Il sigificato dell’equità

Se a degli studenti universitari americani, in un corso di cultura generale, annunciate di voler parlare di “equity” non tanti di loro penseranno all’equità, ossia alla giustizia e significatoequity400tanto meno all’eguaglianza. Sono concetti che sono stati gradualmente emarginati dal discorso pubblico, dopo essere stati intenzionalmente estromessi dal discorso dei media e in misura crescente dagli insegnamenti di un sistema scolastico ed educativo sempre più privatizzato. Riemergono di tanto in tanto dopo clamorosi episodi di violenza razzista oppure nel campo dei diritti degli omosessuali, in entrambi i casi con una connotazione specificamente civile, senza alcuna implicazione di ordine economico. Quello dell’equità economica è un problema inespresso nell’America liberista, malgrado gli sforzi (ignorati dai grandi network e dunque dalla massa) di pensatori e analisti come Amartya Sen o Joseph Stiglitz o Robert Reich (il suo documentario Inequality for All). Neppure il movimento di Occupy Wall Street è riuscito a far prendere coscienza alla gente dell’oscena ineguaglianza creata da trent’anni di deregulation e liberismo selvaggio.
Le vittime, anzi, sono sempre più indifferenti: mi riferisco ai membri di quella classe media che una volta era la più prospera del pianeta e della storia e che oggi, impoverita, sommersa di debiti e priva di garanzie sociali, conduce un’esistenza insoddisfacente, spesso frustrante, con la sola consolazione del consumismo. Alle ultime elezioni di metà mandato, lo scorso novembre, ha semplicemente rinunciato a votare, consentendo alla destra più liberista, ampiamente finanziata da Wall Street e appoggiata dai media, di prendere il controllo del parlamento e di molti stati grazie a un numero di voti complessivamente inferiore al 20% degli aventi diritto. Con il risultato, per esempio, che in uno stato tradizionalmente progressista come l’Illinois il nuovo governatore repubblicano, appena insediato, ha subito abolito per decreto alcuni privilegi dei sindacati del settore pubblico, iniziando anche lì il loro sistematico smantellamento.
Forse qualcosa sta cominciando a cambiare ma non c’è ancora un’inversione di tendenza. L’onda lunga del neocapitalismo continua ad avanzare e a distruggere tradizioni, memorie, abitudini, forme di solidarietà.
Il nuovo governatore dell’Illinois, prima di darsi alla politica guadagnava milioni di dollari facendo l’operatore di borsa, specificamente il manager di un fondo di private equity. Ed è in quel modo che i giovani studenti che costituiranno la classe dirigente e intellettuale del prossimo futuro interpretano, anche a Harvard, la parola “equity” se viene loro proposta in classe fuori contesto e senza aggettivi. Parecchi smettono di chattare sui loro iPhone e prestano improvvisamente attenzione. Perché pensano che si stia per parlare di finanza: di “equity market”, ossia di mercato azionario, di “equity capital”, il capitale netto, di “equity financing”, finanziamento con capitale a rischio. Come fare soldi, come averne molti di più degli altri, come essere dei vincenti (che è un concetto che ha senso solo se ci sono anche molti perdenti).
Non tutti. Ci sono tanti bravi ragazzi anche negli Stati Uniti: con ideali, interessi culturali, speranze di un mondo migliore, legami di comunità. Ma non hanno una voce, un’ideologia di riferimento: non hanno parole per esprimere le loro idee né un’etica rispetto alla quale stabilire dei valori che non siano materiali. Vivono quei sentimenti in clandestinità. Il pensiero unico liberista è unico davvero: come un buco nero assorbe tutto e gli fa perdere di significato – anche libertà, democrazia, equità, sono ormai solo sinonimi della competizione per il successo e dell’avidità di denaro.
Sarà difficile uscire da quel buco, in America. In Italia siamo ancora in tempo. Ma occorre smascherare la retorica e l’ideologia liberista, denunciare le sue parole d’ordine: efficienza, meritocrazia, governabilità, visibilità, commerciabilità, produttività, che con la scusa di reali difficoltà economiche e sociali (in gran parte deliberatamente provocate dagli stessi che si accingono a risolverle a loro vantaggio) puntano a svendere i beni pubblici e comuni alle grandi corporation e ai loro ricchissimi investitori. Non fatevi ingannare dai Marchionne e nemmeno dai suoi politici, i Renzi. Rinunciare al concetto di equità in favore di quello di equity non porterà né più giustizia né più benessere o felicità alla stragrande maggioranza di noi: solo a pochi super-ricchi e ai loro cani da guardia. Come la destra repubblicana e le multinazionali capirono bene negli anni settanta, quando posero le basi del loro trionfo globale e globalista, questa è una guerra che si vince o si perde a livello culturale.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

