A ferro e fuoco

Bisogna stare attenti a usare le parole, a prescindere dalle proprie convinzioni su un determinato argomento, altrimenti si svuota il linguaggio della sua capacità di imporre ferroefuoco400coerenza e razionalità ai dibattiti e si accetta la degenerazione della politica in gossip, l’arma vincente del liberismo.
I media sono in questo senso davvero dei cattivi maestri: “Milano a ferro e fuoco” hanno intitolato La Repubblica e quasi tutti i quotidiani. Questa la definizione dell’espressione sul Grande dizionario della lingua italiana: “sterminio e devastazione per mezzo di armi e di incendi”. Applicarla a incidenti che non hanno provocato neanche un ferito e in cui a bruciare sono state solo alcune automobili è puro sensazionalismo, deliberata manipolazione. I giornalisti di un paio di generazioni fa, alla Montanelli, si sarebbero ricordatii di Tito Livio, che nella sua storia di Roma usò varie volte la locuzione, sempre per indicare una rovina totale: “Ferro flammaque omnia absunta”. E avrebbero dunque evitato di inflazionarne e banalizzarne il significato: perché è molto rischioso gridare al lupo quando il lupo non c’è.
Ma oggi i classici non li legge nessuno, tanto meno gli arrampicatori sociali e i venditori di fumo mediatico. E la gente si è abituata a quel fumo. Per molti le uniche emozioni sono a telecomando: di breve durata, non lasciano traccia (non sono vere esperienze ma loro surrogati virtuali, una sorta di pornografia dell’informazione), però possono essere ripetute frequentemente, oggi per una decapitazione in Siria (purché di un occidentale), domani per un’epidemia in Africa (purché ci sia almeno un caso in Europa), ieri era una strage in Ucraina (purché attribuibile ai filorussi). L’empatia si consuma su avvenimenti remoti e non ne resta più per quelli locali e concreti: il precetto evangelico di amare il proprio prossimo (con gli impliciti rischi di costruire un rapporto di solidarietà, addirittura un partito) è stato sostituito dal precetto liberista di amare solo chi sia lontano, a distanza di sicurezza da pericolose forme di aggregazione e responsabilità.
In molti articoli e in moltissimi post ho letto l’accusa ai black bloc milanesi di avere “distrutto la città”. Un’iperbole, ma non sembra che tutti quelli che l’hanno usata se ne rendessero conto: e purtroppo credere alle figure retoriche, trasformarle in dati di fatto, è l’indice del successo della propaganda. Per distruggere una città serve un inferno di fuoco come quello atomico su Hiroshima o quello convenzionale su Dresda; certo non un paio di molotov. Oppure serve, molto più frequentemente, una speculazione edilizia impunita e incontrollata. Al di là della seconda guerra mondiale e di qualche terremoto, gli unici veri, enormi, irreversibili danni subìti dalle città italiane sono stati provocati dal capitalismo, con la sistematica tolleranza per l’abusivismo, con piani urbanistici demenziali o disattesi, con la disneyficazione di alcune aree e l’abbandono di altre. Tutti i cortei, pacifici o accompagnati da scontri, che sono avvenuti nell’ultimo secolo, hanno provocato, nel loro insieme, danni irrilevanti al patrimonio culturale e architettonico e molto limitati alla proprietà pubblica e privata. Niente a che vedere con le gravissime conseguenze della cementificazione, dell’incuria ambientale (pensate solo all’inondazione in Liguria di pochi mesi fa), del degrado di interi quartieri, della canalizzazione delle risorse su progetti di facciata (tipo l’Expo) invece che sulla tutela del territorio.
I black bloc non hanno lasciato nemmeno uno sgraffio permanente sul volto di Milano, come i neri in rivolta non l’hanno lasciato su quello di Baltimora; le oscene cicatrici che vediamo, e che non potranno essere cancellate, le ha fatte la cieca avidità di un sistema che al denaro ha sacrificato le tradizioni, i valori, la storia e il senso di appartenenza e che fa finta di ricordarsene solo quando ragazzi senza passato e senza futuro si ribellano come possono, come sanno.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York con il titolo “Milano e l’Expo a ferro e fuoco, ovvero la propaganda liberista all’attacco”]

