A sinistra di sé stesso

La cordata L’Espresso/La Repubblica/Einaudi (in un tempo ormai perduto marchi che garantivano contenuti progressisti) pubblica e pubblicizza l’autobiografia di Scalfari: “Scalfari racconta Eugenio. Gli incontri, gli affetti, le passioni di una vita all’insegna scalfarieugeniodell’impegno e della ricerca intellettuale. Il racconto di un’avventura fuori dal comune”. Chissà com’è stato possibile che malgrado gli insegnamenti di un simile maestro l’Italia si trovi in mano a nullità come Renzi e Alfano. Forse perché le avventure “fuori dal comune” di Scalfari non implicavano grandi idee o rischi o sacrifici ma piuttosto snobismo, arroganza e narcisismo. In effetti la crisi della sinistra italiana ed europea la si trova condensata nello slogan scelto per lanciare il volume: “Scalfari racconta Eugenio”; uno sprofondare nell’autoreferenzialità, nel culto della personalità, nel mito liberista delle celebrity. È un percorso che si andava già delineando negli anni settanta, quando apparve il Roland Barthes par Roland Barthes. Mescolare e confondere la dimensione pubblica (impegno, ricerca intellettuale) e quella personale (affetti, passioni) è stata la strategia culturale con cui il capitalismo ha liquidato l’eredità dell’illuminismo e il sogno della solidarietà sociale aprendo le porte alla privatizzazione dello stato e alla dittatura dei media e dei consumi.

Advertisements

Il Volo della cultura

L’immagine che segue questo post riproduce due tweet di Fabio Volo, entrambi di tre fabiovolo1giorni fa. Eccone i testi: “Consegnato ora il mio primo articolo per la pagina della cultura de il corriere della sera. Esce domenica. Sono contento”; “Da gennaio usciranno i miei romanzi nella collana Meridiani”.
Quando li ho letti ho sperato che si trattasse di autoironia e non di megalomania; o almeno di un falso. Ma il Corriere di oggi (17 novembre) mi ha tolto ogni illusione: sul supplemento domenicale, Lettura, ecco il pezzo di Volo: “I miei libri come broccoletti nell’anima”. Autobiografico, naturalmente: l’intera operazione, tweet incluso, appartiene a quel culto delle celebrity che rappresenta uno degli aspetti qualificanti della società dell’immagine e dello spettacolo.
Pier Paolo Pasolini iniziò la sua collaborazione al Corriere della Sera nel 1973: giusto quarant’anni dopo è il turno di Volo. Chi fosse interessato a capire gli effetti che sulla società e cultura italiana hanno avuto il riflusso e la lunga deriva edonista e liberista (da Craxi e Veltroni a Berlusconi e Renzi), potrà partire da questo confronto.
Temo che a questo punto anche l’altra notizia, quella del Meridiano, diventi plausibile. È vero che dopo che la collana aveva accolto, l’anno scorso, Eugenio Scalfari (un volume di duemila pagine intitolato La passione dell’etica, a banalizzare il significato di entrambe le parole, etica e passione), ci si sarebbe dovuti aspettare di tutto: e invece la direttrice, Renata Colorni, una settantacinquenne che crede che per dimostrarsi aggiornati occorra fare i rottamatori e cavalcare acriticamente ogni moda, è riuscita a fare ancora di peggio.
Attribuire le sue scelte alla logica del mercato avrebbe senso se i Meridiani fossero una casa editrice. Sono solo una collana e niente vietava alla Mondadori di inventarsene un’altra che includesse autori di maggior successo commerciale grazie alla quale compensare le perdite dei classici. La scelta di accoglierli in quella che viene definita la Pléiade italiana è politica e il suo scopo è attribuire al libero mercato un valore culturale “alto” e dunque a fare di chi ha successo, di chi vende e fa soldi, automaticamente, un classico. È una nuova fase, che chiamo “liberismo culturale” e che avrà, come il postmodernismo qualche decennio fa, profonde conseguenze sulle nostre discipline e sulla società in generale.
Nel 1974 i Meridiani, allora diretti da Giansiro Ferrata, pubblicarono il primo volume delle Opere narrative di Vittorini, scomparso otto anni prima (per pubblicare Pasolini aspettarono il 1998). Quarant’anni dopo sarà la volta del primo volume delle opere narrative di Volo, vivo e vegeto e capace di regalare ai suoi fan ancora tanti romanzi e alla cultura italiana tanti Meridiani.

