Comunità e fascismo

Faccio una facile previsione: se a sinistra non si ricostituisce al più presto un forte partito che ponga al centro della sua ideologia e azione l’eguaglianza e la difesa dei beni comuni e dellle comunità (che è cityisis400esattamente ciò che socialismo e comunismo significavano, anche etimologicamente), saranno il fascismo e l’integralismo a occupare quel vuoto facendosi carico della resistenza contro globalizzazione e liberismo. “Forte” partito non significa maggioritario: basta una minoranza che però faccia una seria opposizione, senza compromessi e senza ambiguità.
Leggevo sul New York Times di mercoledì che i lobbisti dei maggiori istituti finanziari (a cominciare da Citi) hanno convinto (leggi: corrotto) i legislatori di vari stati americani a consentire, in deroga a regolamenti federali e al buon senso, prestiti ad altro tasso di interesse a chi è troppo povero per garantire la propria solvibilità e dunque si troverà costretto (legalmente!) ad accettare qualunque richiesta del creditore, inclusa la cessione di proprie proprietà o del proprio lavoro a prezzi stracciati. Usurai, sarebbero stati chiamati un tempo: nella Divina Commedia li trovate ovviamente all’Inferno, nel terzo girone del settimo cerchio, seduti su un sabbione arroventato con una borsa al collo, sotto una pioggia di fuoco. Ma i lobbisti americani e i loro padroni sono ancora peggiori degli strozzini condannati da Dante: perché per arricchirsi oscenamente (i profitti di Citi in quel settore sono cresciuti del 31% in un anno) specificamente selezionano la fascia più debole della società, coloro che dovrebbero ricevere sussidi e aiuti per affrancarsi dalla loro condizione di indigenza, e invece vengono spremuti anche delle loro ultime risorse.
Solo un sistema ormai completamente amorale può tollerare simili comportamenti; che non solo fanno inutilmente del male a chi già soffre ma minano alle fondamenta la società stessa. Infatti, nella stessa prima pagina del giornale di mercoledì, un altro articolo parla della diffusione dell’Isis in Tunisia. Ovvio. L’Isis è una banda di fascisti ma resiste agli abusi del neocapitalismo e alla liquidazione dell’etica e delle culture in nome del consumismo. Non a caso nel proprio nome ha incluso la parola “Stato” (al-Dawla al-Islāmiyya, “Stato islamico”): ripropone cioè l’idea di nazione e di comunità spirituale per contrastare l’imperialismo materialista delle corporation, ciò che eufemisticamente ci siamo abituati a chiamare globalizzazione.
La tattica preferita dal liberismo è anestetizzare la gente, renderla indifferente, passiva, rincoglionirla di videogiochi, reality show e news, che alla fine sono la stessa cosa: esperienze virtuali, emozioni a telecomando. Ma sanno bene, i ricchi, che non riusciranno mai a controllare tutti e che la spaventosa ineguaglianza economica che stanno creando provocherà disperazione e rabbia, all’inizio in piccoli gruppi ma poi di massa. Per questo stanno smantellando le democrazie e creando, con la scusa del terrorismo, stati di polizia, immense strutture di intercettazione e vigilanza, armi in grado di colpire dal cielo in ogni luogo e momento; e media pronti a giustificare qualsiasi violenza repressiva in nome della difesa della libertà di consumare e di sognare di diventare una celebrity.
La destra estrema non crede però che basterà. Sta scommettendo sul prossimo avvento di una società post-globale, in cui gli istinti tribali della gente (una prima forma di civiltà, più progredita della legge della giungla) riemergeranno e travolgeranno ogni ostacolo. I fascisti e gli integralisti hanno un progetto, offrono la speranza di un futuro diverso a chi non se la sente di competere a livello planetario, a chi non è abbastanza forte o avventuroso per accettare tutte le novità, a chi per crescere ha bisogno di tempo, a chi sente la necessità di una comunità in cui trovare la propria identità e qualche forma di protezione, di garanzia, di stabilità, di morale. È un progetto di destra, fondato su miti di superiorità etnica o di eccezionalismo culturale e su sentimenti negativi, di sospetto o paura per la differenza. Ma dov’è un progetto di comunità alternativo, di sinistra?

