Analisi testuale di un colpo di stato

I quotidiani hanno obbedientemente riportato per intero e generalmente senza commenti il “comunicato congiunto” rilasciato da Renzi e Berlusconi dopo il loro incontro. Alcuni giornalisti l’hanno renziducetto400usato per fare un po’ di gossip e di culto della personalità (cose in cui i media si stanno specializzando) cercando di dedurre dal tono e linguaggio del breve testo gli umori dei due padroni della politica italiana. Quello che a me invece il loro tono e linguaggio rivela è un colpo di stato in preparazione. Che come sempre comincia a livello di parole: perché se passano inosservate, se non provocano alcuna reazione, se vengono accettate come ovvie o necessarie, è un segno che le condizioni sociali e politiche esistono per effettuare il colpo di mano e sovvertire l’ordinamento dello stato. Credo che Renzi e Berlusconi si stiano persuadendo che la contingenza sia appunto a loro favorevole e che un ritardo potrebbe modificarla.

Particolarmente rilevante è il primo paragrafo del comunicato, in cui vengono poste le basi teoriche e programmatiche della successiva risoluzione. Eccolo: “L’Italia ha bisogno di un sistema istituzionale che garantisca governabilità, un vincitore certo la sera delle elezioni, il superamento del bicameralismo perfetto, e il rispetto tra forze politiche che si confrontino in modo civile, senza odio di parte”.
È una frase sciatta, scritta male, in cui si cerca contemporaneamente di parlare in modo autorevole (“sistema istituzionale”, “bicameralismo perfetto”) e colloquiale (“un vincitore”, “la sera delle elezioni”), come solitamente fa chi tiene in poca considerazione sia le istituzioni che la gente e dunque non reputa necessario assumere uno stile rigoroso e coerente. La segretezza in cui l’incontro si è svolto e il fatto che sia stato privato e personale (una gravissima irregolarità tollerata da media e intellettuali) ha evidentemente nuociuto alla qualità del comunicato: né Renzi né Berlusconi sanno scrivere o parlare bene, nessuno dei due ha cultura, sofisticatezza, vera intelligenza; e i loro più stretti collaboratori sono dei lacchè che mai oserebbero contraddire il padrone, ammesso che fossero in grado di farlo.

Analizziamo dunque da vicino la frase di apertura del comunicato congiunto:
L’Italia ha bisogno”. In democrazia, quello di cui ha bisogno l’Italia lo deve decidere l’Italia. Votando in elezioni tenute secondo le regole sancite dalla Costituzione. Come si sa, invece, le elezioni del 2013 sono state condotte con i criteri stabiliti dalla Legge Calderoli (il Porcellum) che assegnava un premio di maggioranza e toglieva ai cittadini la possibilità di esprimere preferenze: tutte e due norme che sono state giudicate incostituzionali dalla Consulta. Da un punto di vista costituzionale è un abuso che un parlamento delegittimato invece di sciogliersi e restituire al popolo la decisione crei esso stesso una nuova legge elettorale (l’Italicum 2) e per di più la modelli in modo da accontentare proprio coloro che delle norme incostituzionali hanno maggiormente beneficiato. Forse ancor più osceno è il fatto che la maggioranza necessaria per perpetrare questo abuso venga artificiosamente costituita aggregando le due forze che nelle scorse elezioni erano contrapposte, ignorando il fatto che i cittadini che in quell’occasione votarono per Bersani (e non per Renzi, altra anomalia) chiaramente intendevano escludere Berlusconi dal potere e viceversa, non avallare quello che un tempo si sarebbe chiamato inciucio (ma i media non usano più la parola, di fatto legittimando la pratica).