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La parole necessarie

Il concetto che consentì il predominio culturale del PCI e che di conseguenza gli permise di imporre, benché all’opposizione, straordinarie riforme sociali dagli anni quaranta agli anni gramscipop400ottanta, fu quello gramsciano di nazionale-popolare. Esso fu precipitosamente abbandonato da una classe dirigente di incapaci nel difficile momento della caduta dell’Unione Sovietica e sostituito dai valori del necapitalismo vincente, ossia globalizzazione e individualismo, senza neppure accorgersi che si trattava di una rinuncia alla propria identità, oltre che alla propria tradizione. Purtroppo oggi le uniche parole su cui la sinista sembra concordare sono quelle di tolleranza, di accoglienza, persino di perdono, che di certo rendono migliori chi le faccia proprie (e infatti piacciono alla Chiesa) ma non servono politicamente, né ad attrarre consensi né a creare una comunità di lotta.
Fallita l’Italia drive-in di Berlusconi, si sente bisogno di contenuti: nomi che ostentano superficialità come Forza Italia o Movimento 5 Stelle non funzionano in tempi di crisi profonda. Ma la sinistra sembra non rendersene conto: Human factor è il meglio che sa inventarsi, in ritardo di dieci anni rispetto a quando avrebbe rappresentato, perlomeno, una novità (il talent show X Factor fu lanciato in Gran Bretagna nel 2004). Intanto dell’idea di nazione si sta appropriando Renzi, con la proposta di un Partito della nazione; e di quella di popolo Salvini, con la Lega dei popoli. Chissà magari Berlusconi, per non scomparire, ricomincerà a parlare di socialismo (in fondo Craxi fu un suo amico personale). E la sinistra?
La sinistra deve smetterla di avere paura delle parole, deve smetterla di voler accontentare tutti. I dirigenti che il coraggio non ce l’hanno e manco se lo possono dare, si tolgano dai piedi. Serve un partito che dia fastidio ai buonisti, che spaventi i benpensanti, che irriti i media perché in grado di parlare al popolo direttamente, dunque capace di un vero populismo; allo scopo di ridare al popolo un senso di appartenenza a una comunità, a una nazione.

Analisi testuale di un colpo di stato

I quotidiani hanno obbedientemente riportato per intero e generalmente senza commenti il “comunicato congiunto” rilasciato da Renzi e Berlusconi dopo il loro incontro. Alcuni giornalisti l’hanno renziducetto400usato per fare un po’ di gossip e di culto della personalità (cose in cui i media si stanno specializzando) cercando di dedurre dal tono e linguaggio del breve testo gli umori dei due padroni della politica italiana. Quello che a me invece il loro tono e linguaggio rivela è un colpo di stato in preparazione. Che come sempre comincia a livello di parole: perché se passano inosservate, se non provocano alcuna reazione, se vengono accettate come ovvie o necessarie, è un segno che le condizioni sociali e politiche esistono per effettuare il colpo di mano e sovvertire l’ordinamento dello stato. Credo che Renzi e Berlusconi si stiano persuadendo che la contingenza sia appunto a loro favorevole e che un ritardo potrebbe modificarla.

Particolarmente rilevante è il primo paragrafo del comunicato, in cui vengono poste le basi teoriche e programmatiche della successiva risoluzione. Eccolo: “L’Italia ha bisogno di un sistema istituzionale che garantisca governabilità, un vincitore certo la sera delle elezioni, il superamento del bicameralismo perfetto, e il rispetto tra forze politiche che si confrontino in modo civile, senza odio di parte”.
È una frase sciatta, scritta male, in cui si cerca contemporaneamente di parlare in modo autorevole (“sistema istituzionale”, “bicameralismo perfetto”) e colloquiale (“un vincitore”, “la sera delle elezioni”), come solitamente fa chi tiene in poca considerazione sia le istituzioni che la gente e dunque non reputa necessario assumere uno stile rigoroso e coerente. La segretezza in cui l’incontro si è svolto e il fatto che sia stato privato e personale (una gravissima irregolarità tollerata da media e intellettuali) ha evidentemente nuociuto alla qualità del comunicato: né Renzi né Berlusconi sanno scrivere o parlare bene, nessuno dei due ha cultura, sofisticatezza, vera intelligenza; e i loro più stretti collaboratori sono dei lacchè che mai oserebbero contraddire il padrone, ammesso che fossero in grado di farlo.