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

Individui e società

Eguaglianza non è omologazione, che è invece l’obiettivo del consumismo. Eguaglianza è negazione della preminenza dell’individuo sulla società, ideologia che sempre si traduce nella applewaitingline400preminenza di pochi individui su tutti gli altri. Ed è anche, l’eguaglianza, il principio essenziale e irrinunciabile di qualsiasi programma davvero di sinistra. Per cui rassegnarsi al dogma liberista che siamo delle monadi governate dall’interesse personale e solo da quello, comporta una resa incondizionata all’intero sistema del capitalismo globalista, dalla privatizzazione del settore pubblico al culto del denaro e del successo, alla sistematica distruzione dell’ambiente. Significa anche diventare complici del progressivo sdoganamento delle più asociali pulsioni umane, un tempo incluse fra i vizi capitali, ossia la superbia, l’avidità e l’avarizia.
Ancora al mondo ci sono valori che le tengono in scacco: l’etica, la cultura, la solidarietà. Ma sono sotto attacco. Il pensiero unico liberista li sta minando e riempiendo il vuoto da loro lasciato con una rinnovata versione della legge della giungla, secondo la quale a vincere sono i vincenti, che sarebbero coloro che casualmente si ritrovano con caratteristiche o doti vantaggiose in una specifica contingenza; una regressione verso uno stadio di primitivo (e infantile) egocentrismo che già Thomas Hobbes aveva teorizzato (homo hominis lupus) e che dovette essere posticipata a causa della resistenza opposta dal socialismo e dal comunismo.
Quell’originario programma è ora in via di realizzazione. A un prezzo. Serve una quantità enorme di egemonia per far scordare alla gente la sua naturale esigenza di relazioni e di comunità: non basta controllare i media, occorre renderli onnipresenti e farli apparire come l’unica fonte di esperienze significative – esperienze virtuali, manipolabili e falsificabili. Un compito immane, per perseguire il quale serve una quantità enorme di risorse, che i potenti si procurano dissipando quelle naturali e umane. Come a dire che i beni comuni vengono espropriati e sperperati per dissolvere l’idea del bene comune.
Il postulato chiave dell’ideologia liberista è che la frammentazione della società contemporanea decreti il trionfo dell’individualismo, e che questa deriva non sia una scelta o un’opzione bensì una necessità storica, se non biologica. Persino pensatori acuti e fortemente critici come Zygmunt Bauman ci sono cascati: la sua descrizione di una modernità “liquida” è un’implicita accettazione di quel postulato, e non è un caso che Bauman sia ampiamente citato dai media e rispettato dagli opinionisti di destra. Ma cosa c’era di più frammentario del mondo medievale, con l’incastellamento da cui hanno originato le diversissime comunità d’Europa e i loro molteplici costumi e linguaggi? La frammentazione non genera individui: al contrario, istituisce vincoli di appartenenza, che sono forti proprio in quanto locali.
Il declino delle nazioni e la possibilità di aggregare gruppi di interesse anche a distanza, grazie a internet e ai social media, potrebbe in altre parole dare vita a nuove forme di associazione, a nuove modalità di collaborazione e condivisione. Ma solo se, come dicevo all’inizio, non si accetta l’equivalenza tra frammentazione e individualismo. Le migliaia di ragazzi in fila per comprarsi l’iPhone 6 nel momento stesso che arrivava nei negozi sono state spacciate come una conferma della ritirata generazionale nel sé, un ennesimo esempio del riflusso nel privato che per la destra ha sancito, negli anni ottanta, la fine della lunga ondata collettivista. Mentre a me sembra evidente che quei ragazzi in fila siano il sintomo di un disperato, irrisolto, forse inconsapevole bisogno di valori comuni.
Non è solo per procurarsi mano d’opera a buon mercato e indebolire le organizzazioni dei lavoratori che il neocapitalismo induce le migrazioni di massa: direi anzi che il fine principale sia sradicare quei milioni di miserabili dalle loro collettività di provenienza e usarli per creare tensioni nelle collettività di destinazione. Così per i capitali, le fabbriche, gli uffici, i prodotti culturali: la delocalizzazione è il mantra liberista precisamente perché annienta le comunità.
Ogni organismo ha le sue patologie e le società umane includono, da sempre, minoranze di egoisti che si ritengono superiori agli altri e dunque meritevoli di speciali privilegi (è il modo in cui il filosofo Aaron James definisce gli assholes, gli stronzi), anche quando per ottenerli o mantenerli rischino di distruggere l’ambiente naturale e sociale di cui fanno parte. Il loro problema è che si credono dèi. Il nostro problema sono loro: da sempre la lotta per l’emancipazione e l’eguaglianza è una lotta per radere al suolo l’Olimpo ed estinguere i privilegi degli individui sostituendoli con i diritti di tutti.
Ripeto, è questa la battaglia decisiva. I media al servizio delle grandi corporation e i loro intellettuali da salotto o da talk show vogliono convincerci, devono convincerci, che l’individualismo sia il nostro destino. Non è vero: dobbiamo dirlo ma dobbiamo innanzi tutto crederlo. Numerosi test psicologici (un esempio è il gioco dell’ultimatum) dimostrano che la netta maggioranza della gente ha un istintivo senso di giustizia e di equità. La dimensione umana è intrinsecamente sociale e qualche millennio di civiltà ha rafforzato, non attenuato, il desiderio di relazioni e l’inclinazione alla partecipazione. È compito della sinistra, di una versa sinistra, difendere, proclamare e diffondere questa aspirazione all’eguaglianza.

