Il potere delle parole

Perché mai credete che Renzi se ne sia uscito con l’idea di un Partito della Nazione? Perché le sue riforme stanno obiettivamente e intenzionalmente indebolendo lo stato italiano e il poteredelleparoleSQ400trattato con gli Stati Uniti di cui è acceso sostenitore (il TTIP) affosserà ulteriormente l’autonomia del paese. Chiude l’Agnesi? L’Alitalia viene svenduta agli Emirati Arabi? E allora Renzi, mentre fa una politica globalista e anti-nazionale, sfoggia una retorica nazionalista, che i media si premurano di amplificare. A uso e consumo dei tanti che, anche fra coloro che lo votano e sostengono, si sentono ancora italiani prima che liberisti, persino quando non gioca la nazionale di calcio.
Mica come il suo grande sostenitore Sergio Marchionne, cresciuto in Canada e residente in Svizzera per non pagare le tasse: il quale del fatto che la Fiat fosse italiana se ne ricorda solo quando deve chiedere contributi allo stato ma poi sposta la sede legale a Amsterdam e quella fiscale a Londra e le fabbriche in Serbia o ovunque possa sfruttare i lavoratori (quelli che nello stabilimento di Kragujevac fanno le 500 per il mercato americano prendono 306 euro al mese con turni fino a 12 ore). Da qualche mese Marchionne ha anche cambiato nome all’impresa eliminando dall’acronimo quell’inutile connotazione geografica, “italiana”: invece di Fabbrica Italiana Auto Torino (FIAT), Fiat Chrysler Automobiles (FCA), in inglese, un nome più adatto a una corporation quotata a Wall Street.
Cosa fa allora Renzi? Previene l’indignazione nazionalista degli italiani riempiendo i giornali e le televisioni di un nazionalismo virtuale. Perché tanto la gente, finché non viene toccata direttamente da un evento, quell’evento lo giudica solo attraverso la sua descrizione verbale. Soprattutto oggi, in tempi di imperialismo mediatico; con l’ulteriore vantaggio che la contrazione dei discorsi in brevissime frasi e slogan (gli spot, gli sms, i tweet) non richiede elaborazioni teoriche o spiegazioni, basta buttare lì la parola. Come scrisse in una sua poesia il grande Eugenio Montale: “Mi dissi: / Buffalo! – e il nome agì”.
Le parole agiscono, anche da sole. Hanno un’aura di significato, di implicazioni, hanno poteri evocativi e emozionali. Persino Renzi, il superficiale Renzi, lo sa: forse lo ha capito partecipando ai telequiz di Mike Bongiorno, forse registrando l’effetto che facevano su di lui le pubblicità del Maxibon o del formaggio Philadelphia. La sinistra vera, a quanto vedo, non l’ha capito. Altrimenti non avrebbe così paura di utilizzare parole come comunismo o addirittura socialismo, parole pesanti, che agiscono, e che proprio per questo sono state ostracizzate dal neocapitalismo vincente. E al loro posto si accontenta, la sinistra, di eufemismi che non trasmettono nulla. “Sinistra Ecologia Libertà”, che emozioni può provocare? Di sinistra si crede persino Maria Elena Boschi (quella che pensa, testuale, che “essere di sinistra significa anticipare il futuro” e preferisce Fanfani a Berlinguer), l’ecologia la s’insegna persino nelle università americane, e la libertà, per carità, è la scusa di ogni abuso liberista. Oppure “Lista Tsipras”? Mi dissi: Tsipras! – e il nome agì?!?
Il 28 maggio del 1922, nei mesi in cui le violenze squadriste contro operai, sindacalisti e organizzazioni socialiste stavano preparando, con la complicità della stampa borghese, la Marcia su Roma, il ventunenne Piero Gobetti pubblicò sul suo settimanale La rivoluzione liberale una breve nota sull’importanza delle parole. Le parole, scrisse, “sono veramente una mitica forza”. L’unica forza che, in quel momento, potesse opporsi a quella dei manganelli e del denaro: a patto però di restituire a esse un contenuto di “sostanza umana”, di fondarle su un pensiero. Altrimenti la “chiacchiera” del fascismo avrebbe reso impossibile l’analisi e il giudizio, reso tutto equivalente e insignificante: “Di quanto è difficile il pensare ed è facile il parlare, di tanto si è propagato il fascismo”.
La stessa considerazione vale, oggi, per il liberismo renziano. Che pensa molto poco ma parla tanto, e a forza di frasi senza contenuto si propaga. Non possiamo permettergli di monopolizzare e svuotare il linguaggio, di trasformarlo in un rumore di fondo: perché, a differenza della destra capitalista, la sinistra egualitaria non ha altre armi e altre risorse. La sinistra ha bisogno del linguaggio. Di un linguaggio lucido, di immagini rigorose, di metafore efficaci, fondate su un pensiero in cui si riconosca e che la definisca, e non semplicemente di una retorica che la faccia diventare altro da sé in cambio della speranza di vincere le elezioni. La sinistra deve tornare a pronunciare parole forti, parole umane, autentiche, diverse. Parole che non cerchino il facile consenso degli indifferenti e degli ignavi bensì “agiscano”, creino azione e dunque dissenso e contrasti, indispensabili premesse del senso di appartenenza a un popolo, a una società di eguali. Al partito della nazione virtuale di Renzi e ai suoi spot plastificati va contrapposto un partito delle nostre reali comunità e della loro lingua.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