Analizziamo dunque da vicino la frase di apertura del comunicato congiunto:
L’Italia ha bisogno”. In democrazia, quello di cui ha bisogno l’Italia lo deve decidere l’Italia. Votando in elezioni tenute secondo le regole sancite dalla Costituzione. Come si sa, invece, le elezioni del 2013 sono state condotte con i criteri stabiliti dalla Legge Calderoli (il Porcellum) che assegnava un premio di maggioranza e toglieva ai cittadini la possibilità di esprimere preferenze: tutte e due norme che sono state giudicate incostituzionali dalla Consulta. Da un punto di vista costituzionale è un abuso che un parlamento delegittimato invece di sciogliersi e restituire al popolo la decisione crei esso stesso una nuova legge elettorale (l’Italicum 2) e per di più la modelli in modo da accontentare proprio coloro che delle norme incostituzionali hanno maggiormente beneficiato. Forse ancor più osceno è il fatto che la maggioranza necessaria per perpetrare questo abuso venga artificiosamente costituita aggregando le due forze che nelle scorse elezioni erano contrapposte, ignorando il fatto che i cittadini che in quell’occasione votarono per Bersani (e non per Renzi, altra anomalia) chiaramente intendevano escludere Berlusconi dal potere e viceversa, non avallare quello che un tempo si sarebbe chiamato inciucio (ma i media non usano più la parola, di fatto legittimando la pratica).
Un sistema istituzionale che garantisca governabilità”. Governabilità è uno di concetti inventati dal liberismo selvaggio per eliminare la possibilità di controlli etici o giuridici dell’operato dei potenti. Ma l’incompetenza e arroganza di Renzi e Berlusconi li ha portati a esprimere in modo fin troppo trasparente e brutale quell’arbitrio. La divisione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) che per secoli è stata a fondamento dello stato di diritto è liquidata distrattamente, in poche parole. Secondo il primo ministro in carica l’intero sistema istituzionale ha lo scopo di assicurare la preminenza dell’esecutivo invece di vigilare contro le sue eventuali prevaricazioni. Parlamento e magistratura diventano secondari, meri strumenti della governabilità, ossia dell’autorità del governo. Guarda caso, il suo.
Un vincitore certo”. Ecco l’ossessione liberista per la vittoria. Il mondo si divide in “winners” e in “losers”, chi vince e chi perde, chi ha successo e chi non ce l’ha. E chi vince deve avere tutto, chi perde nulla, a prescindere dalle circostanze. Le virtù e i diritti non contano nulla: se chi vince non aveva qualità, poco importa; la vittoria trasforma i suoi limiti o i suoi crimini in meriti. Interessante anche l’aggettivo: “certo”. Non basta che sia un vincitore: bisogna che sia certo, certificato, indiscusso. Renzi, da buon democristiano, ha paura dell’incertezza e proprio non capisce la straordinaria forza innovativa e creativa che viene dal dubbio e dal dissenso. Lui vuole dogmi, assolute certezze. Lo avete sentito parlare o discutere? Mai un’apertura, un’indecisione, un ripensamento, il sospetto di potersi sbagliare. Si sbaglia e contraddice continuamente ma ogni sua affermazione è assoluta.
La sera delle elezioni“. Ansia che non dovrebbe riguardare la politica e tanto meno lo stato o il popolo italiano ma solo i canali di news. Renzi e Berlusconi danno voce al desiderio dei network dell’informazione di proporre sempre “breaking news” da consumare istantaneamente, e poco importa che siano frettolose e inaccurate; è un’esigenza di audience, si sa che se ci si inoltra troppo in là nella notte la gente se ne va a dormire e se trascorre un’intera giornata senza risultati comincia a occuparsi d’altro.
Il superamento del bicameralismo perfetto”. Questa frase l’ha di sicuro scritta Renzi: è tipicamente sua l’ipocrisia di far finta che ciò che lui sta spietatamente distruggendo sia invece la base di uno sviluppo, di un perenne progresso verso il futuro (il suo). Si noti inoltre il fatto che invece di dire, positivamente, quale sistema parlamentare si vuole adottare, e doverne dunque spiegare i meriti, il comunicato si limita a dire cosa vuole rottamare, immagino sul presupposto renziano che ogni cosa più vecchia dell’iPhone sia superata.
Forze politiche che si confrontino in modo civile”. Da sempre la definizione di cosa sia civile è argomento di aspri disaccordi e da sempre l’imposizione di una specifica idea di civiltà è la caratteristica dei regimi totalitari e integralisti. Quale sarebbe il “modo civile” di confrontarsi? Per i conservatori è la deferenza nei confronti dei potenti e l’osservanza dei loro decreti, comunque emanati. Secondo me invece un comportamento civile è pagare le tasse, non guadagnare troppo più degli altri, avere cura dell’ambiente, non dire menzogne e neppure cazzate, accettare e apprezzare la diversità di opinioni, praticare la solidarietà sociale, rispettare la Costituzione. A livello politico, comunque, il solo fatto di ipotizzare la necessità di buone maniere è una mossa autoritaria. Se Renzi o Berlusconi leggessero qualche libro invece di guardare solo il loro tablet o la tv, gli consiglierei il Saggio sulla libertà di Mill, in cui il grande filosofo difese la libertà di espressione e di associazione (non solo quella di coscienza e di pensiero), anche quando offendessero la sensibilità altrui. Ma cosa pensa davvero Renzi lo si deduce dal suo stretto rapporto di amicizia con il finanziere Davide Serra, quello che vorrebbe drasticamente limitare il diritto di sciopero e manifestazione.

Lo scopo finale dell’accordo fra Renzi e Berlusconi è esplicitato nel penultimo paragrafo: “Questa legislatura che dovrà proseguire fino alla scadenza naturale del 2018 costituisce una grande opportunità per modernizzare l’Italia”. Tralascio il fatto che la durata delle legislature non dipende dalla volontà dei padroni dei partiti ma da quella del Parlamento e del popolo italiano. L’obbrobrio è quanto segue. Una “grande opportunità”? Che significa? Renzi e Berlusconi parlano dello stato come se fosse un’impresa privata con fini di lucro, che cerca dunque di avvantaggiarsi in qualunque modo e in qualunque occasione offerta dal mercato. Lo stato non approfitta di opportunità: lo stato realizza il bene dei cittadini sulla base di programmi e del mandato ricevuto alle elezioni. Soprattutto, lo stato non decide le sue politiche sulla base di presunte e non meglio definite contingenze. Il comunicato allinea frasi vuote, che sia Berlusconi che Renzi si sono abituati a pronunciare in talk show di network compiacenti, senza mai dover rendere conto di ciò che affermavano. Ma sono frasi che rivelano le loro intenzioni. “Modernizzare l’Italia”: in che senso? Nel senso di renderla simile o uguale al paese moderno per antonomasia, gli Stati Uniti? Nel senso di traghettarla nel liberismo solo perché i media, tutti posseduti dalle grandi corporation e a esse deferenti, lo descrivono come una condizione attuale e necessaria? Serve ben altro che un proposito vago e male espresso per giustificare uno stravolgimento della Costituzione e delle tradizioni sociali di un paese.