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La cultura della Resistenza

Tutte le feste sono principalmente feste della memoria. Come i simboli, esse servono a preservare nel presente esperienze passate, a ricordarci che siccome furono possibili una 25aprile400volta sono possibili ancora. Per questo i regimi cercano di cancellare o svuotare di significato le feste e i simboli elaborati da precedenti sistemi sociali, politici o economici, e a sostituirli con i propri: perché un effettivo controllo del popolo lo si raggiunge solo quando si riesca a convincerlo di vivere nel migliore dei mondi possibili, e che qualunque alternativa sia irrealizzabile o addirittura inesistente. Così funziona anche il liberismo: il cui immenso potere modellizzante, ossia la sua capacità di indurre comportamenti e consumi uniformi a livello globale, in misura senza precedenti, presuppone l’appiattimento della vita sull’attualità e la trasformazione delle tradizioni e delle culture in prodotti di consumo come gli altri, privi cioè di una carica differenziale. La cultura del successo a cui ci stiamo abituando non ha bisogno di regole (si fonda infatti su una radicale “deregulation”) e tanto meno di una morale, ed è dunque incapace di trasgressione: a contare è sempre e solo il risultato, quale che sia e comunque raggiunto, tanto viene retroattivamente caricato di valore e di merito. I vincenti sono i migliori e lo erano anche prima.
A lungo il 25 aprile ha simboleggiato qualcosa di molto diverso: non tanto la Liberazione quando l’esercizio della libertà, non tanto la vittoria della Resistenza quanto la pratica di una cultura della resistenza. Che non nacque quando nel 1943 molti giovani si rifiutarono di continuare a combattere a fianco dei tedeschi e preferirono andare in montagna, diventare “di parte” – partigiani. La cultura della resistenza era nata parecchi anni prima, quando il partito comunista e altri gruppi sconfitti dal fascismo decisero di non arrendersi e di non rassegnarsi, malgrado la repressione poliziesca e l’obiettiva ampiezza del consenso ottenuto da Mussolini. Consapevoli di non poter abbattere il regime in tempi brevi, si dedicarono all’analisi della situazione storica e culturale, alla riflessione sulle cause della propria disfatta, all’elaborazione di un’ideologia, all’organizzazione e preparazione di militanti che, quando l’occasione di fosse presentata, potessero approfittarne.
Cultura della resistenza è innanzi tutto capacità di comprendere che la vita e la storia umana sono soggette a imprevisti, neppure troppo infrequenti e che mettono in crisi anche i sistemi più solidi e le più sedimentate abitudini e convinzioni, aprendo improvvisi spazi di intervento. Spazi improvvisi e brevissimi: quando si presentano non c’è tempo per improvvisare una strategia di intervento: bisogna averla già pronta.
In questo senso il simbolo della cultura della resistenza è Antonio Gramsci. Fisicamente fragile e malato, chiuso in una prigione fascista da cui sapeva che non sarebbe mai uscito, in un’Europa che si spostava sempre più a destra, dirigente di un partito che in pochi anni era crollato da più di quarantamila iscritti a meno di seimila, Gramsci non smise di studiare, meditare, scrivere. Anche se non gli permettevano di leggere i libri che avrebbe voluto, anche se per evitare la censura non poteva usare certe parole e certi concetti, anche se non poteva essere certo che i quaderni su cui annotava le sue idee sarebbero usciti dal carcere. Non so se davvero Mussolini disse che occorreva impedire alla mente di Gramsci di funzionare; di sicuro la resistenza di Gramsci fu di non smettere mai di pensare.
Di non abbandonare mai il suo impegno. È una delle sue frasi più celebri: pessimismo della ragione, ottimismo della volontà. La cultura della resistenza richiede entrambi questi registri. Inizialmente quello analitico, che non può che condurre a una valutazione critica della situazione esistente: c’è tanta ingiustizia al mondo, tanta ineguaglianza, tanta violenza, e ci sono sempre state. Una negatività che potrebbe portare al fatalismo e all’indifferenza e che invece diventa stimolante se non resta fine a sé stessa ma al contrario innesca un desiderio di azione condivisa, di partecipazione. È questo ottimismo dell’azione e della solidarietà che il 25 aprile ha a lungo celebrato: una festa della liberazione dall’oppressione ma soprattutto dalla rassegnazione, dal conformismo, dalla paura di cambiare davvero. Una festa di cui oggi abbiamo disperato bisogno.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