Comunità e fascismo

Faccio una facile previsione: se a sinistra non si ricostituisce al più presto un forte partito che ponga al centro della sua ideologia e azione l’eguaglianza e la difesa dei beni comuni e dellle comunità (che è cityisis400esattamente ciò che socialismo e comunismo significavano, anche etimologicamente), saranno il fascismo e l’integralismo a occupare quel vuoto facendosi carico della resistenza contro globalizzazione e liberismo. “Forte” partito non significa maggioritario: basta una minoranza che però faccia una seria opposizione, senza compromessi e senza ambiguità.
Leggevo sul New York Times di mercoledì che i lobbisti dei maggiori istituti finanziari (a cominciare da Citi) hanno convinto (leggi: corrotto) i legislatori di vari stati americani a consentire, in deroga a regolamenti federali e al buon senso, prestiti ad altro tasso di interesse a chi è troppo povero per garantire la propria solvibilità e dunque si troverà costretto (legalmente!) ad accettare qualunque richiesta del creditore, inclusa la cessione di proprie proprietà o del proprio lavoro a prezzi stracciati. Usurai, sarebbero stati chiamati un tempo: nella Divina Commedia li trovate ovviamente all’Inferno, nel terzo girone del settimo cerchio, seduti su un sabbione arroventato con una borsa al collo, sotto una pioggia di fuoco. Ma i lobbisti americani e i loro padroni sono ancora peggiori degli strozzini condannati da Dante: perché per arricchirsi oscenamente (i profitti di Citi in quel settore sono cresciuti del 31% in un anno) specificamente selezionano la fascia più debole della società, coloro che dovrebbero ricevere sussidi e aiuti per affrancarsi dalla loro condizione di indigenza, e invece vengono spremuti anche delle loro ultime risorse.
Solo un sistema ormai completamente amorale può tollerare simili comportamenti; che non solo fanno inutilmente del male a chi già soffre ma minano alle fondamenta la società stessa. Infatti, nella stessa prima pagina del giornale di mercoledì, un altro articolo parla della diffusione dell’Isis in Tunisia. Ovvio. L’Isis è una banda di fascisti ma resiste agli abusi del neocapitalismo e alla liquidazione dell’etica e delle culture in nome del consumismo. Non a caso nel proprio nome ha incluso la parola “Stato” (al-Dawla al-Islāmiyya, “Stato islamico”): ripropone cioè l’idea di nazione e di comunità spirituale per contrastare l’imperialismo materialista delle corporation, ciò che eufemisticamente ci siamo abituati a chiamare globalizzazione.
La tattica preferita dal liberismo è anestetizzare la gente, renderla indifferente, passiva, rincoglionirla di videogiochi, reality show e news, che alla fine sono la stessa cosa: esperienze virtuali, emozioni a telecomando. Ma sanno bene, i ricchi, che non riusciranno mai a controllare tutti e che la spaventosa ineguaglianza economica che stanno creando provocherà disperazione e rabbia, all’inizio in piccoli gruppi ma poi di massa. Per questo stanno smantellando le democrazie e creando, con la scusa del terrorismo, stati di polizia, immense strutture di intercettazione e vigilanza, armi in grado di colpire dal cielo in ogni luogo e momento; e media pronti a giustificare qualsiasi violenza repressiva in nome della difesa della libertà di consumare e di sognare di diventare una celebrity.
La destra estrema non crede però che basterà. Sta scommettendo sul prossimo avvento di una società post-globale, in cui gli istinti tribali della gente (una prima forma di civiltà, più progredita della legge della giungla) riemergeranno e travolgeranno ogni ostacolo. I fascisti e gli integralisti hanno un progetto, offrono la speranza di un futuro diverso a chi non se la sente di competere a livello planetario, a chi non è abbastanza forte o avventuroso per accettare tutte le novità, a chi per crescere ha bisogno di tempo, a chi sente la necessità di una comunità in cui trovare la propria identità e qualche forma di protezione, di garanzia, di stabilità, di morale. È un progetto di destra, fondato su miti di superiorità etnica o di eccezionalismo culturale e su sentimenti negativi, di sospetto o paura per la differenza. Ma dov’è un progetto di comunità alternativo, di sinistra?