[A chi voglia leggere un’esilarante analisi della scrittura di Volo (e anche di Faletti, Moccia, Scurati e altri romanzieri molto amati dalla televisione e dunque di grande successo) consiglio il recente libro di Pippo Russo, L’importo della ferita e altre storie, Edizioni Clichy].

Volo corriere meridiani

Ripartire dalla cultura

Alcuni giorni fa si è tenuta alla Kennedy School of Government di Harvard una tavola rotonda dedicata al problema della crescente disuguaglianza sociale ed economica, evidente in tutto il italiareloadedmondo e particolarmente acuta negli Stati Uniti. I partecipanti (quasi tutti economisti) sono stati concordi nel denunciare la serietà della situazione ma non hanno offerto soluzioni e neppure speranze, paralizzati dall’obbligo di dimostrarsi “realisti”, ossia di accettare la mentalità della gente e gli attuali rapporti di forza come fatti incontrovertibili e sostanzialmente immodificabili. “Se magicamente potessimo…” è la formula da loro usata, più volte, per introdurre con cautela (e di fatto delegittimandole) le poche proposte innovative.
Oltre che un sintomo dell’egemonia dei paradigmi conservatori, la loro mancanza di coraggio e di idee mi è parsa una chiara conferma del bisogno di cercare altrove gli strumenti pratici e i fondamenti teorici per tornare, oggi, a fare politica, liberandoci dal doppio ricatto delle leggi di mercato (ossia dell’ossessione per il profitto della grande finanza) e delle paure sociali (immigrazione, terrorismo, criminalità). Questo “altrove” è la cultura, non intesa però esclusivamente come patrimonio di opere o conoscenze ereditate dal passato bensì come esigenza creativa, come impulso a fare (sia poesia che arte derivano etimologicamente da parole che indicavano la capacità di produrre).
È questo il problema affrontato da Christian Caliandro e Pier Luigi Sacco, entrambi docenti alla IULM di Milano: per salvare il mondo dall’economia serve cultura; ma come salvare la cultura da sé stessa? Troppo spesso la cultura è infatti solo un dispositivo per definire un’identità, individuale e collettiva, ossia per dirci chi siamo e da dove veniamo, senza nessun interesse o progetto per il futuro. Un caso emblematico sono le città d’arte: bloccate in uno stadio storicamente casuale del loro sviluppo, quasi avessero raggiunto una perfezione non superabile e non alterabile. Non c’è dubbio che la difesa di uno spazio carico di memoria e di storia sia un segno di civiltà, e che il patrimonio architettonico e urbanistico vada protetto dalle speculazioni delle grandi corporation, capaci di leggere il territorio solo in termini di valore immobiliare e direttamente interessate a indebolire le comunità locali – ultimo argine in grado di resistere al loro potere dopo l’abdicazione degli stati. Lo sradicamento sociale genera un consumismo ossessivo, poiché se nulla può essere conservato o tramandato l’unica realtà e l’unica felicità possibili sono quelle, effimere, delle merci e dei prodotti di moda. È tuttavia errato, al limite della complicità, credere che la museificazione delle città, degli oggetti o delle idee sia una strategia efficace. Dietro tale pratica, scrivono Caliandro e Sacco, “c’è la pia illusione che una società, la quale non sia più in grado di produrre e accogliere nuova cultura, sappia conservare e tramandare la cultura che già esiste”.