Il paragrafo finale condensa e ribadisce le mostruosità contenute nel resto del comunicato: “Anche sui fronti opposti, maggioranza e opposizioni potranno lavorare insieme nell’interesse del Paese e nel rispetto condiviso di tutte le Istituzioni”. Maggioranza e opposizioni, in democrazia, non lavorano “insieme”: si contrappongono, in modo da offrire ai cittadini una scelta. Quel “lavorare insieme” che Renzi e Berlusconi auspicano congiuntamente, prelude alla lottizzazione. Ci sono pochissimi casi di consociativismo virtuoso nel mondo, e tutti in comunità profondamente divise da antichi conflitti etnici o religiosi. Inoltre il consociativismo virtuoso garantisce rappresentanza a tutti i gruppi, non solo a quelli che condividono le scelte del governo. Per non dire che il consociativismo deve essere scelto dal popolo, non imposto.
Quanto all’“interesse del Paese”, sta al Paese decidere quale sia, non a una coppia di prepotenti, uno dei quali condannato per evasione fiscale e l’altro mai eletto a un pubblico ufficio se non al secondo turno a sindaco di una città di trecentomila abitanti. Infine l’ipocrisia conclusiva: il rispetto delle istituzioni (ma loro scrivono la parola con la maiuscola). Preteso da chi, senza rispettare la sentenza della Corte Costituzionale che invalidava le elezioni e dunque la loro stessa posizione, si appresta a modificare a proprio piacimento la Costituzione. Se questo non è un colpo di stato spiegatemi come dovrei chiamarlo.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

Le parole del presidente

A quanto pare Giorgio Napolitano si dimetterà fra un paio di mesi. È una buona notizia. A succedergli potrebbe essere un personaggio altrettanto mediocre e politicamente peggiore vicarofbray400ma difficilmente qualcuno in grado di danneggiare la credibilità delle istituzioni e del sistema democratico quanto ha fatto lui. Perché il nuovo presidente, chiunque sia, rappresenterà in modo evidente i gruppi di potere che lo avranno sostenuto, come era sempre accaduto nella storia della Repubblica, da Einaudi a Ciampi: l’irredimibile colpa di Napolitano è di avere tradito le aspettative generate dalla sua provenienza dall’opposizione storica, primo presidente con un passato nel partito comunista. Uno storico inglese, Perry Anderson, lo ha per questo definito un “Vicar of Bray” (rappresentato nell’immagine qui sopra), ossia un opportunista, uno che cambia bandiera, ideologia e retorica a seconda della convenienza. Nessuno, a sinistra, si faceva illusioni, mettiamo, su Giovanni Leone, eletto con i voti dei fascisti. Ma quando fu eletto Sandro Pertini con i voti del PCI qualcosa di diverso ce la si aspettava: e Pertini ripagò la fiducia. Provate a leggere i suoi discorsi.
I discorsi di Napolitano testimoniano invece lo svuotamento liberista del linguaggio politico: il suo stile non è quello di Silvio Berlusconi ma gli effetti sono analoghi. In un momento in cui da un uomo della sua generazione e con il suo passato ci si sarebbe aspettata una difesa dei valori che i padri costituenti avevano eretto a difesa della nostra fragile democrazia per prevenire tentazioni autoritarie e derive plutocratiche, ha invece contribuito alla loro banalizzazione, rivelandosi il politico ideale per sdoganare l’antipolitica del neocapitalismo.
Ecco cosa ha detto, per esempio, nel suo ultimo intervento, letto il 4 novembre in un’occasione importante, la festa dell’unità nazionale (cito dal testo ufficiale pubblicato sul sito del Quirinale): “Vi è il rischio che, sotto la spinta esterna dell’estremismo e quella interna dell’antagonismo, e sull’onda di contrapposizioni ideologiche pure così datate e insostenibili, prendano corpo nelle nostre società rotture e violenze di intensità forse mai vista prima”. Questa frase in particolare l’hanno ripresa molti giornali e telegiornali, sempre riportandola per intero e alla lettera: perché se avessero provato a parafrasarla o riassumerla avrebbero finito col dover ammettere che non significa nulla. Così invece sembra suggerire qualcosa: un indistinto senso di allarme, di urgenza, non basato su analisi o prove ma capace di agire al livello psicologico più superficiale, quello dei pregiudizi, delle reazioni istintive, lo stesso a cui fa appello buona parte della pubblicità e della propaganda. Si tratta fra l’altro di una frase brutta, priva di stile, mal costruita, con un lessico impreciso: come fa qualcosa a essere contemporaneamente “sull’onda” (ossia in un momento favorevole) e “datata”? E in che modo una contrapposizione può essere definita “insostenibile”?
La retorica delle classi dominanti non è sempre stata così trasandata. Un bel libro di Gabriele Pedullà, Parole al potere (BUR), ha analizzato storicamente l’evoluzione del discorso politico italiano da Cavour a Berlusconi, con un’ampia antologia di testi. La sua conclusione è che quella lunga tradizione, la quale a sua volta si fondava sui classici dell’oratoria greca e latina, si sia improvvisamente interrotta negli ultimi decenni e che fra il nostro presente e il passato, anche quello prossimo, si sia creato un fossato profondo. Colpa dei nuovi media e delle nuove tecnologie, suggerisce Pedullà. Ma il suo libro è del 2010: prima dell’avvento di Renzi, prima cioè che la trasformazione della politica in gossip venisse portata a compimento e rivelasse, con una trasparenza resa possibile dall’arroganza di chi si crede il vincitore assoluto, le sue più profonde motivazioni. I media e la tecnologia sono solo mezzi e potrebbero essere usati in maniera diversa. È il neocapitalismo liberista a essersene appropriato e ad averne fatto lo strumento con cui imporre la sua egemonia culturale. Non sono insomma la televisione o internet a richiedere banalità, superficialità, omogeneizzazione: sono i ricchi e le loro corporation, ai quali serve un mondo in cui la naturale tendenza umana alla solidarietà e all’eguaglianza sia sostituita da un individualismo estremo compensato, a soddisfare quel bisogno di socialità, da un consumismo compulsivo di massa. Renzi è, in Italia, il messia di questa svolta liberista, molto più di quanto lo sia stato Berlusconi. E Napolitano è stato il suo Giovanni Battista.
Torniamo al suo discorso del 4 novembre: “Vi è il rischio…”. Come negare, in generale, che ci sia un rischio? C’è il rischio di uscire per strada e venire colpiti da un fulmine, c’è il rischio che uno psicopatico si convinca che per salvare il mondo occorra tagliare la gola a tutte le donne che portano una borsa verde, c’è il rischio che il riscaldamento globale provochi catastrofici maremoti. Sono rischi di uguale livello? Diffidate sempre di chi parla di pericoli senza specificare se siano infinitesimali o probabili, immediati o proiettati in un lontano futuro, concreti o accademici. Il suo fine è invariabilmente creare paura, ossia la condizione necessaria e sufficiente per allentare la vigilanza della gente e approfittarne per defraudarla dei suoi diritti.
Un’altra caratteristica della propaganda è usare concetti decontestualizzati, come se significassero sempre la stessa cosa, a prescindere dalle circostanze. L’“estremismo” di cui parla Napolitano, per esempio, del quale in una frase successiva lamenta la “perversa forza attrattiva”: di che si tratterebbe? Dell’Isis, molto di moda a livello mediatico? Ma in quel caso perché non nominarlo direttamente? Già il concetto di terrorismo si presta ad abusi: ma perché mai avere convinzioni estreme sarebbe inevitabilmente causa di apocalittiche rotture e non piuttosto di proficui confronti? Democrazia significa accettare i conflitti, anche radicali, nella convinzione che non solo sia possibile risolverli attraverso il dialogo ma che siano indispensabili per il progresso sociale e l’innovazione. Invece Napolitano non teme solo il pericolo dell’estremismo esterno: anche quello dell’“antagonismo” interno. È una posizione molto grave. L’antagonismo è la linfa vitale della democrazia e solo i più biechi totalitarismi lo impediscono. Cosa auspica, Napolitano, la fine dei contrasti? il trionfo dell’ortodossia, dell’impero, dell’omologazione? il monopolio di un’unica “forza attrattiva”, quella del denaro, del consumismo, della pubblicità? Stessa cosa per le “contrapposizioni ideologiche” che condanna subito dopo: come possono essere un male, un problema? Purtroppo questa aspirazione al conformismo, questa ideologia del consenso, non è semplicemente senile: è un elemento fondamentale del neocapitalismo e un indice della profonda avversione del liberismo per i meccanismi che generano pluralismo e dissenso, visti come ostacoli alla governabilità e al successo immediato.

