria, che negli anni cinquanta aveva trenta milioni di abitanti e oggi ne ha duecento milioni e in qualche decennio si avvicinerà al mezzo miliardo, una crescita demografica assurda, assolutamente insostenibile e che porterà a tensioni, tragedie, distruzioni irreversibili. Il mondo è un sistema terribilmente complesso; odio coloro che lo semplificano, che credono che il male e il bene siano universali e non locali e che di conseguenza si illudono di poter fare del bene con ingenuità, senza badare al contesto, senza considerare gli altri fattori, inclusa la stupidità umana.
Sì, ci sono cretini che non credono nelle vaccinazioni. Ci sono anche cretini che si accaniscono a tenere in vita persone che soffrono o in stato vegetativo. E ci sono cretini che si drogano, che si ubriacano, che fumano, che bevono Coca Cola e mangiano hamburger e si rincoglioniscono davanti alla tv o allo smartphone. Non mi piacciono i cretini e credo che lo scopo della politica sia aiutarli pian piano a prendere coscienza, a sviluppare una coscienza civile; inclusa la coscienza di vaccinarsi, però per scelta, non perché imposto da un governo troppo amico delle lobby farmaceutiche e neppure da santi e profeti.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York con il titolo “Contro l’integralismo della vita: sui vaccini e la coscienza civile”]

Animalisti e globalisti

La ragione per cui diffido degli animalisti pur essendo convinto che la difesa dell’ambiente sia la nostra assoluta priorità, è che sono dei globalisti. Poco importa che la globalizzazione che promuovono non sia economica bensì morale e che ciò che vogliono imporre su scala planetaria non siano consumi ma costumi. Socialmente il loro obiettivo è identico a quello delle grandi corporation: omogeneizzare il mondo, trasformarne la straordinaria varietà di culture in un multiculturalismo da supermercato, in cui si trova un po’ di tutto ma solo un po’, prodotti precedentemente selezionati e anestetizzati in modo da poter essere accettabili da chiunque. In sostanza, il globalismo del neocapitalismo, che impedisce alle singole comunità di svilupparsi autonomamente: moneta unica, catene commerciali identiche ovunque, loghi e celebrity universalmente riconoscibili, possibilmente un’unica lingua e nel frattempo un’unica rete mediatica.
Oggi gli animalisti sono calati a Siena, parecchi di loro dal nord Europa a dall’America settentrionale, a portare in apparenza il loro amore per i cavalli, in pratica la loro totale incomprensione per le tradizioni altrui, il loro disprezzo per le differenze che non siano quelle da loro accettate e santificate. Possibile che non si rendano conto che l’attenzione dei giornali e dei telegiornali per la loro protesta deriva unicamente dal fatto che alle multinazionali e ai loro regimi liberisti fa comodo indebolire una passione (il Palio) e una struttura sociale (le Contrade) da loro non controllate, in modo da poterle poi disneyficare? Come accaduto col calcio, una volta passione popolare e oggi spettacolo televisivo (non è un caso che l’attacco contro la FIFA sia partito dal governo USA e punti a rendere anche questo gioco un veicolo di conformismo e consumismo). Ci provassero, gli animalisti, ad andare invece a manifestare davanti a uno dei tanti campi di concentramento per bovini (centinaia di migliaia di animali tenuti per tutta la vita in spazi così ristretti da impedirne il movimento) che ormai forniscono il 99% della carne ai consumatori americani: non solo qualche sceriffo interverrebbe per impedirglielo ma i media ignorerebbero la loro azione.
Alla base dell’ideologia animalista c’è un equivoco fondamentale: la convinzione che l’etica sia universale. Invece essa è sempre e solo locale, ancorata a situazioni reali di esistenza, a concrete relazioni e pratiche di vita. La carta dei diritti universali andrebbe giocata con molta attenzione e solo in casi di estrema gravità – un genocidio, il rischio di estinzione di specie animali, il cambiamento climatico. Altrimenti non si tratta più di universalismo ma di integralismo, con l’aggravante che si tratta di un integralismo operante ovunque. Zygmunt Bauman ci ha messi in guardia contro i rischi del pensiero unico: per la prima volta nella storia, ha spiegato, ci troviamo di fronte alla possibilità di un sistema sociale, economico e culturale davvero “senza alternative”.
O gli animalisti non se ne rendono conto, e sono dunque degli ingenui, o lo capiscono, e allora sono complici del liberismo globalista. In ogni caso sono oggettivamente dei nemici di chi lotti contro la globalizzazione. È lo scontro che deciderà nei prossimi anni, il futuro della civiltà umana: da una parte chi crede che esistano una sola verità e una sola giustizia, un modello assoluto di bene; e vuole obbligare gli altri ad adeguarsi, distruggendo stati e comunità (qualcosa di simile all’idea di democrazia che hanno gli americani e che cercano di esportare, anche militarmente, nel resto del mondo). Dall’altra parte chi ancora crede che le condizioni necessarie della democrazia e della ricerca di eguaglianza e felicità siano la molteplicità e inconciliabilità delle esperienze e dei progetti sociali – come, in quello straordinario romanzo che sono le Città invisibili di Calvino, gli innumerevoli esempi di aggregazione civile narrati da Marco Polo a Kublai Khan, a resistere al desiderio imperiale di unità e informità, anche se perseguito nel nome della giustizia e dell’ordine.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York con il titolo “Gli animalisti, ingenui alleati dei globalisti liberisti contro il Palio”]