Un sistema istituzionale che garantisca governabilità”. Governabilità è uno di concetti inventati dal liberismo selvaggio per eliminare la possibilità di controlli etici o giuridici dell’operato dei potenti. Ma l’incompetenza e arroganza di Renzi e Berlusconi li ha portati a esprimere in modo fin troppo trasparente e brutale quell’arbitrio. La divisione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) che per secoli è stata a fondamento dello stato di diritto è liquidata distrattamente, in poche parole. Secondo il primo ministro in carica l’intero sistema istituzionale ha lo scopo di assicurare la preminenza dell’esecutivo invece di vigilare contro le sue eventuali prevaricazioni. Parlamento e magistratura diventano secondari, meri strumenti della governabilità, ossia dell’autorità del governo. Guarda caso, il suo.
Un vincitore certo”. Ecco l’ossessione liberista per la vittoria. Il mondo si divide in “winners” e in “losers”, chi vince e chi perde, chi ha successo e chi non ce l’ha. E chi vince deve avere tutto, chi perde nulla, a prescindere dalle circostanze. Le virtù e i diritti non contano nulla: se chi vince non aveva qualità, poco importa; la vittoria trasforma i suoi limiti o i suoi crimini in meriti. Interessante anche l’aggettivo: “certo”. Non basta che sia un vincitore: bisogna che sia certo, certificato, indiscusso. Renzi, da buon democristiano, ha paura dell’incertezza e proprio non capisce la straordinaria forza innovativa e creativa che viene dal dubbio e dal dissenso. Lui vuole dogmi, assolute certezze. Lo avete sentito parlare o discutere? Mai un’apertura, un’indecisione, un ripensamento, il sospetto di potersi sbagliare. Si sbaglia e contraddice continuamente ma ogni sua affermazione è assoluta.
La sera delle elezioni“. Ansia che non dovrebbe riguardare la politica e tanto meno lo stato o il popolo italiano ma solo i canali di news. Renzi e Berlusconi danno voce al desiderio dei network dell’informazione di proporre sempre “breaking news” da consumare istantaneamente, e poco importa che siano frettolose e inaccurate; è un’esigenza di audience, si sa che se ci si inoltra troppo in là nella notte la gente se ne va a dormire e se trascorre un’intera giornata senza risultati comincia a occuparsi d’altro.
Il superamento del bicameralismo perfetto”. Questa frase l’ha di sicuro scritta Renzi: è tipicamente sua l’ipocrisia di far finta che ciò che lui sta spietatamente distruggendo sia invece la base di uno sviluppo, di un perenne progresso verso il futuro (il suo). Si noti inoltre il fatto che invece di dire, positivamente, quale sistema parlamentare si vuole adottare, e doverne dunque spiegare i meriti, il comunicato si limita a dire cosa vuole rottamare, immagino sul presupposto renziano che ogni cosa più vecchia dell’iPhone sia superata.
Forze politiche che si confrontino in modo civile”. Da sempre la definizione di cosa sia civile è argomento di aspri disaccordi e da sempre l’imposizione di una specifica idea di civiltà è la caratteristica dei regimi totalitari e integralisti. Quale sarebbe il “modo civile” di confrontarsi? Per i conservatori è la deferenza nei confronti dei potenti e l’osservanza dei loro decreti, comunque emanati. Secondo me invece un comportamento civile è pagare le tasse, non guadagnare troppo più degli altri, avere cura dell’ambiente, non dire menzogne e neppure cazzate, accettare e apprezzare la diversità di opinioni, praticare la solidarietà sociale, rispettare la Costituzione. A livello politico, comunque, il solo fatto di ipotizzare la necessità di buone maniere è una mossa autoritaria. Se Renzi o Berlusconi leggessero qualche libro invece di guardare solo il loro tablet o la tv, gli consiglierei il Saggio sulla libertà di Mill, in cui il grande filosofo difese la libertà di espressione e di associazione (non solo quella di coscienza e di pensiero), anche quando offendessero la sensibilità altrui. Ma cosa pensa davvero Renzi lo si deduce dal suo stretto rapporto di amicizia con il finanziere Davide Serra, quello che vorrebbe drasticamente limitare il diritto di sciopero e manifestazione.

