Politica ladylike

Ho visto che una certa Alessandra Moretti, che fino a cinque minuti fa non avevo mai sentito nominare e della cui esistenza mi scorderò in un paio d’ore, ha spiegato in una videointervista al Corriere della sera quali virtù le donne, in particolare quelle in politica, debbano avere. A morettiladylike400questo proposito, oltre a fare contro Rosy Bindi una battuta che sarebbe piaciuta a Berlusconi, ha usato l’aggettivo “ladylike”: il che dimostra che consulta i cataloghi di biancheria intima femminile, non che abbia sensibilità per l’inglese e le implicazioni della parola. Ne fece uso un paio di anni fa il candidato repubblicano Todd Akin a proposito di Claire McCaskill, sua avversaria democratica per la posizione di senatore del Missouri: e insieme a un commento sullo “stupro legittimo” lo portò a una clamorosa sconfitta. Le donne degli anni cinquanta dovevano essere “ladylike”, ossia consapevoli del ruolo che la società assegnava loro: sexy e belle ma anche discrete e senza eccessive ambizioni intellettuali. Il liberismo sta provando a sdoganare anche questo termine, essenzialmente a fini consumistici: e c’è infatti una ex miss di un concorso di bellezza americano che si è inventata una “ladylike revolution” per nobilitare l’ossessione delle ricche newyorkesi per i vestiti firmati e il lusso. Ma per la gente normale, le donne soprattutto, resta una parola denigratoria. A meno che non ce ne si appropri ribaltandone il significato come recentemente ha fatto proprio McCaskill (ne parla il New York Times), per la quale l’aggettivo trasmette questo messaggio: “Parla chiaro, sii forte, prenditi la responsabilità, cambia il mondo”: un approccio antitetico rispetto a quello proposto da Moretti.
C’è un altro punto. Ho ascoltato tutta l’intervista a Moretti: dice che va dall’estetista, che corre per tenersi in forma, che si trucca, si fa le mèche. E allora? Mi aspettavo che ci informasse anche del fatto che la mattina si fa la doccia e dopo pranzo si beve un caffè. Ecco, quando uno non capisce che c’è una sostanziale differenza fra il fare qualcosa e il raccontarlo agli altri per avere la loro approvazione, quando cioè ha bisogno del consenso altrui (dei loro “like”, suppongo direbbe Moretti) per fare o giustificare quello che dovrebbe fare solo perché gli va di farlo (e che la maggior parte della gente fa normalmente, senza neppure notarlo e senza vantarsene), la persona in questione è un narcisista o un imbecille e non ha alcun senso starla ad ascoltare. O tanto meno votarla.

[Sull’argomento segnalo i post di Barbara Giorgi, “Lo stile ladylike, ceretta compresa“, e di Patrizia Perrone, “La Moretti, l’estetista e gli spaghetti al pomodoro“]