[Ho fatto riferimento ai libri di Thomas Hobbes, Leviatano, Bompiani; Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, e La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli; e Aaron James, Stronzi. Un saggio filosofico, Rizzoli.]

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

Le radure della civiltà

Tutta la storia della civiltà è la storia della conquista di una durata. Di una lunga durata. A scienzanuovaquesto serve la religione, a questo serve l’arte, a questo servono i monumenti, le tradizioni, la memoria personale e quella collettiva. Ad aiutarci a pensare oltre il nostro presente, oltre le immediate necessità, a darci la speranza che ciò che facciamo di buono e di bello possa sopravvivere al breve tempo della nostra esistenza.
Poi è arrivato il capitalismo finanziario, nel quale eccellono individui così egocentrici che nulla esce dal loro narcisismo, incapaci di partecipazione e solidarietà ma anche di cronologia, individui buchi-neri, schiacciati in un’attualità priva di passato e di futuro. Con loro l’economia ha smesso di essere finalizzata al bene comune e alla oculata gestione del proprio ambiente (il termine greco da cui deriva significava “amministrazione della casa”) ed è diventata soltanto un processo di moltiplicazione del denaro investito. Anzi, più in generale, l’economia è diventata un processo di affermazione di una caratteristica profondamente asociale che per secoli le tante culture umane hanno cercato, in modi diversi e con diversa efficacia, di tenere in scacco: l’avidità.
Ormai sdoganata, l’avidità è quotidianamente legittimata e promossa dai media: la sua ideologia si esprime nel culto delle celebrity, nel mito del successo, nel dogma della competizione, nel bisogno di consumi. In questo modo a pochissime persone di scarse qualità ma d’immensa ambizione, del tutto prive di empatia ma anche di scrupoli, viene dato il permesso (se non il mandato) di dilapidare risorse naturali accumulate in milioni di anni e risorse umane prodotte da secoli di civilizzazione.
Occorre rendersi conto, in fretta, che precisamente questo è in gioco e non soltanto, come alcuni s’illudono, la democrazia. La rinuncia alla durata implica la distruzione dello spazio e del tempo della civiltà.
A metà settecento, in uno dei primi testi che provarono ad analizzare i rischi della modernità e l’urgenza di affiancare ai saperi senza passato, la tecnologia e l’economia, un sapere del passato, la cultura, Giambattista Vico propose uno splendido racconto delle origini della civiltà. Essa nacque, scrisse nella Scienza nuova, quando le popolazioni nomadi e barbare della preistoria cominciarono a seppellire i defunti nelle radure della foresta primordiale, e per restare vicine ai loro morti costruirono lì attorno le loro città e comunità, e per riuscire a mantenersi senza vagare alla ricerca di cibo inventarono l’agricoltura, e da quel senso di appartenenza nacque la scrittura, che è bisogno di trasmettere esperienze e conoscenze oltre il presente.
Ecco, a essere in gioco sono quelle radure e le foreste che le circondano e le memorie che custodiscono e le comunità che le abitano: quotidianamente annientate dai bulldozer del neocapitalismo, dal suo consumismo compulsivo, dalla sua superficialità arrogante e senza storia, senza durata. Dopo migliaia di anni di civiltà è in gioco la civiltà. Che non è la condizione “naturale” dell’umanità: è stata una lenta conquista. Siamo davvero disposti a perderla senza resistere? a lasciarcene espropriare senza lottare?