La cultura come emergenza

Centinaia di curiosi a vedere e fotografare la Barcaccia a piazza di Spagna, che è sempre stata lì ma a parte pochi turisti nessuno ci faceva caso; al massimo la gente ci si sedeva barcaccia400attorno per mangiare il gelato. Dubito che i nuovi appassionati sappiano qualcosa della sua storia, per esempio che per la prima volta una fontana fosse costruita come un’unica composizione scultorea. A interessarli sono solo i piccoli pezzi mancanti, gli sfregi effettuati dai teppisti olandesi – e peccato che la fontana sia stata ripulita, con i rifiuti faceva ancor più “evento”. E i giornalisti tutti lì a fotografare i curiosi che fotografano, e a riempirsi la bocca di cultura, loro, che la confondono con il successo e che infatti ordinariamente preferiscono dedicare la loro attenzione a Fabio Volo o a Mario Balotelli o a Cinquanta sfumature di grigio.
È che ormai i media parlano soltanto di novità o di emergenze o di celebrity, tutto ciò insomma che sia appiattito sul presente e che debba essere consumato in pochi giorni, in modo da poter passare subito alla successiva novità, emergenza o celebrità. L’idea di classico, tradizione e bene comune è completamente avulsa dalla loro mentalità: per questo gli articoli dei quotidiani sulla fontana di Bernini suonano così falsi, così vuoti, così ipocriti. Altrimenti, oltre che di quei danni, si sarebbero magari dovuti occupare della rovina in cui dopo il terremoto di cinque anni fa è stato abbandonato il centro storico dell’Aquila, uno dei più ricchi d’Italia, con le sue cento chiese; oppure dello scempio di Pompei, i cui reperti, dopo essere stati estratti dal terreno che li aveva preservati per millenni, giacciono esposti alle intemperie, al degrado e ai furti (qualcuno ricorda che nemmeno un anno fa fu staccato da un muro e trafugato l’affresco di Artemide?) per mancanza di fondi, che ci sono per comprare gli F35 ma si sa con la cultura non si mangia.
Si mangia invece con la pseudo-cultura del turismo di massa, quello che permette alle mega navi da crociera di sfiorare San Marco, che trascura l’educazione e si inventa grandi mostre e esposizioni più o meno universali, e che induce milioni di persone a visitare il centro di Firenze come se fosse Disneyland, senza alcuna preparazione e dunque senza ricavarne niente, se non un selfie davanti al David (generalmente la copia di Piazza della Signoria ma che differenza fa? e poi davanti all’altro i selfie se li fa solo Renzi insieme ad Angela Merkel) per dimostrare agli amici di esserci stati.
Invece che denigrarli, quei tifosi olandesi andrebbero invitati all’Aquila o a Pompei o in uno qualsiasi dei tanti siti del nostro straordinario patrimonio storico e artistico, e opportunamente riforniti di birra: chissà che dopo che avranno rotto un mattone o due qualcuno si muova e faccia qualcosa per salvare quei monumenti; o che almeno per qualche ora i benpensanti italiani si sentano sufficientemente oltraggiati da staccarsi dalla tv per tornare a guardare e conoscere le loro città.

[Chi voglia riflettere in modo non superficiale su cosa davvero sia un patrimonio culturale, invece di ascoltare le banalità in diretta di Sgarbi vicino alla fontana (all’interno della recinzione che la proteggeva, ovviamente, a non mancare l’occasione di ostentare i propri privilegi) legga il bel libro di Pier Luigi Sacco e Christian Caliandro, Italia reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino, 2011). Questa la mia recensione al libro].

