Le radure della civiltà

Tutta la storia della civiltà è la storia della conquista di una durata. Di una lunga durata. A scienzanuovaquesto serve la religione, a questo serve l’arte, a questo servono i monumenti, le tradizioni, la memoria personale e quella collettiva. Ad aiutarci a pensare oltre il nostro presente, oltre le immediate necessità, a darci la speranza che ciò che facciamo di buono e di bello possa sopravvivere al breve tempo della nostra esistenza.
Poi è arrivato il capitalismo finanziario, nel quale eccellono individui così egocentrici che nulla esce dal loro narcisismo, incapaci di partecipazione e solidarietà ma anche di cronologia, individui buchi-neri, schiacciati in un’attualità priva di passato e di futuro. Con loro l’economia ha smesso di essere finalizzata al bene comune e alla oculata gestione del proprio ambiente (il termine greco da cui deriva significava “amministrazione della casa”) ed è diventata soltanto un processo di moltiplicazione del denaro investito. Anzi, più in generale, l’economia è diventata un processo di affermazione di una caratteristica profondamente asociale che per secoli le tante culture umane hanno cercato, in modi diversi e con diversa efficacia, di tenere in scacco: l’avidità.
Ormai sdoganata, l’avidità è quotidianamente legittimata e promossa dai media: la sua ideologia si esprime nel culto delle celebrity, nel mito del successo, nel dogma della competizione, nel bisogno di consumi. In questo modo a pochissime persone di scarse qualità ma d’immensa ambizione, del tutto prive di empatia ma anche di scrupoli, viene dato il permesso (se non il mandato) di dilapidare risorse naturali accumulate in milioni di anni e risorse umane prodotte da secoli di civilizzazione.
Occorre rendersi conto, in fretta, che precisamente questo è in gioco e non soltanto, come alcuni s’illudono, la democrazia. La rinuncia alla durata implica la distruzione dello spazio e del tempo della civiltà.
A metà settecento, in uno dei primi testi che provarono ad analizzare i rischi della modernità e l’urgenza di affiancare ai saperi senza passato, la tecnologia e l’economia, un sapere del passato, la cultura, Giambattista Vico propose uno splendido racconto delle origini della civiltà. Essa nacque, scrisse nella Scienza nuova, quando le popolazioni nomadi e barbare della preistoria cominciarono a seppellire i defunti nelle radure della foresta primordiale, e per restare vicine ai loro morti costruirono lì attorno le loro città e comunità, e per riuscire a mantenersi senza vagare alla ricerca di cibo inventarono l’agricoltura, e da quel senso di appartenenza nacque la scrittura, che è bisogno di trasmettere esperienze e conoscenze oltre il presente.
Ecco, a essere in gioco sono quelle radure e le foreste che le circondano e le memorie che custodiscono e le comunità che le abitano: quotidianamente annientate dai bulldozer del neocapitalismo, dal suo consumismo compulsivo, dalla sua superficialità arrogante e senza storia, senza durata. Dopo migliaia di anni di civiltà è in gioco la civiltà. Che non è la condizione “naturale” dell’umanità: è stata una lenta conquista. Siamo davvero disposti a perderla senza resistere? a lasciarcene espropriare senza lottare?