Lo scopo finale dell’accordo fra Renzi e Berlusconi è esplicitato nel penultimo paragrafo: “Questa legislatura che dovrà proseguire fino alla scadenza naturale del 2018 costituisce una grande opportunità per modernizzare l’Italia”. Tralascio il fatto che la durata delle legislature non dipende dalla volontà dei padroni dei partiti ma da quella del Parlamento e del popolo italiano. L’obbrobrio è quanto segue. Una “grande opportunità”? Che significa? Renzi e Berlusconi parlano dello stato come se fosse un’impresa privata con fini di lucro, che cerca dunque di avvantaggiarsi in qualunque modo e in qualunque occasione offerta dal mercato. Lo stato non approfitta di opportunità: lo stato realizza il bene dei cittadini sulla base di programmi e del mandato ricevuto alle elezioni. Soprattutto, lo stato non decide le sue politiche sulla base di presunte e non meglio definite contingenze. Il comunicato allinea frasi vuote, che sia Berlusconi che Renzi si sono abituati a pronunciare in talk show di network compiacenti, senza mai dover rendere conto di ciò che affermavano. Ma sono frasi che rivelano le loro intenzioni. “Modernizzare l’Italia”: in che senso? Nel senso di renderla simile o uguale al paese moderno per antonomasia, gli Stati Uniti? Nel senso di traghettarla nel liberismo solo perché i media, tutti posseduti dalle grandi corporation e a esse deferenti, lo descrivono come una condizione attuale e necessaria? Serve ben altro che un proposito vago e male espresso per giustificare uno stravolgimento della Costituzione e delle tradizioni sociali di un paese.

Il paragrafo finale condensa e ribadisce le mostruosità contenute nel resto del comunicato: “Anche sui fronti opposti, maggioranza e opposizioni potranno lavorare insieme nell’interesse del Paese e nel rispetto condiviso di tutte le Istituzioni”. Maggioranza e opposizioni, in democrazia, non lavorano “insieme”: si contrappongono, in modo da offrire ai cittadini una scelta. Quel “lavorare insieme” che Renzi e Berlusconi auspicano congiuntamente, prelude alla lottizzazione. Ci sono pochissimi casi di consociativismo virtuoso nel mondo, e tutti in comunità profondamente divise da antichi conflitti etnici o religiosi. Inoltre il consociativismo virtuoso garantisce rappresentanza a tutti i gruppi, non solo a quelli che condividono le scelte del governo. Per non dire che il consociativismo deve essere scelto dal popolo, non imposto.
Quanto all’“interesse del Paese”, sta al Paese decidere quale sia, non a una coppia di prepotenti, uno dei quali condannato per evasione fiscale e l’altro mai eletto a un pubblico ufficio se non al secondo turno a sindaco di una città di trecentomila abitanti. Infine l’ipocrisia conclusiva: il rispetto delle istituzioni (ma loro scrivono la parola con la maiuscola). Preteso da chi, senza rispettare la sentenza della Corte Costituzionale che invalidava le elezioni e dunque la loro stessa posizione, si appresta a modificare a proprio piacimento la Costituzione. Se questo non è un colpo di stato spiegatemi come dovrei chiamarlo.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

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Le parole del presidente

A quanto pare Giorgio Napolitano si dimetterà fra un paio di mesi. È una buona notizia. A succedergli potrebbe essere un personaggio altrettanto mediocre e politicamente peggiore vicarofbray400ma difficilmente qualcuno in grado di danneggiare la credibilità delle istituzioni e del sistema democratico quanto ha fatto lui. Perché il nuovo presidente, chiunque sia, rappresenterà in modo evidente i gruppi di potere che lo avranno sostenuto, come era sempre accaduto nella storia della Repubblica, da Einaudi a Ciampi: l’irredimibile colpa di Napolitano è di avere tradito le aspettative generate dalla sua provenienza dall’opposizione storica, primo presidente con un passato nel partito comunista. Uno storico inglese, Perry Anderson, lo ha per questo definito un “Vicar of Bray” (rappresentato nell’immagine qui sopra), ossia un opportunista, uno che cambia bandiera, ideologia e retorica a seconda della convenienza. Nessuno, a sinistra, si faceva illusioni, mettiamo, su Giovanni Leone, eletto con i voti dei fascisti. Ma quando fu eletto Sandro Pertini con i voti del PCI qualcosa di diverso ce la si aspettava: e Pertini ripagò la fiducia. Provate a leggere i suoi discorsi.