Fiction e reality

Il primo volume dell’enciclopedia del romanzo diretta da Franco Moretti (fictionbookprofessore a Stanford e fratello di Nanni) e pubblicata una decina d’anni fa da Einaudi, include un intervento di Catherine Gallagher sul concetto di fiction. Gallagher insegna anche lei in California, a Berkeley, e ha scritto numerosi libri sulla letteratura inglese del sette e ottocento: ma questo suo saggio lo cito quasi in ogni corso, costringendo gli studenti a studiarlo. Sostanzialmente per un’idea: che i progressi legati alla modernità, inclusa la rivoluzione scientifica, la tolleranza religiosa e il matrimonio per amore, richiedessero il tipo di “provvisorietà cognitiva” (nel caso del matrimonio, “congettura affettiva”) che si impara e sperimenta leggendo romanzi. La fiction non è falsità: è supposizione, esplorazione di possibilità. I suoi effetti furono rilevanti anche in campo economico: sviluppando la capacità di sospendere le pretese di verità letterale, agevolò l’accettazione nella cartamoneta.
Il saggio mi è tornato in mente leggendo un recentissimo discorso di Enrico Letta. Questo brano, in particolare: “Per far ripartire l’economia e i consumi l’elemento di fiducia è fondamentale. Ci sono segnali macroeconomici che non si vedono né si toccano, ma i dati ci dicono che la ripresa nel 2014 è a portata di mano”. Da buon democristiano, Letta ci chiede, più che fiducia, fede: beati quelli che crederanno senza avere visto e senza avere toccato. Ma c’è di più. In modo intenzionalmente fumoso suggerisce che non stia alla classe dirigente, benché oscenamente compensata proprio per dirigere e assumersi responsabilità (si pensi ai manager privati alla Marchionne: cinquanta milioni all’anno; o a quelli pubblici, i più pagati d’Europa), risolvere i problemi da essa stessa causati per incompetenza, negligenza o avidità; e se non è in grado, farsi da parte. Sta alla gente normale risolverli: chiudendo gli occhi all’evidenza e compiendo una sospensione dell’incredulità simile a quella che le consente (diceva Coleridge) di godere di un’opera di fantasia malgrado le sue incongruenze.
L’Italia salvata o condannata dalla letteratura, dunque? Non penso. Se gli italiani non si accorgono che quella di Letta, così come peraltro quella di Renzi, di Grillo, di Alfano, di Berlusconi, non è fiction bensì frode, non dipende affatto da una propensione, indotta dal romanzo, ad accettare la simulazione mimetica, ossia a ragionare su ipotesi non necessariamente vere ma plausibili. Da qualche decennio il sistema del capitalismo globalista si è accorto di poter fare a meno della flessibilità mentale della gente (ciò che a livello politico chiamiamo democrazia) e dunque della fiction. Gli servirono per sconfiggere ideologie più coerenti e rigide, come quella dell’antico regime e poi quella del socialismo reale. Privo di avversari, il liberismo può ora dedicarsi alla costruzione di un’egemonia culturale assoluta, pervasiva e totalitaria come mai nella storia umana. Il romanzo non è e non potrà essere il genere del pensiero unico: se questo vincerà non ci sarà più bisogno di romanzi.
Fiction è accettazione della verosimiglianza come forma di verità (sia pure provvisoria) anziché di menzogna. Al suo posto la plutocrazia che controlla la finanza mondiale vuole un genere che faccia accettare la menzogna come forma di verosimiglianza e dunque di verità. Il reality show. Il passaggio dal romanzo al reality fa parte di una più ampia trasformazione epistemologica da una concezione in cui l’immaginazione serve a decifrare la realtà a una in cui immaginazione e realtà sono la stessa cosa.
L’unico strumento che abbiamo per fermare questa deriva è la critica – che come del resto ‘crisi’ ha la sua radice etimologica in un verbo greco che significa scegliere, giudicare. Invece di accettare passivamente qualsiasi privazione per uscire dalla crisi, occorre usare la crisi per giudicare, per scegliere, per cambiare. Non è vero che la privatizzazione salverà il nostro paese, la nostra società, la nostra civiltà, il nostro pianeta: è anzi il virus che li sta uccidendo. Letta è un mistificatore e la fiducia che chiede non ha ritorno: non è un gioco dell’immaginazione, è una rinuncia all’immaginazione. Avete notato come la politica fondata sui media, sui sondaggi, sulla pubblicità e sulle celebrity parli sempre e solo di necessità e sempre minacci, se non si fa a suo modo, l’apocalisse? Apocalissi che mai si verificano, che mai si sarebbero verificate, e che tuttavia condizionano i comportamenti. Sono “reality” anch’esse. Più che mai, contro questa visione oppressiva e omogeneizzante occorre difendere e promuovere la libertà e la varietà della fiction.