[Il saggio di Perry Anderson citato sopra è stato ripubblicato nel suo volume L’Italia dopo l’Italia. Verso la terza repubblica (Castelvecchi, 2014)].

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

Il potere delle parole

Perché mai credete che Renzi se ne sia uscito con l’idea di un Partito della Nazione? Perché le sue riforme stanno obiettivamente e intenzionalmente indebolendo lo stato italiano e il poteredelleparoleSQ400trattato con gli Stati Uniti di cui è acceso sostenitore (il TTIP) affosserà ulteriormente l’autonomia del paese. Chiude l’Agnesi? L’Alitalia viene svenduta agli Emirati Arabi? E allora Renzi, mentre fa una politica globalista e anti-nazionale, sfoggia una retorica nazionalista, che i media si premurano di amplificare. A uso e consumo dei tanti che, anche fra coloro che lo votano e sostengono, si sentono ancora italiani prima che liberisti, persino quando non gioca la nazionale di calcio.
Mica come il suo grande sostenitore Sergio Marchionne, cresciuto in Canada e residente in Svizzera per non pagare le tasse: il quale del fatto che la Fiat fosse italiana se ne ricorda solo quando deve chiedere contributi allo stato ma poi sposta la sede legale a Amsterdam e quella fiscale a Londra e le fabbriche in Serbia o ovunque possa sfruttare i lavoratori (quelli che nello stabilimento di Kragujevac fanno le 500 per il mercato americano prendono 306 euro al mese con turni fino a 12 ore). Da qualche mese Marchionne ha anche cambiato nome all’impresa eliminando dall’acronimo quell’inutile connotazione geografica, “italiana”: invece di Fabbrica Italiana Auto Torino (FIAT), Fiat Chrysler Automobiles (FCA), in inglese, un nome più adatto a una corporation quotata a Wall Street.
Cosa fa allora Renzi? Previene l’indignazione nazionalista degli italiani riempiendo i giornali e le televisioni di un nazionalismo virtuale. Perché tanto la gente, finché non viene toccata direttamente da un evento, quell’evento lo giudica solo attraverso la sua descrizione verbale. Soprattutto oggi, in tempi di imperialismo mediatico; con l’ulteriore vantaggio che la contrazione dei discorsi in brevissime frasi e slogan (gli spot, gli sms, i tweet) non richiede elaborazioni teoriche o spiegazioni, basta buttare lì la parola. Come scrisse in una sua poesia il grande Eugenio Montale: “Mi dissi: / Buffalo! – e il nome agì”.
Le parole agiscono, anche da sole. Hanno un’aura di significato, di implicazioni, hanno poteri evocativi e emozionali. Persino Renzi, il superficiale Renzi, lo sa: forse lo ha capito partecipando ai telequiz di Mike Bongiorno, forse registrando l’effetto che facevano su di lui le pubblicità del Maxibon o del formaggio Philadelphia. La sinistra vera, a quanto vedo, non l’ha capito. Altrimenti non avrebbe così paura di utilizzare parole come comunismo o addirittura socialismo, parole pesanti, che agiscono, e che proprio per questo sono state ostracizzate dal neocapitalismo vincente. E al loro posto si accontenta, la sinistra, di eufemismi che non trasmettono nulla. “Sinistra Ecologia Libertà”, che emozioni può provocare? Di sinistra si crede persino Maria Elena Boschi (quella che pensa, testuale, che “essere di sinistra significa anticipare il futuro” e preferisce Fanfani a Berlinguer), l’ecologia la s’insegna persino nelle università americane, e la libertà, per carità, è la scusa di ogni abuso liberista. Oppure “Lista Tsipras”? Mi dissi: Tsipras! – e il nome agì?!?
Il 28 maggio del 1922, nei mesi in cui le violenze squadriste contro operai, sindacalisti e organizzazioni socialiste stavano preparando, con la complicità della stampa borghese, la Marcia su Roma, il ventunenne Piero Gobetti pubblicò sul suo settimanale La rivoluzione liberale una breve nota sull’importanza delle parole. Le parole, scrisse, “sono veramente una mitica forza”. L’unica forza che, in quel momento, potesse opporsi a quella dei manganelli e del denaro: a patto però di restituire a esse un contenuto di “sostanza umana”, di fondarle su un pensiero. Altrimenti la “chiacchiera” del fascismo avrebbe reso impossibile l’analisi e il giudizio, reso tutto equivalente e insignificante: “Di quanto è difficile il pensare ed è facile il parlare, di tanto si è propagato il fascismo”.
La stessa considerazione vale, oggi, per il liberismo renziano. Che pensa molto poco ma parla tanto, e a forza di frasi senza contenuto si propaga. Non possiamo permettergli di monopolizzare e svuotare il linguaggio, di trasformarlo in un rumore di fondo: perché, a differenza della destra capitalista, la sinistra egualitaria non ha altre armi e altre risorse. La sinistra ha bisogno del linguaggio. Di un linguaggio lucido, di immagini rigorose, di metafore efficaci, fondate su un pensiero in cui si riconosca e che la definisca, e non semplicemente di una retorica che la faccia diventare altro da sé in cambio della speranza di vincere le elezioni. La sinistra deve tornare a pronunciare parole forti, parole umane, autentiche, diverse. Parole che non cerchino il facile consenso degli indifferenti e degli ignavi bensì “agiscano”, creino azione e dunque dissenso e contrasti, indispensabili premesse del senso di appartenenza a un popolo, a una società di eguali. Al partito della nazione virtuale di Renzi e ai suoi spot plastificati va contrapposto un partito delle nostre reali comunità e della loro lingua.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