I discorsi di Napolitano testimoniano invece lo svuotamento liberista del linguaggio politico: il suo stile non è quello di Silvio Berlusconi ma gli effetti sono analoghi. In un momento in cui da un uomo della sua generazione e con il suo passato ci si sarebbe aspettata una difesa dei valori che i padri costituenti avevano eretto a difesa della nostra fragile democrazia per prevenire tentazioni autoritarie e derive plutocratiche, ha invece contribuito alla loro banalizzazione, rivelandosi il politico ideale per sdoganare l’antipolitica del neocapitalismo.
Ecco cosa ha detto, per esempio, nel suo ultimo intervento, letto il 4 novembre in un’occasione importante, la festa dell’unità nazionale (cito dal testo ufficiale pubblicato sul sito del Quirinale): “Vi è il rischio che, sotto la spinta esterna dell’estremismo e quella interna dell’antagonismo, e sull’onda di contrapposizioni ideologiche pure così datate e insostenibili, prendano corpo nelle nostre società rotture e violenze di intensità forse mai vista prima”. Questa frase in particolare l’hanno ripresa molti giornali e telegiornali, sempre riportandola per intero e alla lettera: perché se avessero provato a parafrasarla o riassumerla avrebbero finito col dover ammettere che non significa nulla. Così invece sembra suggerire qualcosa: un indistinto senso di allarme, di urgenza, non basato su analisi o prove ma capace di agire al livello psicologico più superficiale, quello dei pregiudizi, delle reazioni istintive, lo stesso a cui fa appello buona parte della pubblicità e della propaganda. Si tratta fra l’altro di una frase brutta, priva di stile, mal costruita, con un lessico impreciso: come fa qualcosa a essere contemporaneamente “sull’onda” (ossia in un momento favorevole) e “datata”? E in che modo una contrapposizione può essere definita “insostenibile”?
La retorica delle classi dominanti non è sempre stata così trasandata. Un bel libro di Gabriele Pedullà, Parole al potere (BUR), ha analizzato storicamente l’evoluzione del discorso politico italiano da Cavour a Berlusconi, con un’ampia antologia di testi. La sua conclusione è che quella lunga tradizione, la quale a sua volta si fondava sui classici dell’oratoria greca e latina, si sia improvvisamente interrotta negli ultimi decenni e che fra il nostro presente e il passato, anche quello prossimo, si sia creato un fossato profondo. Colpa dei nuovi media e delle nuove tecnologie, suggerisce Pedullà. Ma il suo libro è del 2010: prima dell’avvento di Renzi, prima cioè che la trasformazione della politica in gossip venisse portata a compimento e rivelasse, con una trasparenza resa possibile dall’arroganza di chi si crede il vincitore assoluto, le sue più profonde motivazioni. I media e la tecnologia sono solo mezzi e potrebbero essere usati in maniera diversa. È il neocapitalismo liberista a essersene appropriato e ad averne fatto lo strumento con cui imporre la sua egemonia culturale. Non sono insomma la televisione o internet a richiedere banalità, superficialità, omogeneizzazione: sono i ricchi e le loro corporation, ai quali serve un mondo in cui la naturale tendenza umana alla solidarietà e all’eguaglianza sia sostituita da un individualismo estremo compensato, a soddisfare quel bisogno di socialità, da un consumismo compulsivo di massa. Renzi è, in Italia, il messia di questa svolta liberista, molto più di quanto lo sia stato Berlusconi. E Napolitano è stato il suo Giovanni Battista.