È un punto fondamentale. Ci sono state più discussioni sul nuovo museo dell’Ara Pacis realizzato a Roma da Richard Meier – la prima opera di architettura contemporanea realizzata nel centro storico dalla fine del fascismo – che sulla cementificazione di tutto ciò che circonda quel centro storico, come se la storia o l’estetica riguardassero solo alcune aree designate. L’edificio di Meier può piacere o non piacere ma è un atto culturale: che induce giudizi, riflessioni, coscienza, in altre parole desiderio di approfondire, di intervenire, di dare senso alla propria esperienza. L’opposto di ciò che troppo spesso accade a chi va a visitare un museo: distrattamente e passivamente, sollecitato più che altro dal bisogno di documentare la propria presenza in quel luogo e attratto infatti, più che dalle opere esposte nelle sale (davanti alle quali i turisti si fermano di media meno di un secondo), dalle loro riproduzioni vendute nello shop. È un fenomeno di cui pochi anni fa si è occupato uno storico dell’arte contemporanea, Francesco Antinucci, in un libro che proponeva un uso virtuoso delle tecnologie virtuali (ben diverso da quello comunemente praticato) proprio per correggere la caduta verticale della comprensione della cultura, lo svuotamento della sua funzione privata e sociale. Un analogo rischio lo corrono le università: a dare ai propri utenti solo ciò che si aspettano, si innesca un circolo vizioso in cui la conoscenza, invece che un processo traumatico di superamento della propria condizione, diventa un rassicurante dispositivo di auto-conferma, in cui i cambiamenti che comunque avvengono (fanno parte dell’inesorabile legge della vita) sono tutti subìti, mai scelti. Per continuare con il caso delle città d’arte, non è vero che esse non mutino: solo che mutano “in modo da incorporare e fare propri gli stereotipi che li riguardano”. Diventano insomma simili alle descrizioni che di loro offrono le guide, non viceversa.
Italia reloaded spiega anche le ragioni per cui la società ha bisogno di una cultura proattiva, ed è in fondo la questione con cui ho aperto questa recensione: “la cultura e la creatività sono palestre naturali di preinnovazione”. È un’altra ottima intuizione: non è ragionevole aspettarsi che siano esse a salvare il mondo; chi le carica di questo compito inclina pericolosamente verso una sorta di misticismo culturale. Le soluzioni concrete spettano alla scienza, alla tecnologia, agli stati. E tuttavia nessuna soluzione è possibile senza che sia stato preventivamente creato un ambiente in qualche modo aperto al cambiamento. Tale funzione preparatoria è propria dell’arte, dell’immaginazione, della fiction. Della cultura: indice del tasso di innovazione di una società e insieme palestra o laboratorio in cui imparare a innovare e innovarsi.
Italia reloaded è un gran bel libro, e per una volta non solo di denuncia ma propositivo. Mi pare significativo che, casualmente, sia proprio con esso che la mia collaborazione con Italica giunga a termine. Questa recensione è l’ultima che apparirà su Harvard Diary, almeno come rubrica di Rai internazionale: fra i tagli imposti dal governo Monti per diminuire la spesa pubblica e, ci viene detto, impedire il tracollo dell’economia italiana e globale, c’è anche questa minuscola iniziativa. Dei suoi eventuali meriti non sta ovviamente a me parlare, se non per ringraziare Maurizio Imbriale e Elena Monopoli per la loro professionalità, sensibilità e amicizia; però non è, obbiettivamente, un buon segno che un altro spazio dedicato ai libri venga chiuso. Caliandro e Sacco hanno ragione: occorre ripartire con la cultura. Ma per farlo, e perché questa ripartenza porti da qualche parte, occorre ripartire anche con la politica, nel suo senso di ricerca (e non necessariamente definizione) di cosa siano il bene comune e la giustizia sociale. Come scrivono i nostri due autori, “la cultura ha bisogno di una società che pensa e che ama pensare”.

Riferimenti:
– Francesco Antinucci, Musei virtuali. Come non fare innovazione tecnologica, Laterza, 2007, pp. 129, euro 15,00.

Italia reloaded. Ripartire con la cultura
di Christian Caliandro e Pier Luigi Sacco
Il Mulino, 2011, pp. 146, euro 13,50

[Questa recensione fu pubblicata da “Italica”, sito di Rai Internazionale, nel dicembre del 2011]