Politica e cazzate

In un saggio di quasi trent’anni fa, pressoché ignorato finché confinato in una rivista accademica ma diventato popolare quando pubblicato autonomamente nel 2005, il filosofo renziavenezia500americano Harry Frankfurt analizzò il tipo di discorso che in inglese si usa definire “bullshit” e in italiano “cazzate” (“stronzate” nell’edizione Rizzoli). Filosoficamente una cazzata è un discorso non vero ma neppure falso: perché a chi lo fa la verità è del tutto indifferente (mentre importa al mentitore, che sa cosa sia vero) e gli interessa soltanto il vantaggio personale – per esempio ottenere l’attenzione o la fiducia di chi ascolta, a qualsiasi costo. Per questo motivo, concludeva Frankfurt, i cazzari sono molto più pericolosi dei bugiardi.
Cazzate se ne sono sempre dette: tutti ne dicono qualcuna e ci sono persone che, di solito perché non capaci di discorsi più seri o perché poco disposte a informarsi, cercano di affermarsi, e a volte ci riescono, solo attraverso di esse. Alcuni cazzari hanno fatto fortuna, soprattutto in politica ma non solo. Non per questo la cazzata era finora diventata una virtù: doveva in qualche modo fingersi attendibile. Ecco, la mia impressione è che a sdoganarla, oggi, sia stato il liberismo: al quale conviene che anche i discorsi, come già i prodotti, non abbiamo alcuna validità intrinseca ma solo contingente, che in altre parole siano giudicati solo a posteriori, in base al loro successo di mercato. Qualsiasi idiozia diventa insomma autorevole nella misura in cui viene consumata o ottiene una certa visibilità, spesso misurata in termini di clic o di like su internet. In questo modo chi ha più denaro, e così la possibilità di controllare direttamente i media o di comprarne i favori e la pubblicità, ha sempre ragione.
Un esponente di questa politica fondata sulle cazzate è Matteo Renzi. Sbaglia chi ne tema solo le privatizzazioni e gli attacchi allo stato sociale, condotti con una brutalità che mai sarebbe stata consentita ai governi DC o a quelli berlusconiani. Ancor più grave è che Renzi stia distruggendo la politica e che tutti i suoi discorsi e programmi abbiano l’inconsistenza e irresponsabilità delle cazzate – nel senso filosofico di cui sopra.
Non mi pagano per studiarlo e non mi diverte farlo. Per cui non lo ascolto ogni volta che parla – nessuno lo fa, parla continuamente. Ma tanto dice sempre le stesse cose. Questa volta ho dunque scelto di analizzare un singolo discorso, abbastanza lungo e significativo perché tenuto al congresso “Digital Venice”, pochi mesi fa. Il tema dell’innovazione era centrale e a Renzi, come si sa, piace giocare la parte del giovane rottamatore. (Ho inserito il video al termine dell’articolo; oppure cliccare qui per vederlo).
Cominciamo dalla scelta della lingua. Renzi avrebbe potuto parlare in italiano, con un interprete a tradurre simultaneamente le sue parole. Ha preferito l’inglese, a quanto pare studiato a spese dei contribuenti e non a poco prezzo. Ora, sforzarsi di esprimersi in una lingua che si parla male è un atto di gentilezza e rispetto nei confronti degli ospiti internazionali solo se fatto con umiltà, consapevoli dei propri limiti e dunque sforzandosi di dire l’essenziale con concisione e semplicità. Altrimenti diventa una manifestazione di arroganza e una presa in giro. Purtroppo Renzi non sembra sapere cosa siano il rispetto, l’umiltà e la semplicità. Ha infatti parlato in maniera raffazzonata, spesso inconcludente e a volte incomprensibile, senza essersi preparato adeguatamente e pensando di poter supplire con la faciloneria, la supponenza, qualche infelice battutina e continui ammiccamenti.
Ma perché stupirsi? Da sempre Renzi compensa la mancanza di rigore ostentando sicurezza e spacciando i propri difetti per qualità. Lo ha fatto anche all’inizio di questo discorso, in modo esplicito anche se continuamente, come gli capita di frequente, perdendo il filo del discorso e passando ad altro: “Questo è un meeting in cui i politici non sono… Io non sono… non sono il relatore… il relatore ufficiale, preparato… molto, ehm… un modo tradizionale di affrontare i… ehm…, meeting ufficiali”. Prepararsi, informarsi, è cosa antiquata, tradizionale, da rottamare: vuoi mettere la spontaneità.