Torniamo al suo discorso del 4 novembre: “Vi è il rischio…”. Come negare, in generale, che ci sia un rischio? C’è il rischio di uscire per strada e venire colpiti da un fulmine, c’è il rischio che uno psicopatico si convinca che per salvare il mondo occorra tagliare la gola a tutte le donne che portano una borsa verde, c’è il rischio che il riscaldamento globale provochi catastrofici maremoti. Sono rischi di uguale livello? Diffidate sempre di chi parla di pericoli senza specificare se siano infinitesimali o probabili, immediati o proiettati in un lontano futuro, concreti o accademici. Il suo fine è invariabilmente creare paura, ossia la condizione necessaria e sufficiente per allentare la vigilanza della gente e approfittarne per defraudarla dei suoi diritti.
Un’altra caratteristica della propaganda è usare concetti decontestualizzati, come se significassero sempre la stessa cosa, a prescindere dalle circostanze. L’“estremismo” di cui parla Napolitano, per esempio, del quale in una frase successiva lamenta la “perversa forza attrattiva”: di che si tratterebbe? Dell’Isis, molto di moda a livello mediatico? Ma in quel caso perché non nominarlo direttamente? Già il concetto di terrorismo si presta ad abusi: ma perché mai avere convinzioni estreme sarebbe inevitabilmente causa di apocalittiche rotture e non piuttosto di proficui confronti? Democrazia significa accettare i conflitti, anche radicali, nella convinzione che non solo sia possibile risolverli attraverso il dialogo ma che siano indispensabili per il progresso sociale e l’innovazione. Invece Napolitano non teme solo il pericolo dell’estremismo esterno: anche quello dell’“antagonismo” interno. È una posizione molto grave. L’antagonismo è la linfa vitale della democrazia e solo i più biechi totalitarismi lo impediscono. Cosa auspica, Napolitano, la fine dei contrasti? il trionfo dell’ortodossia, dell’impero, dell’omologazione? il monopolio di un’unica “forza attrattiva”, quella del denaro, del consumismo, della pubblicità? Stessa cosa per le “contrapposizioni ideologiche” che condanna subito dopo: come possono essere un male, un problema? Purtroppo questa aspirazione al conformismo, questa ideologia del consenso, non è semplicemente senile: è un elemento fondamentale del neocapitalismo e un indice della profonda avversione del liberismo per i meccanismi che generano pluralismo e dissenso, visti come ostacoli alla governabilità e al successo immediato.

[Il saggio di Perry Anderson citato sopra è stato ripubblicato nel suo volume L’Italia dopo l’Italia. Verso la terza repubblica (Castelvecchi, 2014)].

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

I sondaggi e la fine della democrazia

C’è ancora speranza per la democrazia? Me lo sono domandato ieri, leggendo la prima pagina del New York Times: “Both Parties See Campaign Tilting to Republicans”. Secondo finedemocrazia400entrambi i partiti i repubblicani sarebbero in vantaggio; il che mi deprime ma non è quello il punto. Il punto è: come lo sanno? Sulla base di sondaggi. Che si sono rivelati approssimativi molte volte. Basti ricordare le ultime elezioni presidenziali, quelle del 2012, nelle quali una delle più rinomate agenzie, Gallup, diede vincente Mitt Romney contro Obama. In votazioni di minore importanza gli errori sono stati ancora più clamorosi e frequenti.
Ma ammettiamo che effettivamente in questo momento la maggior parte degli americani disposti ad andare a votare preferisca la destra: perché trasformare le loro intenzioni in un fatto? Il voto è dopodomani, non oggi; e finché la gente non deposita la sua scheda ha tempo di cambiare idea. Per questo si va tutti alle urne nello stesso giorno: per caricare quel momento di un significato speciale. Altrimenti basterebbe chiedere alla gente di aderire a un partito e dare la maggioranza parlamentare a quello con più iscritti, finché ce li ha. Le elezioni sono una cosa completamente diversa: sono occasioni di riflessione, discussione, ripensamento. Fatte individualmente e collettivamente. Per questo non piacciono al neocapitalismo: al quale non interessa una società di cittadini coscienti e incerti; vuole una società di consumatori compulsivi. Il suo obiettivo è determinare il consenso politico nello stesso modo in cui determina i consumi: attraverso indagini di mercato, indici di gradimento e pubblicità, tanta pubblicità.