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

Il sigificato dell’equità

Se a degli studenti universitari americani, in un corso di cultura generale, annunciate di voler parlare di “equity” non tanti di loro penseranno all’equità, ossia alla giustizia e significatoequity400tanto meno all’eguaglianza. Sono concetti che sono stati gradualmente emarginati dal discorso pubblico, dopo essere stati intenzionalmente estromessi dal discorso dei media e in misura crescente dagli insegnamenti di un sistema scolastico ed educativo sempre più privatizzato. Riemergono di tanto in tanto dopo clamorosi episodi di violenza razzista oppure nel campo dei diritti degli omosessuali, in entrambi i casi con una connotazione specificamente civile, senza alcuna implicazione di ordine economico. Quello dell’equità economica è un problema inespresso nell’America liberista, malgrado gli sforzi (ignorati dai grandi network e dunque dalla massa) di pensatori e analisti come Amartya Sen o Joseph Stiglitz o Robert Reich (il suo documentario Inequality for All). Neppure il movimento di Occupy Wall Street è riuscito a far prendere coscienza alla gente dell’oscena ineguaglianza creata da trent’anni di deregulation e liberismo selvaggio.
Le vittime, anzi, sono sempre più indifferenti: mi riferisco ai membri di quella classe media che una volta era la più prospera del pianeta e della storia e che oggi, impoverita, sommersa di debiti e priva di garanzie sociali, conduce un’esistenza insoddisfacente, spesso frustrante, con la sola consolazione del consumismo. Alle ultime elezioni di metà mandato, lo scorso novembre, ha semplicemente rinunciato a votare, consentendo alla destra più liberista, ampiamente finanziata da Wall Street e appoggiata dai media, di prendere il controllo del parlamento e di molti stati grazie a un numero di voti complessivamente inferiore al 20% degli aventi diritto. Con il risultato, per esempio, che in uno stato tradizionalmente progressista come l’Illinois il nuovo governatore repubblicano, appena insediato, ha subito abolito per decreto alcuni privilegi dei sindacati del settore pubblico, iniziando anche lì il loro sistematico smantellamento.
Forse qualcosa sta cominciando a cambiare ma non c’è ancora un’inversione di tendenza. L’onda lunga del neocapitalismo continua ad avanzare e a distruggere tradizioni, memorie, abitudini, forme di solidarietà.
Il nuovo governatore dell’Illinois, prima di darsi alla politica guadagnava milioni di dollari facendo l’operatore di borsa, specificamente il manager di un fondo di private equity. Ed è in quel modo che i giovani studenti che costituiranno la classe dirigente e intellettuale del prossimo futuro interpretano, anche a Harvard, la parola “equity” se viene loro proposta in classe fuori contesto e senza aggettivi. Parecchi smettono di chattare sui loro iPhone e prestano improvvisamente attenzione. Perché pensano che si stia per parlare di finanza: di “equity market”, ossia di mercato azionario, di “equity capital”, il capitale netto, di “equity financing”, finanziamento con capitale a rischio. Come fare soldi, come averne molti di più degli altri, come essere dei vincenti (che è un concetto che ha senso solo se ci sono anche molti perdenti).
Non tutti. Ci sono tanti bravi ragazzi anche negli Stati Uniti: con ideali, interessi culturali, speranze di un mondo migliore, legami di comunità. Ma non hanno una voce, un’ideologia di riferimento: non hanno parole per esprimere le loro idee né un’etica rispetto alla quale stabilire dei valori che non siano materiali. Vivono quei sentimenti in clandestinità. Il pensiero unico liberista è unico davvero: come un buco nero assorbe tutto e gli fa perdere di significato – anche libertà, democrazia, equità, sono ormai solo sinonimi della competizione per il successo e dell’avidità di denaro.
Sarà difficile uscire da quel buco, in America. In Italia siamo ancora in tempo. Ma occorre smascherare la retorica e l’ideologia liberista, denunciare le sue parole d’ordine: efficienza, meritocrazia, governabilità, visibilità, commerciabilità, produttività, che con la scusa di reali difficoltà economiche e sociali (in gran parte deliberatamente provocate dagli stessi che si accingono a risolverle a loro vantaggio) puntano a svendere i beni pubblici e comuni alle grandi corporation e ai loro ricchissimi investitori. Non fatevi ingannare dai Marchionne e nemmeno dai suoi politici, i Renzi. Rinunciare al concetto di equità in favore di quello di equity non porterà né più giustizia né più benessere o felicità alla stragrande maggioranza di noi: solo a pochi super-ricchi e ai loro cani da guardia. Come la destra repubblicana e le multinazionali capirono bene negli anni settanta, quando posero le basi del loro trionfo globale e globalista, questa è una guerra che si vince o si perde a livello culturale.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