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Il Volo della cultura

L’immagine che segue questo post riproduce due tweet di Fabio Volo, entrambi di tre fabiovolo1giorni fa. Eccone i testi: “Consegnato ora il mio primo articolo per la pagina della cultura de il corriere della sera. Esce domenica. Sono contento”; “Da gennaio usciranno i miei romanzi nella collana Meridiani”.
Quando li ho letti ho sperato che si trattasse di autoironia e non di megalomania; o almeno di un falso. Ma il Corriere di oggi (17 novembre) mi ha tolto ogni illusione: sul supplemento domenicale, Lettura, ecco il pezzo di Volo: “I miei libri come broccoletti nell’anima”. Autobiografico, naturalmente: l’intera operazione, tweet incluso, appartiene a quel culto delle celebrity che rappresenta uno degli aspetti qualificanti della società dell’immagine e dello spettacolo.
Pier Paolo Pasolini iniziò la sua collaborazione al Corriere della Sera nel 1973: giusto quarant’anni dopo è il turno di Volo. Chi fosse interessato a capire gli effetti che sulla società e cultura italiana hanno avuto il riflusso e la lunga deriva edonista e liberista (da Craxi e Veltroni a Berlusconi e Renzi), potrà partire da questo confronto.
Temo che a questo punto anche l’altra notizia, quella del Meridiano, diventi plausibile. È vero che dopo che la collana aveva accolto, l’anno scorso, Eugenio Scalfari (un volume di duemila pagine intitolato La passione dell’etica, a banalizzare il significato di entrambe le parole, etica e passione), ci si sarebbe dovuti aspettare di tutto: e invece la direttrice, Renata Colorni, una settantacinquenne che crede che per dimostrarsi aggiornati occorra fare i rottamatori e cavalcare acriticamente ogni moda, è riuscita a fare ancora di peggio.
Attribuire le sue scelte alla logica del mercato avrebbe senso se i Meridiani fossero una casa editrice. Sono solo una collana e niente vietava alla Mondadori di inventarsene un’altra che includesse autori di maggior successo commerciale grazie alla quale compensare le perdite dei classici. La scelta di accoglierli in quella che viene definita la Pléiade italiana è politica e il suo scopo è attribuire al libero mercato un valore culturale “alto” e dunque a fare di chi ha successo, di chi vende e fa soldi, automaticamente, un classico. È una nuova fase, che chiamo “liberismo culturale” e che avrà, come il postmodernismo qualche decennio fa, profonde conseguenze sulle nostre discipline e sulla società in generale.
Nel 1974 i Meridiani, allora diretti da Giansiro Ferrata, pubblicarono il primo volume delle Opere narrative di Vittorini, scomparso otto anni prima (per pubblicare Pasolini aspettarono il 1998). Quarant’anni dopo sarà la volta del primo volume delle opere narrative di Volo, vivo e vegeto e capace di regalare ai suoi fan ancora tanti romanzi e alla cultura italiana tanti Meridiani.

[A chi voglia leggere un’esilarante analisi della scrittura di Volo (e anche di Faletti, Moccia, Scurati e altri romanzieri molto amati dalla televisione e dunque di grande successo) consiglio il recente libro di Pippo Russo, L’importo della ferita e altre storie, Edizioni Clichy].

Volo corriere meridiani

Il sonno della critica

Ho tanti libri e mi piace averli. La gran parte li ricomprerei, malgrado la spesa e l’ingombro. dormiresuilibriCon l’eccezione di una precisa categoria: la critica letteraria uscita dall’inizio degli anni settanta alla metà degli anni novanta. Anche fra quelli ce ne sono di interessanti ma pochi.
Nel nuovo millennio le cose sono cambiate. La critica è entrata in crisi, scomparendo dalle librerie o finendo relegata in angoli nascosti. Le crisi sono sempre opportunità: qualcuno ne ha approfittato per uscire dalla torre non più d’avorio, ammesso che lo fosse mai stata, e provare a rinnovarsi e rinnovare. Tanti sono ancora fermi: lavori mediocri e inutili continuano a essere pubblicati. Solo che nessuno ci fa caso: il prezzo della mancanza di immaginazione e di coraggio è l’irrilevanza.
Le ragioni della crisi della critica sono numerose: per lo più le stesse che hanno messo in difficoltà l’intero settore delle discipline umanistiche: essenzialmente, il totale disinteresse che il sistema economico dominante, ossia il liberismo finanziario e globalista, ha per le tradizioni nazionali e per le comunità locali, che anzi sta sistematicamente distruggendo. Il neocapitalismo, in Italia finora espresso dal berlusconismo e adesso dal renzismo, non sa che farsene di una classe media istruita, motivata e indipendente: vuole consumatori compulsivi e indebitati, lavoratori precari e disorganizzati, e cittadini in cerca di leader da seguire e di celebrity da venerare. Ciò che conta non è essere colti e capaci di pensiero critico bensì cool e alla moda. Tale ideologia della superficialità e del conformismo gli studiosi e i critici non solo non sono stati capaci di contrastarla ma l’hanno anzi favorita esentandosi dall’impegno e dalla lotta attraverso un coerente e, direi, lucido processo di automarginalizzazione. Hanno dunque reso la loro disciplina ridondante, noiosa, asfittica, del tutto distaccata dalle esigenze della gente. Di così basso profilo da non meritare neppure di essere eliminata e garantirsi così una sopravvivenza di nicchia. Nel caso dell’Italia, un vizio antico: “costruttori di concettini” e “macchiette del sacerdote dell’arte” è il modo in cui Gramsci etichettò i critici del suo tempo, anche loro, non a caso, in fuga da una realtà avvertita come troppo pericolosa, logorante, complessa.
Per preparare il corso che sto insegnando sui Promessi sposi, nelle scorse settimane ho tirato giù dagli scaffali libri che avevo comprato nei decenni passati, molti dei quali senza poi leggerli e alcuni nemmeno sfogliarli. Fra essi uno di Ezio Raimondi, probabilmente il più influente e noto italianisti del periodo. Bel titolo, ammiccante: La dissimulazione romanzesca. Antropologia manzoniana. Fu per questa promessa di vaste implicazioni che lo acquistai, vent’anni fa, oltre che per la rilevanza che nella mia formazione aveva avuto un altro saggio di Raimondi su Manzoni, Il romanzo senza idillio. Che a questo punto non correrò il rischio di rileggere: meglio restare con un bel ricordo. Perché La dissimulazione romanzesca è un libro senza senso e senza scopo, oltre che di una presunzione e noia imbarazzanti. Ecco l’incipit del primo capitolo (ma potrei citare altri paragrafi a caso):