Etimologicamente democrazia significa: governo del popolo. Non: “osservazione” del popolo, concetto che viene espresso con un altro termine, demoscopia. La confusione fra i due piani è intenzionalmente perseguita dal pensiero unico liberista: che infatti ci insegna a descrivere la realtà, non a intervenire su di essa. A questo serve la statistica, a questo la nuova mania dei “big data”. Persino a Harvard, in uno dei più prestigiosi centri di cultura e innovazione del pianeta, da qualche anno agli amministratori importa di più capire e seguire le nuove tendenze piuttosto che crearle. L’idea di poter cambiare il mondo è fuori moda: l’unica cosa che conta è essere alla moda.
In tutti i giorni dell’anno a comandare sono i ricchi e i potenti, grazie all’oscena quantità di denaro che hanno accumulato negli ultimi vent’anni, ossia dalla fine della minaccia comunista (è stato calcolato che Mark Zuckerberg, che in vita sua non ha fatto altro che avere l’idea di facebook, neanche la capacità di svilupparne il programma o di commercializzarlo, riceve ogni anno in soli interessi quanto un operaio o un impiegato guadagnerebbero in quasi duecentomila anni), e attraverso media ormai totalmente asserviti. La democrazia che ancora ci permettono di esercitare prevede formalmente che una volta all’anno, o anche meno, ogni persona possa decidere, liberamente, autonomamente, con il suo voto. Anche questo ora vogliono toglierci, in America come in Italia. Sempre di ieri era un rilevamento del Corriere della sera che dava a Matteo Renzi il gradimento del 54% degli italiani. In giugno era stato al 75%. Come sarà mai possibile verificare se erano attendibili? Ma ai media non importa; fra virtuale e reale non vedono alcuna differenza. Saranno i sondaggi a farci sapere cosa vogliamo, come pensiamo, chi siamo.
Qualcuno forse ricorda un racconto di Philip Dick, Rapporto di minoranza, reso popolare dalla mediocre riduzione cinematografica di Steven Spielberg. È ambientato in un’America del futuro in cui di omicidi non se ne commettono più grazie agli arresti preventivi operati da una speciale unità di polizia (Pre-crimine) che si serve delle premonizioni di tre minorati mentali, detti pre-cog. L’esistenza di tre pre-cog consente di garantire l’accuratezza del sistema: la probabilità che tutti e tre, o anche solo due di loro, abbiano indipendentemente la stessa visione errata è infinitesimale, praticamente inesistente. Come si vede, un antico quesito di ordine morale (si è colpevoli per l’intenzione di commettere un crimine?) si intreccia a un problema di calcolo delle probabilità (a quale livello di approssimazione il probabile diventa certo?) e a uno dei tipici paradossi temporali della fantascienza (sapere in anticipo un evento non permette di modificarlo e di smentire la previsione?). Le contraddizioni esplodono quando Anderton, direttore della Pre-crimine, legge un rapporto secondo cui lui stesso starebbe per commettere un omicidio. Non vado oltre per non togliere la suspense a chi non conoscesse il racconto. Ma la morale di Dick è chiara: le previsioni non sono la realtà e il futuro spacciato come inevitabile è un’ideologia.