L’altra guancia

Papa Francesco ha detto che chi offende gli altri non può non aspettarsi una reazione: “È vero che non si può reagire violentemente”, ha spiegato; però se qualcuno “dice una parolaccia papafrancescopensarecontro la mia mamma gli spetta un pugno, è normale”.
Come…? non si offre più l’altra guancia?… hanno ironizzato i giornali. Ma hanno torto. L’altra guancia, evangelicamente, la deve offrire quello che si è preso il pugno, non chi lo ha dato in risposta a una prevaricazione.
Non sono solo battute, quella del papa e la mia. Perché Bergoglio ha detto due cose importanti e non banali, ben diverse dalle chiacchiere vuote fatte da politici e opinionisti dopo l’attacco di Parigi.
La prima è che agli insulti ingiustificati, ossia quelli scagliati da chi è forte o si sente forte contro chi è debole, occorre reagire, perché l’abuso non contrastato si trasforma in un sistema di oppressione. E a intervenire non deve essere necessariamente lo stato, preoccupato dell’eventuale infrazione alla legge, bensì direttamente la gente, preoccupata dell’infrazione alla morale; o ancor meglio le vittime stesse, come atto di resistenza all’ingiustizia e all’ineguaglianza. “È naturale”, ha detto il papa.
Il buonismo e la correttezza politica generalizzata (ossia come obbligo esteso a tutti e non solo ai potenti) sono due dei più efficaci strumenti di controllo culturale praticati del neocapitalismo liberista: che proibisce a chi subisce il danno di ribellarsi promettendo in cambio pace sociale e sicurezza – o più spesso l’illusione della pace e della sicurezza.
Il secondo punto del papa è che un pugno non è violenza. Lo diventa quando a darlo è il più forte, che dunque arrogantemente riafferma la sua superiorità e pretende obbedienza. Ma solo in quel caso. Altrimenti è uno dei tanti gesti che caratterizzano l’interazione umana, come i baci, le strette di mano, gli schiaffi. Violenza è cercare di uccidere o arrecare gravi lesioni: qualsiasi codice penale è consapevole della differenza e la definisce ma il liberismo buonista fa finta che non esista. A suo vantaggio.
Avrete notato che ieri, pochissimi giorni dopo la manifestazione parigina durante la quale i potenti della Terra (quelli che fanno reprimere alla polizia le manifestazioni contro di loro) hanno gridato “Je suis Charlie”, la Francia ha cominciato ad arrestare persone (finora un centinaio) applicando una nuova legge che criminalizza l’apologia della violenza terroristica. Penso anch’io che ci siano discorsi che non sono legittimi: l’esaltazione del nazismo, per esempio, o la pianificazione di un attentato o di una strage, o la promozione di ideologie razziste, fondate sul mito della superiorità biologica di un gruppo, di una etnia, di un paese. Ma se non si specifica cosa sia violenza, se non si restituisce alla parola un significato preciso e limitato, la sua proibizione diventa uno strumento di repressione indiscriminata, che può essere usato dai governi per intimidire l’opposizione e le minoranze.
Negli Stati Uniti il senso estensivo assegnato al concetto consente alle autorità di prevenire e sopprimere il dissenso. Indire uno sciopero selvaggio, rifiutarsi di obbedire alle forze dell’ordine, occupare un luogo pubblico o, peggio, privato, sono violenza. Entrare in contatto fisico con i poliziotti è violenza e legittima qualsiasi loro reazione, incluso l’uso di armi da fuoco e da guerra. Per questo negli Stati Uniti i criminali e i folli sparano e ammazzano con tanta facilità: perché non fa differenza.