A pochi anni da quelli in cui György Lukács stendeva, fra Schlegel e Hegel, la sua Theorie des Romans, José Ortega y Gasset elaborava, cominciando dalle Meditaciones del Quijote e continuando poi con le Ideas sobre la novela e il Tema de nuestro tiempo, un’interpretazione dell’esperienza e della scrittura romanzesca, che era insieme una fenomenologia della modernità, sullo sfondo del malessere dell’Europa e della disumanizzazione dell’arte.

Tutti leggono il paragrafo di apertura: a esso è affidato il compito di catturare i lettori, anche quelli che poi resteranno delusi dal seguito. Ho invece faticato ad andare avanti. E ho capito perché la gente, anche quella appassionata di letteratura, si sia allontanata dalla critica. Perché non era più critica, ossia scelta, giudizio (dal verbo krino, ‘decidere’, radice etimologica anche di “crisi”). Perché non testimoniava un desiderio di mettersi in gioco, solo di confermarsi; non un bisogno di capire, solo di dire. E cosa ci dice, quella lunga e contorta frase? Che per parlare di romanzo, ossia del genere letterario più popolare, è indispensabile conoscere, o almeno ostentare, numerose lingue, inclusi il tedesco e lo spagnolo. Snobismo? O un oggettivo fiancheggiamento accademico del processo di globalizzazione, allora agli inizi, con la scusa del cosmopolitismo? Gramsci avrebbe parlato di “secentismo programmatico”, di tendenza a “guardarsi la lingua”.
Il paragrafo di Raimondi rivela altro. Che per lui un’opera, una tesi, non sono importanti in sé, per quello che suggeriscono o dimostrano, ma solo per le relazioni che hanno con altre opere e tesi, nel caso di Lukács, quelle di Schlegel e Hegel, nel caso di Ortega, i suoi saggi più tardi. Che il suo gioco è per iniziati: chi già non sappia che Ortega scrisse anche un libro sulla Disumanizzazione dell’arte e una Meditazione sull’Europa non ha modo di decifrare le successive allusioni. Che qualunque ideuzza gli venga in mente merita di essere pubblicata su qualche rivista e poi di nuovo in volume (come i saggi, piuttosto slegati, qui feticisticamente raccolti): senza cogliere la differenza fra le curiosità che è giusto soddisfare solo a livello personale, magari per farne sfoggio con qualche amico o addetto ai lavori, e le informazioni che è utile condividere con un pubblico più ampio, e solo dopo aver verificato che esista.|
Le cose sono un po’ cambiate, dicevo. Ma non abbastanza. Occorre fare molto di più per restituire alla critica una credibilità: ed è necessario farlo al più presto perché se la cattiva critica fa venire sonno, il sonno della critica, della vera critica, genera mostri.
Internet, di per sé, non è una soluzione. Il suo rischio è infatti la rinuncia a una selezione fra ciò che merita diffusione, e possa permettersela, e ciò che dovrebbe restare inedito, privato: con la scusa che saranno il mercato e gli utenti a decidere cosa vale. Ma se sono gli utenti a decidere, a cosa servono i critici?
A leggerlo ora, sembra evidente che il libro di Raimondi annunciasse il crepuscolo della breve epoca in cui la critica era stata, almeno in Europa, vicina al centro del discorso politico e dell’azione sociale. Invece di approfittare di quella rara opportunità per mostrarne e affinarne le capacità innovative, la sua funzione di training alla creatività e al cambiamento, troppi studiosi la resero autoreferenziale, imprigionandola in un umanesimo erudito e pseudoscientifico, del tutto disinteressato all’umanità. Accorgersi di quell’errore e dell’arroganza che lo provocò potrebbe servire a liberare la critica di oggi dal superfluo e pesante bagaglio che continua a trascinarsi dietro, magari senza entusiasmo, per abitudine. Ma le abitudini sono la negazione della critica. Abbiamo ereditato problemi troppo gravi e troppo urgenti per poter perdere tempo non dico ad analizzare e discutere ma neppure a confutare le chiacchiere vuote di chi ha contribuito a provocarli.