Altri tempi: era il 1956. Tre anni prima era uscito Fahrenheit 451, sette anni prima 1984. Italo Calvino stava scrivendo La giornata d’uno scrutatore. Il problema della democrazia era avvertito come centrale ed era inteso come il diritto di tutti i membri di una comunità di far sentire la propria voce attraverso il voto. Ma anche come un dovere: quello di rafforzare la comunità attraverso il dialogo, il confronto, il dissenso. Il liberismo nega quel diritto e soprattutto quel dovere; anche in politica è totalmente amorale. Ancor più che cancellare le nostre voci il suo obiettivo è distruggere le nostre comunità.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

Politica e cazzate

In un saggio di quasi trent’anni fa, pressoché ignorato finché confinato in una rivista accademica ma diventato popolare quando pubblicato autonomamente nel 2005, il filosofo renziavenezia500americano Harry Frankfurt analizzò il tipo di discorso che in inglese si usa definire “bullshit” e in italiano “cazzate” (“stronzate” nell’edizione Rizzoli). Filosoficamente una cazzata è un discorso non vero ma neppure falso: perché a chi lo fa la verità è del tutto indifferente (mentre importa al mentitore, che sa cosa sia vero) e gli interessa soltanto il vantaggio personale – per esempio ottenere l’attenzione o la fiducia di chi ascolta, a qualsiasi costo. Per questo motivo, concludeva Frankfurt, i cazzari sono molto più pericolosi dei bugiardi.
Cazzate se ne sono sempre dette: tutti ne dicono qualcuna e ci sono persone che, di solito perché non capaci di discorsi più seri o perché poco disposte a informarsi, cercano di affermarsi, e a volte ci riescono, solo attraverso di esse. Alcuni cazzari hanno fatto fortuna, soprattutto in politica ma non solo. Non per questo la cazzata era finora diventata una virtù: doveva in qualche modo fingersi attendibile. Ecco, la mia impressione è che a sdoganarla, oggi, sia stato il liberismo: al quale conviene che anche i discorsi, come già i prodotti, non abbiamo alcuna validità intrinseca ma solo contingente, che in altre parole siano giudicati solo a posteriori, in base al loro successo di mercato. Qualsiasi idiozia diventa insomma autorevole nella misura in cui viene consumata o ottiene una certa visibilità, spesso misurata in termini di clic o di like su internet. In questo modo chi ha più denaro, e così la possibilità di controllare direttamente i media o di comprarne i favori e la pubblicità, ha sempre ragione.
Un esponente di questa politica fondata sulle cazzate è Matteo Renzi. Sbaglia chi ne tema solo le privatizzazioni e gli attacchi allo stato sociale, condotti con una brutalità che mai sarebbe stata consentita ai governi DC o a quelli berlusconiani. Ancor più grave è che Renzi stia distruggendo la politica e che tutti i suoi discorsi e programmi abbiano l’inconsistenza e irresponsabilità delle cazzate – nel senso filosofico di cui sopra.
Non mi pagano per studiarlo e non mi diverte farlo. Per cui non lo ascolto ogni volta che parla – nessuno lo fa, parla continuamente. Ma tanto dice sempre le stesse cose. Questa volta ho dunque scelto di analizzare un singolo discorso, abbastanza lungo e significativo perché tenuto al congresso “Digital Venice”, pochi mesi fa. Il tema dell’innovazione era centrale e a Renzi, come si sa, piace giocare la parte del giovane rottamatore. (Ho inserito il video al termine dell’articolo; oppure cliccare qui per vederlo).
Cominciamo dalla scelta della lingua. Renzi avrebbe potuto parlare in italiano, con un interprete a tradurre simultaneamente le sue parole. Ha preferito l’inglese, a quanto pare studiato a spese dei contribuenti e non a poco prezzo. Ora, sforzarsi di esprimersi in una lingua che si parla male è un atto di gentilezza e rispetto nei confronti degli ospiti internazionali solo se fatto con umiltà, consapevoli dei propri limiti e dunque sforzandosi di dire l’essenziale con concisione e semplicità. Altrimenti diventa una manifestazione di arroganza e una presa in giro. Purtroppo Renzi non sembra sapere cosa siano il rispetto, l’umiltà e la semplicità. Ha infatti parlato in maniera raffazzonata, spesso inconcludente e a volte incomprensibile, senza essersi preparato adeguatamente e pensando di poter supplire con la faciloneria, la supponenza, qualche infelice battutina e continui ammiccamenti.