Invece dovrebbe fare differenza. La parola violenza dovrebbe essere riservata ad azioni che provocano danni gravi o irreversibili. A meno che (lo ripeto a evitare contestazioni banali) non siano compiute da chi abbia potere o comunque si trovi in una condizione di chiara superiorità. Chi ha potere è tenuto ad alti standard di autocontrollo. Ma non chi subisce quotidianamente ingiustizie e cerca di protestare. Spaccare una vetrina è un reato e deve essere punito, anche se era della Deutsche Bank: ma non è violenza. E non può essere reato sostenere che la gente dovrebbe continuare a spaccare le vetrine delle sedi della Deutsche Bank finché la Deutsche Bank non la smette di rapinarci per arricchire pochi investitori.
Si giunge all’assurdo che chi dopo gli attacchi di Parigi ha urlato che bisognava fare una guerra e sterminare tutti i musulmani che non si fossero piegati è stato considerato un patriota; mentre chi ha detto di essere contento di quello che era successo perché si è sentito vendicato delle tante sopraffazioni subite è stato considerato un terrorista e incriminato. Senza curarsi minimamente del fatto che il primo atteggiamento esprimeva disprezzo per gli inferiori; il secondo, disprezzo per chi disprezza.
Il liberismo svuota le parole, le desemantizza: con il preciso scopo di lasciare il loro significato all’arbitrio dei giornali e dei telegiornali, tutti ormai al soldo delle grandi corporation. Violenza è uno dei loro termini preferiti: una parola passe-partout che può indifferentemente indicare un genocidio o una decapitazione o un uovo tirato contro il primo ministro o un coro da stadio, ma non per esempio un bombardamento effettuato con droni, anche se accidentalmente uccide chiunque si trovasse nelle vicinanze.
Papa Francesco ha ragione: un pugno è un pugno e la violenza è un’altra cosa: “non si può reagire violentemente” ma dare un pugno sì. Chissà quanti fra i giornalisti che hanno ironizzato sulla sua battuta citando il Vangelo si sono andati a rileggere il discorso della montagna (Luca, 6, 17-38, detto anche discorso della pianura per distinguerlo da quello riportato da Matteo), da cui avevano tratto quella famosa frase. È il discorso più rivoluzionario di Gesù: “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio”; “Ma guai a voi, ricchi, perché avete la vostra consolazione”. È questo il contesto in cui va analizzata l’esortazione a offrire l’altra guancia. L’intero discorso è rivolto a chi ha di più: “a chi ti sottrae il mantello non negare anche la tunica”, “date a prestito senza sperare nulla”, “a chi ti chiede, dà”. Spetta ai ricchi, ai potenti dare la propria tunica e il proprio mantello, prestare senza interesse il proprio denaro, donare a chi chiede. I poveri hanno altre dure prove da superare ma non quella della generosità, perché la vita non è stata generosa con loro. Come aveva capito e cantato Fabrizio De André in uno dei suoi più grandi album, La buona novella, nel “Testamento di Tito”: “Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi / che hanno una donna e qualcosa”.
Il liberismo fa finta che tutti siamo uguali, che tutti abbiamo più o meno le stesse opportunità, che il successo premi i migliori; e pretende che gli altri accettino di buon grado la selezione naturale operata dal Libero Mercato (con le iniziali maiuscole). Invece no. Solo chi opprime o offende i deboli deve offrire l’altra guancia quando viene colpito in ritorsione; è l’unico modo per riuscire a entrare nel regno dei cieli: “Date e vi sarà dato”, chiede Gesù a chi può dare. Ma chi è oppresso ha il diritto di reagire, di ribellarsi, non con la violenza ma di certo con un pugno. Un pugno chiuso contro l’ingiustizia.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