Ripartire dalla cultura

Alcuni giorni fa si è tenuta alla Kennedy School of Government di Harvard una tavola rotonda dedicata al problema della crescente disuguaglianza sociale ed economica, evidente in tutto il italiareloadedmondo e particolarmente acuta negli Stati Uniti. I partecipanti (quasi tutti economisti) sono stati concordi nel denunciare la serietà della situazione ma non hanno offerto soluzioni e neppure speranze, paralizzati dall’obbligo di dimostrarsi “realisti”, ossia di accettare la mentalità della gente e gli attuali rapporti di forza come fatti incontrovertibili e sostanzialmente immodificabili. “Se magicamente potessimo…” è la formula da loro usata, più volte, per introdurre con cautela (e di fatto delegittimandole) le poche proposte innovative.
Oltre che un sintomo dell’egemonia dei paradigmi conservatori, la loro mancanza di coraggio e di idee mi è parsa una chiara conferma del bisogno di cercare altrove gli strumenti pratici e i fondamenti teorici per tornare, oggi, a fare politica, liberandoci dal doppio ricatto delle leggi di mercato (ossia dell’ossessione per il profitto della grande finanza) e delle paure sociali (immigrazione, terrorismo, criminalità). Questo “altrove” è la cultura, non intesa però esclusivamente come patrimonio di opere o conoscenze ereditate dal passato bensì come esigenza creativa, come impulso a fare (sia poesia che arte derivano etimologicamente da parole che indicavano la capacità di produrre).
È questo il problema affrontato da Christian Caliandro e Pier Luigi Sacco, entrambi docenti alla IULM di Milano: per salvare il mondo dall’economia serve cultura; ma come salvare la cultura da sé stessa? Troppo spesso la cultura è infatti solo un dispositivo per definire un’identità, individuale e collettiva, ossia per dirci chi siamo e da dove veniamo, senza nessun interesse o progetto per il futuro. Un caso emblematico sono le città d’arte: bloccate in uno stadio storicamente casuale del loro sviluppo, quasi avessero raggiunto una perfezione non superabile e non alterabile. Non c’è dubbio che la difesa di uno spazio carico di memoria e di storia sia un segno di civiltà, e che il patrimonio architettonico e urbanistico vada protetto dalle speculazioni delle grandi corporation, capaci di leggere il territorio solo in termini di valore immobiliare e direttamente interessate a indebolire le comunità locali – ultimo argine in grado di resistere al loro potere dopo l’abdicazione degli stati. Lo sradicamento sociale genera un consumismo ossessivo, poiché se nulla può essere conservato o tramandato l’unica realtà e l’unica felicità possibili sono quelle, effimere, delle merci e dei prodotti di moda. È tuttavia errato, al limite della complicità, credere che la museificazione delle città, degli oggetti o delle idee sia una strategia efficace. Dietro tale pratica, scrivono Caliandro e Sacco, “c’è la pia illusione che una società, la quale non sia più in grado di produrre e accogliere nuova cultura, sappia conservare e tramandare la cultura che già esiste”.
È un punto fondamentale. Ci sono state più discussioni sul nuovo museo dell’Ara Pacis realizzato a Roma da Richard Meier – la prima opera di architettura contemporanea realizzata nel centro storico dalla fine del fascismo – che sulla cementificazione di tutto ciò che circonda quel centro storico, come se la storia o l’estetica riguardassero solo alcune aree designate. L’edificio di Meier può piacere o non piacere ma è un atto culturale: che induce giudizi, riflessioni, coscienza, in altre parole desiderio di approfondire, di intervenire, di dare senso alla propria esperienza. L’opposto di ciò che troppo spesso accade a