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

Individui e società

Eguaglianza non è omologazione, che è invece l’obiettivo del consumismo. Eguaglianza è negazione della preminenza dell’individuo sulla società, ideologia che sempre si traduce nella applewaitingline400preminenza di pochi individui su tutti gli altri. Ed è anche, l’eguaglianza, il principio essenziale e irrinunciabile di qualsiasi programma davvero di sinistra. Per cui rassegnarsi al dogma liberista che siamo delle monadi governate dall’interesse personale e solo da quello, comporta una resa incondizionata all’intero sistema del capitalismo globalista, dalla privatizzazione del settore pubblico al culto del denaro e del successo, alla sistematica distruzione dell’ambiente. Significa anche diventare complici del progressivo sdoganamento delle più asociali pulsioni umane, un tempo incluse fra i vizi capitali, ossia la superbia, l’avidità e l’avarizia.
Ancora al mondo ci sono valori che le tengono in scacco: l’etica, la cultura, la solidarietà. Ma sono sotto attacco. Il pensiero unico liberista li sta minando e riempiendo il vuoto da loro lasciato con una rinnovata versione della legge della giungla, secondo la quale a vincere sono i vincenti, che sarebbero coloro che casualmente si ritrovano con caratteristiche o doti vantaggiose in una specifica contingenza; una regressione verso uno stadio di primitivo (e infantile) egocentrismo che già Thomas Hobbes aveva teorizzato (homo hominis lupus) e che dovette essere posticipata a causa della resistenza opposta dal socialismo e dal comunismo.
Quell’originario programma è ora in via di realizzazione. A un prezzo. Serve una quantità enorme di egemonia per far scordare alla gente la sua naturale esigenza di relazioni e di comunità: non basta controllare i media, occorre renderli onnipresenti e farli apparire come l’unica fonte di esperienze significative – esperienze virtuali, manipolabili e falsificabili. Un compito immane, per perseguire il quale serve una quantità enorme di risorse, che i potenti si procurano dissipando quelle naturali e umane. Come a dire che i beni comuni vengono espropriati e sperperati per dissolvere l’idea del bene comune.
Il postulato chiave dell’ideologia liberista è che la frammentazione della società contemporanea decreti il trionfo dell’individualismo, e che questa deriva non sia una scelta o un’opzione bensì una necessità storica, se non biologica. Persino pensatori acuti e fortemente critici come Zygmunt Bauman ci sono cascati: la sua descrizione di una modernità “liquida” è un’implicita accettazione di quel postulato, e non è un caso che Bauman sia ampiamente citato dai media e rispettato dagli opinionisti di destra. Ma cosa c’era di più frammentario del mondo medievale, con l’incastellamento da cui hanno originato le diversissime comunità d’Europa e i loro molteplici costumi e linguaggi? La frammentazione non genera individui: al contrario, istituisce vincoli di appartenenza, che sono forti proprio in quanto locali.
Il declino delle nazioni e la possibilità di aggregare gruppi di interesse anche a distanza, grazie a internet e ai social media, potrebbe in altre parole dare vita a nuove forme di associazione, a nuove modalità di collaborazione e condivisione. Ma solo se, come dicevo all’inizio, non si accetta l’equivalenza tra frammentazione e individualismo. Le migliaia di ragazzi in fila per comprarsi l’iPhone 6 nel momento stesso che arrivava nei negozi sono state spacciate come una conferma della ritirata generazionale nel sé, un ennesimo esempio del riflusso nel privato che per la destra ha sancito, negli anni ottanta, la fine della lunga ondata collettivista. Mentre a me sembra evidente che quei ragazzi in fila siano il sintomo di un disperato, irrisolto, forse inconsapevole bisogno di valori comuni.
Non è solo per procurarsi mano d’opera a buon mercato e indebolire le organizzazioni dei lavoratori che il neocapitalismo induce le migrazioni di massa: direi anzi che il fine principale sia sradicare quei milioni di miserabili dalle loro collettività di provenienza e usarli per creare tensioni nelle collettività di destinazione. Così per i capitali, le fabbriche, gli uffici, i prodotti culturali: la delocalizzazione è il mantra liberista precisamente perché annienta le comunità.
Ogni organismo ha le sue patologie e le società umane includono, da sempre, minoranze di egoisti che si ritengono superiori agli altri e dunque meritevoli di speciali privilegi (è il modo in cui il filosofo Aaron James definisce gli assholes, gli stronzi), anche quando per ottenerli o mantenerli rischino di distruggere l’ambiente naturale e sociale di cui fanno parte. Il loro problema è che si credono dèi. Il nostro problema sono loro: da sempre la lotta per l’emancipazione e l’eguaglianza è una lotta per radere al suolo l’Olimpo ed estinguere i privilegi degli individui sostituendoli con i diritti di tutti.
Ripeto, è questa la battaglia decisiva. I media al servizio delle grandi corporation e i loro intellettuali da salotto o da talk show vogliono convincerci, devono convincerci, che l’individualismo sia il nostro destino. Non è vero: dobbiamo dirlo ma dobbiamo innanzi tutto crederlo. Numerosi test psicologici (un esempio è il gioco dell’ultimatum) dimostrano che la netta maggioranza della gente ha un istintivo senso di giustizia e di equità. La dimensione umana è intrinsecamente sociale e qualche millennio di civiltà ha rafforzato, non attenuato, il desiderio di relazioni e l’inclinazione alla partecipazione. È compito della sinistra, di una versa sinistra, difendere, proclamare e diffondere questa aspirazione all’eguaglianza.