La maledetta domenica di Renzi

“Mi sento un po’ come Al Pacino in Ogni maledetta domenica”, ha spiegato Renzi. Ha ragione, ma non nel senso che crede lui. Perché del film di Oliver Stone, tipicamente, non ha capito anygivensunday400niente e l’unica cosa che vi ha colto (ammesso che l’abbia visto: dura due ore, secondo me ha guardato solo qualche clip su YouTube) è del tutto marginale, ossia il discorso con cui Tony D’Amato, l’allenatore della squadra di football dei Miami Sharks, cerca di caricare i suoi giocatori prima della partita decisiva.
Stone stava in realtà denunciando la vuotezza di quella retorica e in generale di quel mondo, i cui principi etici (in questo caso, sportivi) e legami di lealtà erano ormai sul punto (la pellicola è del 1999) di essere completamente soppiantati dalla nuova ideologia economica, il neoliberismo, e dal suo culto del denaro, del successo, delle celebrity. Renzi proprio non s’è accorto che questo era un “morality play”, come lo definì il recensore del New York Times. Un dramma allegorico in cui i giocatori venivano esplicitamente paragonati a gladiatori romani (con l’inserimento di spezzoni da Ben Hur e un cammeo di Charlton Heston) e dello sport come spettacolo di massa erano denunciati l’avidità, la volontà di potenza e i miti maschilisti di potenza fisica e sessuale.
Se ne fosse reso conto, Renzi avrebbe fatto meglio a non proporre quell’accostamento con Al Pacino. Innanzi tutto perché il personaggio da lui interpretato, il vecchio allenatore D’Amato, rappresentava il passato che i giovani rampanti (il quarterback Willie Beaman, astro nascente amato dai media, o l’ambiziosa proprietaria dei Miami Sharks, interpretata da Cameron Diaz) intendevano scalzare. Ma soprattutto perché alla fine, con mossa a sorpresa, D’Amato abbandonava la squadra per andare a guidare un’altra società, portando per di più con sé quello che fino ad allora era stato il suo antagonista, Beaman, la giovane promessa, lasciando presagire futuri successi ottenuti adattandosi al nuovo clima sportivo ed economico.
Quale migliore rappresentazione del trasformismo e opportunismo di Renzi, dimostrato dal ribaltamento dell’opposizione a Berlusconi in una salda alleanza se non amicizia? O della subdola scalata al Pd e il successivo tradimento operato nei confronti dei suoi militanti? O della vuotezza dei suoi discorsi, che al pari di quello di D’Amato prima della partita decisiva, hanno solo lo scopo di convincere, non di vincolare, e possono essere dimenticati o rinnegati subito dopo?
In questo senso Renzi è davvero l’Al Pacino di Ogni maledetta domenica: uno che vuole al tempo stesso essere ammirato per i valori tradizionali di cui si dice portatore e che però l’unica cosa a cui realmente ambisce è il successo e per ottenerlo non ha alcuno scrupolo a rinnegare quei valori. Un vero liberista. Ma dubito che il presidente del Consiglio in carica intendesse rivelare così candidamente la sua autentica personalità. Più probabile che il suo egocentrismo, ancora una volta, gli abbia impedito di dare a un’esperienza che non lo riguardava, come il film di Stone, un’attenzione non superficiale.
Addirittura più imbarazzante è che l’inopportunità del paragone non sia stata notata da nessuno dei tanti giornalisti che quotidianamente ci riferiscono e fanno l’esegesi di ogni parola di Renzi, come di un testo sacro. Spero si sia trattato di servilismo; la spiegazione alternativa è ancora più deprimente, e cioè che siano altrettanto superficiali del loro padrone.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

La contradizion che nol consente

Il liberismo non è solo un sistema economico. È un sistema ideologico, una struttura mentale. Che si basa su un unico principio, molto semplice: chi ha avuto successo, non importa GuidodaMontefeltrocome, meritava di averlo. Il giudizio morale è in sostanza a posteriori: i valori non esistono in sé ma solo come attributi del potere, del denaro e della celebrità. Ovviamente a queste condizioni non ha senso parlare di etica; per la contradizion che nol consente, avrebbe detto Dante: una virtù retroattiva è vuota come un’assoluzione preventiva.
Però i liberisti non leggono Dante: molti di loro si definiscono conservatori e parecchi affermano di credere in Dio e di appartenere a una Chiesa. Mentono: non intendono conservare nulla, tanto meno i classici, e non credono in nulla al di fuori di sé stessi. Più di qualsiasi altro regime della storia il neocapitalismo liberista disprezza e sistematicamente distrugge il passato, le tradizioni, l’ambiente, le comunità. Perché il liberismo pretendere di essere la realtà, l’unica realtà, l’unico pensiero; e il passato, le tradizioni, l’ambiente e le comunità testimoniano la possibilità di alternative: e non come sogni o utopie ma come esperienze già accadute e dunque possibili.
In altre epoche la resistenza contro gli abusi e la violenza del potere doveva fondarsi sulla promessa di un mondo nuovo. Il consumismo globalista ha reso inefficace questa promessa, abusandone: ogni giorno la sua pubblicità e i suoi media inventano nuovi desideri, propongono nuovi futuri, garantiscono magnifiche sorti e progressive. Per questo un’efficace lotta contro il neocapitalismo non potrà che essere etica e culturale: una lotta per i beni comuni, i valori comuni, le memorie comuni.