La cultura della Resistenza

Tutte le feste sono principalmente feste della memoria. Come i simboli, esse servono a preservare nel presente esperienze passate, a ricordarci che siccome furono possibili una 25aprile400volta sono possibili ancora. Per questo i regimi cercano di cancellare o svuotare di significato le feste e i simboli elaborati da precedenti sistemi sociali, politici o economici, e a sostituirli con i propri: perché un effettivo controllo del popolo lo si raggiunge solo quando si riesca a convincerlo di vivere nel migliore dei mondi possibili, e che qualunque alternativa sia irrealizzabile o addirittura inesistente. Così funziona anche il liberismo: il cui immenso potere modellizzante, ossia la sua capacità di indurre comportamenti e consumi uniformi a livello globale, in misura senza precedenti, presuppone l’appiattimento della vita sull’attualità e la trasformazione delle tradizioni e delle culture in prodotti di consumo come gli altri, privi cioè di una carica differenziale. La cultura del successo a cui ci stiamo abituando non ha bisogno di regole (si fonda infatti su una radicale “deregulation”) e tanto meno di una morale, ed è dunque incapace di trasgressione: a contare è sempre e solo il risultato, quale che sia e comunque raggiunto, tanto viene retroattivamente caricato di valore e di merito. I vincenti sono i migliori e lo erano anche prima.
A lungo il 25 aprile ha simboleggiato qualcosa di molto diverso: non tanto la Liberazione quando l’esercizio della libertà, non tanto la vittoria della Resistenza quanto la pratica di una cultura della resistenza. Che non nacque quando nel 1943 molti giovani si rifiutarono di continuare a combattere a fianco dei tedeschi e preferirono andare in montagna, diventare “di parte” – partigiani. La cultura della resistenza era nata parecchi anni prima, quando il partito comunista e altri gruppi sconfitti dal fascismo decisero di non arrendersi e di non rassegnarsi, malgrado la repressione poliziesca e l’obiettiva ampiezza del consenso ottenuto da Mussolini. Consapevoli di non poter abbattere il regime in tempi brevi, si dedicarono all’analisi della situazione storica e culturale, alla riflessione sulle cause della propria disfatta, all’elaborazione di un’ideologia, all’organizzazione e preparazione di militanti che, quando l’occasione di fosse presentata, potessero approfittarne.
Cultura della resistenza è innanzi tutto capacità di comprendere che la vita e la storia umana sono soggette a imprevisti, neppure troppo infrequenti e che mettono in crisi anche i sistemi più solidi e le più sedimentate abitudini e convinzioni, aprendo improvvisi spazi di intervento. Spazi improvvisi e brevissimi: quando si presentano non c’è tempo per improvvisare una strategia di intervento: bisogna averla già pronta.
In questo senso il simbolo della cultura della resistenza è Antonio Gramsci. Fisicamente fragile e malato, chiuso in una prigione fascista da cui sapeva che non sarebbe mai uscito, in un’Europa che si spostava sempre più a destra, dirigente di un partito che in pochi anni era crollato da più di quarantamila iscritti a meno di seimila, Gramsci non smise di studiare, meditare, scrivere. Anche se non gli permettevano di leggere i libri che avrebbe voluto, anche se per evitare la censura non poteva usare certe parole e certi concetti, anche se non poteva essere certo che i quaderni su cui annotava le sue idee sarebbero usciti dal carcere. Non so se davvero Mussolini disse che occorreva impedire alla mente di Gramsci di funzionare; di sicuro la resistenza di Gramsci fu di non smettere mai di pensare.
Di non abbandonare mai il suo impegno. È una delle sue frasi più celebri: pessimismo della ragione, ottimismo della volontà. La cultura della resistenza richiede entrambi questi registri. Inizialmente quello analitico, che non può che condurre a una valutazione critica della situazione esistente: c’è tanta ingiustizia al mondo, tanta ineguaglianza, tanta violenza, e ci sono sempre state. Una negatività che potrebbe portare al fatalismo e all’indifferenza e che invece diventa stimolante se non resta fine a sé stessa ma al contrario innesca un desiderio di azione condivisa, di partecipazione. È questo ottimismo dell’azione e della solidarietà che il 25 aprile ha a lungo celebrato: una festa della liberazione dall’oppressione ma soprattutto dalla rassegnazione, dal conformismo, dalla paura di cambiare davvero. Una festa di cui oggi abbiamo disperato bisogno.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