Ottimismo e pessimismo

Ha scritto Eugenio Scalfari in uno dei suoi insulsi editoriali: “Di solito tendo all’ottimismo gramscidella volontà e della ragione, che unifica la dicotomia di Gramsci”. Gli credo: vedere tutto positivamente è tipico delle persone superficiali, quelle che la vita l’hanno avuta facile e godono di una condizione di privilegio. Così come è tipico che non appena qualcosa non vada come da loro previsto, si deprimano e comincino ad annunciare l’apocalisse. “Après moi le déluge” lo dice solo chi fino ad allora all’alluvione che già sommergeva gli altri non aveva prestato la minima attenzione.
In questo post non commenterò l’articolo di Scalfari. Solo la sua citazione. Perché l’accostamento di un ottimismo della volontà e di un pessimismo della ragione (o dell’intelligenza) è la formula con cui Gramsci sintetizzò la necessaria compresenza, in ogni politica socialista e autenticamente progressista, di un’intransigente onestà a livello di analisi e di un appassionato impegno creativo e partecipativo a livello di azione. È una profonda intuizione che Scalfari banalizza e scambia per una dicotomia, ossia per un’opposizione che infatti prova a conciliare, non avendola capita.
La frase in sé Gramsci disse di averla ripresa dal drammaturgo Romain Rolland. Ma ciò che conta è la rilevanza che le assegnò, ripetendola numerose volte e proponendola come “la parola d’ordine di ogni comunista consapevole”. Non intendeva affatto suggerire che l’azione dovesse sopperire all’ottimismo mancante alla ragione per colpa di contingenze storiche sfortunate; e tanto meno che la condizione ideale fosse essere ottimisti e basta. Solo i potenti, i ricchi e i conservatori lo sono e vogliono far credere che chiunque possa e debba esserlo: il loro ideale è una popolazione persuasa di vivere nel migliore dei mondi possibili. Come quella degli Stati Uniti, dove infatti il socialismo non è mai attecchito perché (sto citando John Steinbeck) i miserabili invece di vedersi come degli sfruttati si sentono dei milionari momentaneamente in difficoltà. A questo conduce l’ottimismo della ragione: a cercare consolazione nelle fantasie e nelle superstizioni. In un brano meno celebre di quello citato da Scalfari, Gramsci lo spiegò con chiarezza: “L’ottimismo non è altro che un modo di difendere la propria pigrizia, le proprie irresponsabilità, la volontà di non fare nulla”.
La sinistra (una vera sinistra) non può permettersi tale apatia. La sinistra deve guardare in faccia la realtà e i processi storici e prendere atto che c’è ben poco di cui essere soddisfatti: nel mondo regnano l’ingiustizia, la violenza, la corruzione e soprattutto l’ineguaglianza, e così è sempre stato. Razionalmente, la sinistra non può che essere pessimista. Se non lo è, non sta dalla parte di chi soffre, dei perdenti, dei dannati della terra, di chi non ha motivi per gioire: e dunque non è una sinistra.
Ma essere pessimisti razionalmente non significa vivere cupamente e senza gioia, non significa ridursi ad annunciare catastrofi prossime venture, non significa rinunciare alla speranza e rassegnarsi alla situazione presente e passata. Chi lo faccia è un conservatore, che forse non crede che si possa cambiare e che certamente non vuole cambiare nulla. Pessimismo integrale e ottimismo integrale promuovono entrambi la passiva accettazione dello status quo.
Chiuso in una prigione fascista in un’Europa che andava fascistizzandosi, Gramsci non poteva cullare ragionevoli aspettative di riscatto: non senza abbandonarsi al delirio o al sogno. Ugualmente decise di non arrendersi e di continuare a riflettere, ad analizzare, a preparare sé stesso e chi avesse potuto leggere i suoi appunti alle occasioni di liberazione e di emancipazione che prima o poi si sarebbero presentate. Oltre che un lucidissimo testamento politico e culturale, i suoi Quaderni del carcere sono una straordinaria testimonianza di vitalità e di amore per la vita. Questo è l’ottimismo della volontà: una scelta di intervento e di partecipazione che non cerca di nascondere il male e la malvagità degli uomini dietro un pregiudizio positivo, dietro l’illusione che tutto andrà necessariamente per il meglio. I comunisti, pensava Gramsci, non ne hanno bisogno, perché le loro motivazioni le trovano già nel fare, nell’agire, nel lottare, a prescindere dal successo, sul cui mito invece il capitalismo fonda la sua ideologia. Un’ultima citazione dai Quaderni, bellissima, da contrapporre alla meschina ostentazione di sicurezza di Scalfari: “Il solo entusiasmo giustificabile è quello che accompagna la volontà intelligente, l’operosità intelligente, la ricchezza inventiva in iniziative concrete che modificano la realtà esistente”.
In ogni periodo storico gli intellettuali che la gente predilige o subisce sono quelli che si merita. Mi pare emblematico che la più prestigiosa collana italiana di classici, i Meridiani Mondadori, abbia l’anno scorso pubblicato con il titolo per nulla presuntuoso di La passione dell’etica un volumone di quasi duemila pagine di articoli e altri scritti di Scalfari; mai un’opera di Gramsci.