chi va a visitare un museo: distrattamente e passivamente, sollecitato più che altro dal bisogno di documentare la propria presenza in quel luogo e attratto infatti, più che dalle opere esposte nelle sale (davanti alle quali i turisti si fermano di media meno di un secondo), dalle loro riproduzioni vendute nello shop. È un fenomeno di cui pochi anni fa si è occupato uno storico dell’arte contemporanea, Francesco Antinucci, in un libro che proponeva un uso virtuoso delle tecnologie virtuali (ben diverso da quello comunemente praticato) proprio per correggere la caduta verticale della comprensione della cultura, lo svuotamento della sua funzione privata e sociale. Un analogo rischio lo corrono le università: a dare ai propri utenti solo ciò che si aspettano, si innesca un circolo vizioso in cui la conoscenza, invece che un processo traumatico di superamento della propria condizione, diventa un rassicurante dispositivo di auto-conferma, in cui i cambiamenti che comunque avvengono (fanno parte dell’inesorabile legge della vita) sono tutti subìti, mai scelti. Per continuare con il caso delle città d’arte, non è vero che esse non mutino: solo che mutano “in modo da incorporare e fare propri gli stereotipi che li riguardano”. Diventano insomma simili alle descrizioni che di loro offrono le guide, non viceversa.
Italia reloaded spiega anche le ragioni per cui la società ha bisogno di una cultura proattiva, ed è in fondo la questione con cui ho aperto questa recensione: “la cultura e la creatività sono palestre naturali di preinnovazione”. È un’altra ottima intuizione: non è ragionevole aspettarsi che siano esse a salvare il mondo; chi le carica di questo compito inclina pericolosamente verso una sorta di misticismo culturale. Le soluzioni concrete spettano alla scienza, alla tecnologia, agli stati. E tuttavia nessuna soluzione è possibile senza che sia stato preventivamente creato un ambiente in qualche modo aperto al cambiamento. Tale funzione preparatoria è propria dell’arte, dell’immaginazione, della fiction. Della cultura: indice del tasso di innovazione di una società e insieme palestra o laboratorio in cui imparare a innovare e innovarsi.
Italia reloaded è un gran bel libro, e per una volta non solo di denuncia ma propositivo. Mi pare significativo che, casualmente, sia proprio con esso che la mia collaborazione con Italica giunga a termine. Questa recensione è l’ultima che apparirà su Harvard Diary, almeno come rubrica di Rai internazionale: fra i tagli imposti dal governo Monti per diminuire la spesa pubblica e, ci viene detto, impedire il tracollo dell’economia italiana e globale, c’è anche questa minuscola iniziativa. Dei suoi eventuali meriti non sta ovviamente a me parlare, se non per ringraziare Maurizio Imbriale e Elena Monopoli per la loro professionalità, sensibilità e amicizia; però non è, obbiettivamente, un buon segno che un altro spazio dedicato ai libri venga chiuso. Caliandro e Sacco hanno ragione: occorre ripartire con la cultura. Ma per farlo, e perché questa ripartenza porti da qualche parte, occorre ripartire anche con la politica, nel suo senso di ricerca (e non necessariamente definizione) di cosa siano il bene comune e la giustizia sociale. Come scrivono i nostri due autori, “la cultura ha bisogno di una società che pensa e che ama pensare”.

Riferimenti:
– Francesco Antinucci, Musei virtuali. Come non fare innovazione tecnologica, Laterza, 2007, pp. 129, euro 15,00.

Italia reloaded. Ripartire con la cultura
di Christian Caliandro e Pier Luigi Sacco
Il Mulino, 2011, pp. 146, euro 13,50

[Questa recensione fu pubblicata da “Italica”, sito di Rai Internazionale, nel dicembre del 2011]