La cultura come emergenza

Centinaia di curiosi a vedere e fotografare la Barcaccia a piazza di Spagna, che è sempre stata lì ma a parte pochi turisti nessuno ci faceva caso; al massimo la gente ci si sedeva barcaccia400attorno per mangiare il gelato. Dubito che i nuovi appassionati sappiano qualcosa della sua storia, per esempio che per la prima volta una fontana fosse costruita come un’unica composizione scultorea. A interessarli sono solo i piccoli pezzi mancanti, gli sfregi effettuati dai teppisti olandesi – e peccato che la fontana sia stata ripulita, con i rifiuti faceva ancor più “evento”. E i giornalisti tutti lì a fotografare i curiosi che fotografano, e a riempirsi la bocca di cultura, loro, che la confondono con il successo e che infatti ordinariamente preferiscono dedicare la loro attenzione a Fabio Volo o a Mario Balotelli o a Cinquanta sfumature di grigio.
È che ormai i media parlano soltanto di novità o di emergenze o di celebrity, tutto ciò insomma che sia appiattito sul presente e che debba essere consumato in pochi giorni, in modo da poter passare subito alla successiva novità, emergenza o celebrità. L’idea di classico, tradizione e bene comune è completamente avulsa dalla loro mentalità: per questo gli articoli dei quotidiani sulla fontana di Bernini suonano così falsi, così vuoti, così ipocriti. Altrimenti, oltre che di quei danni, si sarebbero magari dovuti occupare della rovina in cui dopo il terremoto di cinque anni fa è stato abbandonato il centro storico dell’Aquila, uno dei più ricchi d’Italia, con le sue cento chiese; oppure dello scempio di Pompei, i cui reperti, dopo essere stati estratti dal terreno che li aveva preservati per millenni, giacciono esposti alle intemperie, al degrado e ai furti (qualcuno ricorda che nemmeno un anno fa fu staccato da un muro e trafugato l’affresco di Artemide?) per mancanza di fondi, che ci sono per comprare gli F35 ma si sa con la cultura non si mangia.
Si mangia invece con la pseudo-cultura del turismo di massa, quello che permette alle mega navi da crociera di sfiorare San Marco, che trascura l’educazione e si inventa grandi mostre e esposizioni più o meno universali, e che induce milioni di persone a visitare il centro di Firenze come se fosse Disneyland, senza alcuna preparazione e dunque senza ricavarne niente, se non un selfie davanti al David (generalmente la copia di Piazza della Signoria ma che differenza fa? e poi davanti all’altro i selfie se li fa solo Renzi insieme ad Angela Merkel) per dimostrare agli amici di esserci stati.
Invece che denigrarli, quei tifosi olandesi andrebbero invitati all’Aquila o a Pompei o in uno qualsiasi dei tanti siti del nostro straordinario patrimonio storico e artistico, e opportunamente riforniti di birra: chissà che dopo che avranno rotto un mattone o due qualcuno si muova e faccia qualcosa per salvare quei monumenti; o che almeno per qualche ora i benpensanti italiani si sentano sufficientemente oltraggiati da staccarsi dalla tv per tornare a guardare e conoscere le loro città.