La scelta estetica

Molta gente si imbarazza a compiere scelte estetiche. C’è chi si fa arredare la casa forkedroaddall’architetto. Chi si veste come prescrivono le riviste di moda o imitando un personaggio celebre. Chi si rifiuta di confrontarsi con l’arte per paura di non saperne abbastanza e preferisce dunque rendere riconoscibile il proprio desiderio di eleganza attraverso il proprio iPhone o la propria Audi – una bellezza preconfezionata, garantita.
L’arte e l’estetica richiedono invece partecipazione, impegno. La loro funzione primaria non è intrattenere o distrarre e neppure stupire: è far prendere coscienza della necessità della decisione, della responsabilità, anche e soprattutto in momenti di crisi, personale o collettiva, perché è allora che diventa davvero possibile la critica (sia crisi che critica derivano dal verbo greco krino, ‘giudicare’). Arte ed estetica aprono uno spazio di gioco, in cui si possa imparare a scegliere senza pagarne necessariamente le conseguenze.
Il libero mercato e la sua ideologia dei consumi hanno trasformato il gioco in una cosa seria e il bello in un valore. L’edonismo obbligatorio della società dello spettacolo, il culto delle celebrity, la schiavitù della griffe, l’ossessione per l’immagine, non sono estetica. Sono il suo contrario: strumenti di anestetizzazione di massa attraverso i quali il bello cessa di essere un’esperienza soggettiva al quale affidare un valore universale e attraverso il quale costruire vincoli di solidarietà (è la definizione di Kant) e diventa invece un valore universale a cui i consumatori si adeguano per affermare la propria individualità (è la strategia di marketing della Apple).
Purtroppo la sinistra, che fu forte quando cercò di conquistare, e talvolta ci riuscì, un’egemonia culturale, oscilla oggi fra il disinteresse e la complicità. Non occuparsi di estetica o, peggio, puntare all’anestetizzazione del pubblico (come fece Tony Blair e sta facendo Matteo Renzi), potrà forse portare a qualche temporaneo successo elettorale ma tradendo completamente quelli che dovrebbero essere gli obiettivi irrinunciabili di un movimento progressista, e cioè l’eguaglianza e la presa di coscienza.
La resistenza al capitalismo liberista non la si fa inducendo la gente a comprare un diverso tipo di prodotti. La si fa aiutandola a scegliere, a giudicare, a prendersi delle responsabilità. Non la si fa pubblicizzando begli oggetti o belle idee spacciandoli per status symbol materiali o intellettuali, neppure quando fossero simboli di emancipazione; piuttosto spingendola a produrre arte e a interpretare l’arte – e attraverso quegli atti di creazione o fruizione, a riscoprire legami di comunità.
L’arte, sia quella che guardiamo o compriamo che quella che produciamo noi stessi, ha lo scopo di farci capire che sta a noi decidere. Che sta a noi: è questo il punto essenziale, un momento estetico e al tempo stesso rivoluzionario. In modo che dopo si possa passare ad altri settori – la politica, l’economia, la morale – senza sensi di inferiorità, finalmente consapevoli che devono servire a liberarci, non a soggiogarci.