[Ho fatto riferimento ai libri di Thomas Hobbes, Leviatano, Bompiani; Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, e La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli; e Aaron James, Stronzi. Un saggio filosofico, Rizzoli.]

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

Le radure della civiltà

Tutta la storia della civiltà è la storia della conquista di una durata. Di una lunga durata. A scienzanuovaquesto serve la religione, a questo serve l’arte, a questo servono i monumenti, le tradizioni, la memoria personale e quella collettiva. Ad aiutarci a pensare oltre il nostro presente, oltre le immediate necessità, a darci la speranza che ciò che facciamo di buono e di bello possa sopravvivere al breve tempo della nostra esistenza.
Poi è arrivato il capitalismo finanziario, nel quale eccellono individui così egocentrici che nulla esce dal loro narcisismo, incapaci di partecipazione e solidarietà ma anche di cronologia, individui buchi-neri, schiacciati in un’attualità priva di passato e di futuro. Con loro l’economia ha smesso di essere finalizzata al bene comune e alla oculata gestione del proprio ambiente (il termine greco da cui deriva significava “amministrazione della casa”) ed è diventata soltanto un processo di moltiplicazione del denaro investito. Anzi, più in generale, l’economia è diventata un processo di affermazione di una caratteristica profondamente asociale che per secoli le tante culture umane hanno cercato, in modi diversi e con diversa efficacia, di tenere in scacco: l’avidità.
Ormai sdoganata, l’avidità è quotidianamente legittimata e promossa dai media: la sua ideologia si esprime nel culto delle celebrity, nel mito del successo, nel dogma della competizione, nel bisogno di consumi. In questo modo a pochissime persone di scarse qualità ma d’immensa ambizione, del tutto prive di empatia ma anche di scrupoli, viene dato il permesso (se non il mandato) di dilapidare risorse naturali accumulate in milioni di anni e risorse umane prodotte da secoli di civilizzazione.
Occorre rendersi conto, in fretta, che precisamente questo è in gioco e non soltanto, come alcuni s’illudono, la democrazia. La rinuncia alla durata implica la distruzione dello spazio e del tempo della civiltà.
A metà settecento, in uno dei primi testi che provarono ad analizzare i rischi della modernità e l’urgenza di affiancare ai saperi senza passato, la tecnologia e l’economia, un sapere del passato, la cultura, Giambattista Vico propose uno splendido racconto delle origini della civiltà. Essa nacque, scrisse nella Scienza nuova, quando le popolazioni nomadi e barbare della preistoria cominciarono a seppellire i defunti nelle radure della foresta primordiale, e per restare vicine ai loro morti costruirono lì attorno le loro città e comunità, e per riuscire a mantenersi senza vagare alla ricerca di cibo inventarono l’agricoltura, e da quel senso di appartenenza nacque la scrittura, che è bisogno di trasmettere esperienze e conoscenze oltre il presente.
Ecco, a essere in gioco sono quelle radure e le foreste che le circondano e le memorie che custodiscono e le comunità che le abitano: quotidianamente annientate dai bulldozer del neocapitalismo, dal suo consumismo compulsivo, dalla sua superficialità arrogante e senza storia, senza durata. Dopo migliaia di anni di civiltà è in gioco la civiltà. Che non è la condizione “naturale” dell’umanità: è stata una lenta conquista. Siamo davvero disposti a perderla senza resistere? a lasciarcene espropriare senza lottare?