[Chi voglia riflettere in modo non superficiale su cosa davvero sia un patrimonio culturale, invece di ascoltare le banalità in diretta di Sgarbi vicino alla fontana (all’interno della recinzione che la proteggeva, ovviamente, a non mancare l’occasione di ostentare i propri privilegi) legga il bel libro di Pier Luigi Sacco e Christian Caliandro, Italia reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino, 2011). Questa la mia recensione al libro].

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

La maledetta domenica di Renzi

“Mi sento un po’ come Al Pacino in Ogni maledetta domenica”, ha spiegato Renzi. Ha ragione, ma non nel senso che crede lui. Perché del film di Oliver Stone, tipicamente, non ha capito anygivensunday400niente e l’unica cosa che vi ha colto (ammesso che l’abbia visto: dura due ore, secondo me ha guardato solo qualche clip su YouTube) è del tutto marginale, ossia il discorso con cui Tony D’Amato, l’allenatore della squadra di football dei Miami Sharks, cerca di caricare i suoi giocatori prima della partita decisiva.
Stone stava in realtà denunciando la vuotezza di quella retorica e in generale di quel mondo, i cui principi etici (in questo caso, sportivi) e legami di lealtà erano ormai sul punto (la pellicola è del 1999) di essere completamente soppiantati dalla nuova ideologia economica, il neoliberismo, e dal suo culto del denaro, del successo, delle celebrity. Renzi proprio non s’è accorto che questo era un “morality play”, come lo definì il recensore del New York Times. Un dramma allegorico in cui i giocatori venivano esplicitamente paragonati a gladiatori romani (con l’inserimento di spezzoni da Ben Hur e un cammeo di Charlton Heston) e dello sport come spettacolo di massa erano denunciati l’avidità, la volontà di potenza e i miti maschilisti di potenza fisica e sessuale.
Se ne fosse reso conto, Renzi avrebbe fatto meglio a non proporre quell’accostamento con Al Pacino. Innanzi tutto perché il personaggio da lui interpretato, il vecchio allenatore D’Amato, rappresentava il passato che i giovani rampanti (il quarterback Willie Beaman, astro nascente amato dai media, o l’ambiziosa proprietaria dei Miami Sharks, interpretata da Cameron Diaz) intendevano scalzare. Ma soprattutto perché alla fine, con mossa a sorpresa, D’Amato abbandonava la squadra per andare a guidare un’altra società, portando per di più con sé quello che fino ad allora era stato il suo antagonista, Beaman, la giovane promessa, lasciando presagire futuri successi ottenuti adattandosi al nuovo clima sportivo ed economico.
Quale migliore rappresentazione del trasformismo e opportunismo di Renzi, dimostrato dal ribaltamento dell’opposizione a Berlusconi in una salda alleanza se non amicizia? O della subdola scalata al Pd e il successivo tradimento operato nei confronti dei suoi militanti? O della vuotezza dei suoi discorsi, che al pari di quello di D’Amato prima della partita decisiva, hanno solo lo scopo di convincere, non di vincolare, e possono essere dimenticati o rinnegati subito dopo?
In questo senso Renzi è davvero l’Al Pacino di Ogni maledetta domenica: uno che vuole al tempo stesso essere ammirato per i valori tradizionali di cui si dice portatore e che però l’unica cosa a cui realmente ambisce è il successo e per ottenerlo non ha alcuno scrupolo a rinnegare quei valori. Un vero liberista. Ma dubito che il presidente del Consiglio in carica intendesse rivelare così candidamente la sua autentica personalità. Più probabile che il suo egocentrismo, ancora una volta, gli abbia impedito di dare a un’esperienza che non lo riguardava, come il film di Stone, un’attenzione non superficiale.
Addirittura più imbarazzante è che l’inopportunità del paragone non sia stata notata da nessuno dei tanti giornalisti che quotidianamente ci riferiscono e fanno l’esegesi di ogni parola di Renzi, come di un testo sacro. Spero si sia trattato di servilismo; la spiegazione alternativa è ancora più deprimente, e cioè che siano altrettanto superficiali del loro padrone.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