Il resto del discorso conferma che di digitale Renzi sa molto poco e neppure ha mai provato a informarsi: usa Twitter, i media ce lo ripetono ogni giorno, e temo che l’ammirazione dei suoi genitori e di altri amici tecnologicamente illetterati lo abbia sinceramente convinto di essere un genio dell’informatica. Invece è solo un provinciale e un dilettante. Rivolgendosi a esperti del settore, ha propinato disarmanti banalità come se fossero proposte originali ma soprattutto ha intessuto proposizioni senza senso. Ecco qualche esempio: “Noi ci siamo davvero (“really”) impegnati a rendere più bella la globalizzazione” (1:28). E che significa? Oppure: “La nostra ambizione è diventare leader non nell’Europa delle istituzioni ma nell’Europa dei popoli, perché l’Italia può essere leader, e questa è l’ambizione del mio governo” (8:26). Un cortocircuito mentale e nessun dettaglio né su come si diventi leader né su cosa precisamente sarebbe un “leader dei popoli”.
Altre due perle: “È mia opinione personale che noi siamo, davvero (“really”), brave persone (“good guys”), e persone fortunate, solo perché abbiamo un’opportunità” (1:55). Ancora: “Ho scelto Venezia per questo evento, perché, davvero (“really”), con internet, la rete, con ICT, abbiamo perso… questa è la mia opinione personale… il tempo e lo spazio; davvero (“really”), viviamo ogni giorno senza passato [“past”, pronunciato però come “pasta”] e futuro” (3:32). La sua opinione personale? (Il sintagma è sempre pronunciato incrociando drammaticamente le braccia sul petto, a garantire l’intima origine del pensiero). Delle ovvietà del genere sarebbero un’opinione personale? Ma già l’uso reiterato, ossessivo, dell’avverbio “really” dovrebbe mettere in sospetto.
E così via. Purtroppo non c’è niente di comico in questo campionario di aria fritta. Al contrario, sono frasi che dovrebbero allarmare. Per la loro trivialità ma soprattutto perché sviliscono la ragione, il linguaggio, riducono la comunicazione, ossia la facoltà più propriamente umana e sociale, a rumore. Si tratta insomma di una deliberata strategia di svuotamento dei contenuti: la chiarezza e la logica costringono a una certa misura di coerenza; le improprietà e le allusioni oblique deresponsabilizzano, rendono tutto equivalente, il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, i profittatori e le loro vittime.
Ascoltate tutto il discorso: di tecnologia digitale Renzi non parla praticamente mai. Si riempie invece la bocca di parole come “democrazia” e soprattutto “libertà” e “gente” (“people”) ma è evidente che per lui sono solo suoni. Storia ed eventi personali hanno lo stesso valore. Come quando s’imbarca nella spiegazione di cosa sia l’Europa: “L’Europa non è soltanto un luogo economico. L’Europa è la libertà di movimento” (17:20). In che senso? Movimento dei disoccupati creati proprio dall’euro? degli immigrati illegali? dei capitali? delle merci, peraltro tutte fabbricate in Cina o Bangladesh? o dei turisti, che possono andare a Parigi e Berlino senza passaporto e controlli doganali? Comunque a quel punto s’impappina: dietro la libertà di movimento non vede altro. E si rifugia nei ricordi privati: “L’Europa è la stessa… ehm, uhm… Nella mia esperienza personale [mani portate al petto] l’Europa è mia mamma che piange davanti alla televisione quando… ehm, lei… lei…, lei ha sentito… quanto il muro di Berlino fu distrutto dalla gente. Per me, per mia madre, l’Europa è esattamente questo momento”. Momento di pausa, solenne. E poi l’anticlimax: “Per mio figlio l’Europa è la Champions League”. Passato e futuro dell’Europa attraverso le sensazioni di due generazioni di Renzi.
My God. Neanche De Amicis era mai caduto così in basso. Filosoficamente parlando, Renzi sta cercando di rendere il cazzeggio una virtù. Anche questo lo afferma in modo chiaro, quando dice che il rischio dei politici è perdere tempo con gli esperti (6:50). Da buon demagogo pensa che sia importante solo convincere la gente, e da buon demagogo cattolico pensa di avere una buona novella da diffondere. È un grave errore sottovalutarlo. È un egocentrico e come tale non potrà mai essere dissuaso o persuaso, neppure con l’evidenza. Perché le sue certezze e il suo sapere si fondano su un vuoto autoreferenziale.
La conclusione del discorso di Renzi è emblematica: “E ora è il momento del pranzo!” Seguono gli applausi, di cortesia ma anche di conferma di uno stile ormai accettato e condiviso dalla classe dirigente: il cazzeggio come svuotamento della politica. In quella sala c’era gente che sembrava più informata di lui ma nessuno ha aperto bocca per dire l’ovvio: che l’imperatore era nudo, che ciò che aveva detto erano chiacchiere confuse e senza sostanza.
Per loro la fine del discorso del capo era il momento del lunch. Per noi quello di cominciare a preoccuparci seriamente e possibilmente agire. Quando il vuoto non è solo nello stile e nelle forme della politica ma diventa un programma, la fine della democrazia è pericolosamente prossima.