I sondaggi e la fine della democrazia

C’è ancora speranza per la democrazia? Me lo sono domandato ieri, leggendo la prima pagina del New York Times: “Both Parties See Campaign Tilting to Republicans”. Secondo finedemocrazia400entrambi i partiti i repubblicani sarebbero in vantaggio; il che mi deprime ma non è quello il punto. Il punto è: come lo sanno? Sulla base di sondaggi. Che si sono rivelati approssimativi molte volte. Basti ricordare le ultime elezioni presidenziali, quelle del 2012, nelle quali una delle più rinomate agenzie, Gallup, diede vincente Mitt Romney contro Obama. In votazioni di minore importanza gli errori sono stati ancora più clamorosi e frequenti.
Ma ammettiamo che effettivamente in questo momento la maggior parte degli americani disposti ad andare a votare preferisca la destra: perché trasformare le loro intenzioni in un fatto? Il voto è dopodomani, non oggi; e finché la gente non deposita la sua scheda ha tempo di cambiare idea. Per questo si va tutti alle urne nello stesso giorno: per caricare quel momento di un significato speciale. Altrimenti basterebbe chiedere alla gente di aderire a un partito e dare la maggioranza parlamentare a quello con più iscritti, finché ce li ha. Le elezioni sono una cosa completamente diversa: sono occasioni di riflessione, discussione, ripensamento. Fatte individualmente e collettivamente. Per questo non piacciono al neocapitalismo: al quale non interessa una società di cittadini coscienti e incerti; vuole una società di consumatori compulsivi. Il suo obiettivo è determinare il consenso politico nello stesso modo in cui determina i consumi: attraverso indagini di mercato, indici di gradimento e pubblicità, tanta pubblicità.
Etimologicamente democrazia significa: governo del popolo. Non: “osservazione” del popolo, concetto che viene espresso con un altro termine, demoscopia. La confusione fra i due piani è intenzionalmente perseguita dal pensiero unico liberista: che infatti ci insegna a descrivere la realtà, non a intervenire su di essa. A questo serve la statistica, a questo la nuova mania dei “big data”. Persino a Harvard, in uno dei più prestigiosi centri di cultura e innovazione del pianeta, da qualche anno agli amministratori importa di più capire e seguire le nuove tendenze piuttosto che crearle. L’idea di poter cambiare il mondo è fuori moda: l’unica cosa che conta è essere alla moda.
In tutti i giorni dell’anno a comandare sono i ricchi e i potenti, grazie all’oscena quantità di denaro che hanno accumulato negli ultimi vent’anni, ossia dalla fine della minaccia comunista (è stato calcolato che Mark Zuckerberg, che in vita sua non ha fatto altro che avere l’idea di facebook, neanche la capacità di svilupparne il programma o di commercializzarlo, riceve ogni anno in soli interessi quanto un operaio o un impiegato guadagnerebbero in quasi duecentomila anni), e attraverso media ormai totalmente asserviti. La democrazia che ancora ci permettono di esercitare prevede formalmente che una volta all’anno, o anche meno, ogni persona possa decidere, liberamente, autonomamente, con il suo voto. Anche questo ora vogliono toglierci, in America come in Italia. Sempre di ieri era un rilevamento del Corriere della sera che dava a Matteo Renzi il gradimento del 54% degli italiani. In giugno era stato al 75%. Come sarà mai possibile verificare se erano attendibili? Ma ai media non importa; fra virtuale e reale non vedono alcuna differenza. Saranno i sondaggi a farci sapere cosa vogliamo, come pensiamo, chi siamo.
Qualcuno forse ricorda un racconto di Philip Dick, Rapporto di minoranza, reso popolare dalla mediocre riduzione cinematografica di Steven Spielberg. È ambientato in un’America del futuro in cui di omicidi non se ne commettono più grazie agli arresti preventivi operati da una speciale unità di polizia (Pre-crimine) che si serve delle premonizioni di tre minorati mentali, detti pre-cog. L’esistenza di tre pre-cog consente di garantire l’accuratezza del sistema: la probabilità che tutti e tre, o anche solo due di loro, abbiano indipendentemente la stessa visione errata è infinitesimale, praticamente inesistente. Come si vede, un antico quesito di ordine morale (si è colpevoli per l’intenzione di commettere un crimine?) si intreccia a un problema di calcolo delle probabilità (a quale livello di approssimazione il probabile diventa certo?) e a uno dei tipici paradossi temporali della fantascienza (sapere in anticipo un evento non permette di modificarlo e di smentire la previsione?). Le contraddizioni esplodono quando Anderton, direttore della Pre-crimine, legge un rapporto secondo cui lui stesso starebbe per commettere un omicidio. Non vado oltre per non togliere la suspense a chi non conoscesse il racconto. Ma la morale di Dick è chiara: le previsioni non sono la realtà e il futuro spacciato come inevitabile è un’ideologia.
Altri tempi: era il 1956. Tre anni prima era uscito Fahrenheit 451, sette anni prima 1984. Italo Calvino stava scrivendo La giornata d’uno scrutatore. Il problema della democrazia era avvertito come centrale ed era inteso come il diritto di tutti i membri di una comunità di far sentire la propria voce attraverso il voto. Ma anche come un dovere: quello di rafforzare la comunità attraverso il dialogo, il confronto, il dissenso. Il liberismo nega quel diritto e soprattutto quel dovere; anche in politica è totalmente amorale. Ancor più che cancellare le nostre voci il suo obiettivo è distruggere le nostre comunità.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