La contradizion che nol consente

Il liberismo non è solo un sistema economico. È un sistema ideologico, una struttura mentale. Che si basa su un unico principio, molto semplice: chi ha avuto successo, non importa GuidodaMontefeltrocome, meritava di averlo. Il giudizio morale è in sostanza a posteriori: i valori non esistono in sé ma solo come attributi del potere, del denaro e della celebrità. Ovviamente a queste condizioni non ha senso parlare di etica; per la contradizion che nol consente, avrebbe detto Dante: una virtù retroattiva è vuota come un’assoluzione preventiva.
Però i liberisti non leggono Dante: molti di loro si definiscono conservatori e parecchi affermano di credere in Dio e di appartenere a una Chiesa. Mentono: non intendono conservare nulla, tanto meno i classici, e non credono in nulla al di fuori di sé stessi. Più di qualsiasi altro regime della storia il neocapitalismo liberista disprezza e sistematicamente distrugge il passato, le tradizioni, l’ambiente, le comunità. Perché il liberismo pretendere di essere la realtà, l’unica realtà, l’unico pensiero; e il passato, le tradizioni, l’ambiente e le comunità testimoniano la possibilità di alternative: e non come sogni o utopie ma come esperienze già accadute e dunque possibili.
In altre epoche la resistenza contro gli abusi e la violenza del potere doveva fondarsi sulla promessa di un mondo nuovo. Il consumismo globalista ha reso inefficace questa promessa, abusandone: ogni giorno la sua pubblicità e i suoi media inventano nuovi desideri, propongono nuovi futuri, garantiscono magnifiche sorti e progressive. Per questo un’efficace lotta contro il neocapitalismo non potrà che essere etica e culturale: una lotta per i beni comuni, i valori comuni, le memorie comuni.

Politica ladylike

Ho visto che una certa Alessandra Moretti, che fino a cinque minuti fa non avevo mai sentito nominare e della cui esistenza mi scorderò in un paio d’ore, ha spiegato in una videointervista al Corriere della sera quali virtù le donne, in particolare quelle in politica, debbano avere. A morettiladylike400questo proposito, oltre a fare contro Rosy Bindi una battuta che sarebbe piaciuta a Berlusconi, ha usato l’aggettivo “ladylike”: il che dimostra che consulta i cataloghi di biancheria intima femminile, non che abbia sensibilità per l’inglese e le implicazioni della parola. Ne fece uso un paio di anni fa il candidato repubblicano Todd Akin a proposito di Claire McCaskill, sua avversaria democratica per la posizione di senatore del Missouri: e insieme a un commento sullo “stupro legittimo” lo portò a una clamorosa sconfitta. Le donne degli anni cinquanta dovevano essere “ladylike”, ossia consapevoli del ruolo che la società assegnava loro: sexy e belle ma anche discrete e senza eccessive ambizioni intellettuali. Il liberismo sta provando a sdoganare anche questo termine, essenzialmente a fini consumistici: e c’è infatti una ex miss di un concorso di bellezza americano che si è inventata una “ladylike revolution” per nobilitare l’ossessione delle ricche newyorkesi per i vestiti firmati e il lusso. Ma per la gente normale, le donne soprattutto, resta una parola denigratoria. A meno che non ce ne si appropri ribaltandone il significato come recentemente ha fatto proprio McCaskill (ne parla il New York Times), per la quale l’aggettivo trasmette questo messaggio: “Parla chiaro, sii forte, prenditi la responsabilità, cambia il mondo”: un approccio antitetico rispetto a quello proposto da Moretti.
C’è un altro punto. Ho ascoltato tutta l’intervista a Moretti: dice che va dall’estetista, che corre per tenersi in forma, che si trucca, si fa le mèche. E allora? Mi aspettavo che ci informasse anche del fatto che la mattina si fa la doccia e dopo pranzo si beve un caffè. Ecco, quando uno non capisce che c’è una sostanziale differenza fra il fare qualcosa e il raccontarlo agli altri per avere la loro approvazione, quando cioè ha bisogno del consenso altrui (dei loro “like”, suppongo direbbe Moretti) per fare o giustificare quello che dovrebbe fare solo perché gli va di farlo (e che la maggior parte della gente fa normalmente, senza neppure notarlo e senza vantarsene), la persona in questione è un narcisista o un imbecille e non ha alcun senso starla ad ascoltare. O tanto meno votarla.

[Sull’argomento segnalo i post di Barbara Giorgi, “Lo stile ladylike, ceretta compresa“, e di Patrizia Perrone, “La Moretti, l’estetista e gli spaghetti al pomodoro“]