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[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

Parole vuote e parole pesanti

Banalmente chic scegliere una radio francese per criticare i radical chic italiani. “I radical chic in Italia hanno deciso che io non sono di sinistra”, ha tuonato Matteo Renzi da Parigi. Chissà a chi si parolepietreSQriferiva: credevo che si fossero estinti da almeno una generazione.
Di radical chic parlò per la prima volta lo scrittore Tom Wolfe, quello del Falò delle vanità, nel 1970, riferendosi a una forma di snobismo e conformismo caratteristica dei decenni della contro-cultura, prima del grande riflusso nell’individualismo e del trionfo economico del neocapitalismo. I primi a venire cooptati dal sistema furono proprio i radical chic, facilmente riciclati come celebrity in cambio di ciò che da sempre desideravano: denaro e attenzione. Questo, già negli anni ottanta. Ma è tipico dei demagoghi attaccare persone o ideologie che ormai non hanno alcun potere o rilevanza: e a posteriori, senza rischiare nulla, attribuirsi il merito della loro rottamazione.
Per continuare a giocare la parte del rottamatore pur essendo un conservatore, Renzi deve far credere che il mondo sia sempre quello della sua gioventù. Ci spiega: “Avevo 14 anni quando mia madre guardava in TV il muro di Berlino che cadeva. E ricordo che mi parlava del suo mito politico, che non era un comunista italiano ma era Bob Kennedy”.
Un inciso: perché mai sua madre, che era ed è sempre stata un’integralista cattolica, fervente antiabortista della prima ora, avrebbe dovuto avere un comunista come mito politico? Ovvio che fosse un Kennedy, cattolico, giovane, un simbolo dell’America libera che contrastava il totalitarismo materialista dell’Unione sovietica (allora il materialismo era un peccato capitale: non come adesso, che è una grande conquista del Mercato). Che poi fossero stati assassinati, sia Bob che JFK, era ancora più vantaggioso: i màrtiri non fanno politica ma possono essere usati per fare la politica che gli si vuole attribuire.
Renzi fa finta che le battaglie da combattere siano sempre quelle: che ci sia ancora un muro di Berlino da abbattere. In modo che la gente non si accorga che le grandi speranze generate da quell’evento sono state tradite, precisamente da conservatori come lui e sua madre, che aspettavano nell’ombra (e davanti alla TV) l’occasione per approfittare dei risultati di lotte portate avanti (nelle piazze) da altri.
Che i radicali non fossero necessariamente di sinistra lo hanno dimostrato, in Italia, le tristi vicende di Marco Pannella e Emma Bonino, per anni fiancheggiatori di Berlusconi. Ovunque in Occidente, la deriva verso politiche radicali di nicchia (quelle che in inglese si chiamano “single-cause issues”) ha oggettivamente indebolito il movimento progressista inducendo la gente a rinunciare alla solidarietà e alla ricerca di faticosi compromessi, alla disciplina di partito e a ideali collettivi, e applicare invece anche nell’impegno sociale i princìpi fondamentali del liberismo, ossia la concorrenza, l’individualismo, il profitto personale. Quanto alle persone chic, il solo fatto di ambire alla distinzione (esplicitata dalle griffe e dagli status symbol), li rende estranei alla sinistra: la cui unica irrinunciabile caratteristica è la priorità assegnata all’eguaglianza, in particolare quella economica.
Però il fatto che i radical chic non fossero di sinistra non significa che lo sia l’antiradicale e poco chic Renzi. Ce lo dice lui stesso (senza accorgersene, come spesso gli capita): “La sinistra deve cambiare se vuole rimanere sinistra”. Se oltre a SMS e tweet leggesse anche qualche libro avrebbe evitato una frase del genere. Perché ricorda da vicino quella, una volta famosa, del Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Che è la consueta strategia dei conservatori, il loro marchio DOC (e DC): prevenire reali riforme facendone di fittizie e inutili, che lascino inalterati gli effettivi rapporti di potere. Renzi è il burattino italiano del grande capitalismo globalista (i Marchionne), che per continuare a espandersi dopo avere dilapidato le immense risorse naturali e umane accumulate in milioni di anni dalla natura e in millenni dalle civiltà, ha ora bisogno di appropriarsi di tutti i residui beni comuni e sociali, inclusi quelli che aveva concesso ai popoli per tenerli buoni e lontani dalla tentazione del comunismo.
Per fermare Renzi e il capitalismo globalista di certo non basterebbero gli ambigui radical chic di un tempo andato per sempre; che peraltro si sarebbero venduti al miglior offerente in cambio di un’apparizione in un talkshow ad alto indice di ascolto. Servono organizzazione, chiarezza, vigilanza, rigore. Anche a livello linguistico. Il liberismo vuole assuefarci a discorsi vuoti, a cambiamenti solo a livello d’immagine, e così convincerci che la conversazione (etimologicamente, “trovarsi insieme”) e la compassione (“patire insieme”) siano inutili, che le comunità e il senso di appartenenza e di collaborazione siano illusioni, che l’empatia e l’impegno siano segni di debolezza e l’unica cosa che conta sia il bisogno di prevalere, di affermarsi, di avere di più degli altri.
Questa guerra la si vince o la si perde a livello di media, di comunicazione, di linguaggio. Contro la deriva nella superficialità le parole della sinistra devono tornare a essere pietre.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left Turn sulla VOCE di New York].