Il Volo della cultura

L’immagine che segue questo post riproduce due tweet di Fabio Volo, entrambi di tre fabiovolo1giorni fa. Eccone i testi: “Consegnato ora il mio primo articolo per la pagina della cultura de il corriere della sera. Esce domenica. Sono contento”; “Da gennaio usciranno i miei romanzi nella collana Meridiani”.
Quando li ho letti ho sperato che si trattasse di autoironia e non di megalomania; o almeno di un falso. Ma il Corriere di oggi (17 novembre) mi ha tolto ogni illusione: sul supplemento domenicale, Lettura, ecco il pezzo di Volo: “I miei libri come broccoletti nell’anima”. Autobiografico, naturalmente: l’intera operazione, tweet incluso, appartiene a quel culto delle celebrity che rappresenta uno degli aspetti qualificanti della società dell’immagine e dello spettacolo.
Pier Paolo Pasolini iniziò la sua collaborazione al Corriere della Sera nel 1973: giusto quarant’anni dopo è il turno di Volo. Chi fosse interessato a capire gli effetti che sulla società e cultura italiana hanno avuto il riflusso e la lunga deriva edonista e liberista (da Craxi e Veltroni a Berlusconi e Renzi), potrà partire da questo confronto.
Temo che a questo punto anche l’altra notizia, quella del Meridiano, diventi plausibile. È vero che dopo che la collana aveva accolto, l’anno scorso, Eugenio Scalfari (un volume di duemila pagine intitolato La passione dell’etica, a banalizzare il significato di entrambe le parole, etica e passione), ci si sarebbe dovuti aspettare di tutto: e invece la direttrice, Renata Colorni, una settantacinquenne che crede che per dimostrarsi aggiornati occorra fare i rottamatori e cavalcare acriticamente ogni moda, è riuscita a fare ancora di peggio.
Attribuire le sue scelte alla logica del mercato avrebbe senso se i Meridiani fossero una casa editrice. Sono solo una collana e niente vietava alla Mondadori di inventarsene un’altra che includesse autori di maggior successo commerciale grazie alla quale compensare le perdite dei classici. La scelta di accoglierli in quella che viene definita la Pléiade italiana è politica e il suo scopo è attribuire al libero mercato un valore culturale “alto” e dunque a fare di chi ha successo, di chi vende e fa soldi, automaticamente, un classico. È una nuova fase, che chiamo “liberismo culturale” e che avrà, come il postmodernismo qualche decennio fa, profonde conseguenze sulle nostre discipline e sulla società in generale.
Nel 1974 i Meridiani, allora diretti da Giansiro Ferrata, pubblicarono il primo volume delle Opere narrative di Vittorini, scomparso otto anni prima (per pubblicare Pasolini aspettarono il 1998). Quarant’anni dopo sarà la volta del primo volume delle opere narrative di Volo, vivo e vegeto e capace di regalare ai suoi fan ancora tanti romanzi e alla cultura italiana tanti Meridiani.

[A chi voglia leggere un’esilarante analisi della scrittura di Volo (e anche di Faletti, Moccia, Scurati e altri romanzieri molto amati dalla televisione e dunque di grande successo) consiglio il recente libro di Pippo Russo, L’importo della ferita e altre storie, Edizioni Clichy].

Volo corriere meridiani