Ma perché stupirsi? Da sempre Renzi compensa la mancanza di rigore ostentando sicurezza e spacciando i propri difetti per qualità. Lo ha fatto anche all’inizio di questo discorso, in modo esplicito anche se continuamente, come gli capita di frequente, perdendo il filo del discorso e passando ad altro: “Questo è un meeting in cui i politici non sono… Io non sono… non sono il relatore… il relatore ufficiale, preparato… molto, ehm… un modo tradizionale di affrontare i… ehm…, meeting ufficiali”. Prepararsi, informarsi, è cosa antiquata, tradizionale, da rottamare: vuoi mettere la spontaneità.
Il resto del discorso conferma che di digitale Renzi sa molto poco e neppure ha mai provato a informarsi: usa Twitter, i media ce lo ripetono ogni giorno, e temo che l’ammirazione dei suoi genitori e di altri amici tecnologicamente illetterati lo abbia sinceramente convinto di essere un genio dell’informatica. Invece è solo un provinciale e un dilettante. Rivolgendosi a esperti del settore, ha propinato disarmanti banalità come se fossero proposte originali ma soprattutto ha intessuto proposizioni senza senso. Ecco qualche esempio: “Noi ci siamo davvero (“really”) impegnati a rendere più bella la globalizzazione” (1:28). E che significa? Oppure: “La nostra ambizione è diventare leader non nell’Europa delle istituzioni ma nell’Europa dei popoli, perché l’Italia può essere leader, e questa è l’ambizione del mio governo” (8:26). Un cortocircuito mentale e nessun dettaglio né su come si diventi leader né su cosa precisamente sarebbe un “leader dei popoli”.
Altre due perle: “È mia opinione personale che noi siamo, davvero (“really”), brave persone (“good guys”), e persone fortunate, solo perché abbiamo un’opportunità” (1:55). Ancora: “Ho scelto Venezia per questo evento, perché, davvero (“really”), con internet, la rete, con ICT, abbiamo perso… questa è la mia opinione personale… il tempo e lo spazio; davvero (“really”), viviamo ogni giorno senza passato [“past”, pronunciato però come “pasta”] e futuro” (3:32). La sua opinione personale? (Il sintagma è sempre pronunciato incrociando drammaticamente le braccia sul petto, a garantire l’intima origine del pensiero). Delle ovvietà del genere sarebbero un’opinione personale? Ma già l’uso reiterato, ossessivo, dell’avverbio “really” dovrebbe mettere in sospetto.
E così via. Purtroppo non c’è niente di comico in questo campionario di aria fritta. Al contrario, sono frasi che dovrebbero allarmare. Per la loro trivialità ma soprattutto perché sviliscono la ragione, il linguaggio, riducono la comunicazione, ossia la facoltà più propriamente umana e sociale, a rumore. Si tratta insomma di una deliberata strategia di svuotamento dei contenuti: la chiarezza e la logica costringono a una certa misura di coerenza; le improprietà e le allusioni oblique deresponsabilizzano, rendono tutto equivalente, il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, i profittatori e le loro vittime.
Ascoltate tutto il discorso: di tecnologia digitale Renzi non parla praticamente mai. Si riempie invece la bocca di parole come “democrazia” e soprattutto “libertà” e “gente” (“people”) ma è evidente che per lui sono solo suoni. Storia ed eventi personali hanno lo stesso valore. Come quando s’imbarca nella spiegazione di cosa sia l’Europa: “L’Europa non è soltanto un luogo economico. L’Europa è la libertà di movimento” (17:20). In che senso? Movimento dei disoccupati creati proprio dall’euro? degli immigrati illegali? dei capitali? delle merci, peraltro tutte fabbricate in Cina o Bangladesh? o dei turisti, che possono andare a Parigi e Berlino senza passaporto e controlli doganali? Comunque a quel punto s’impappina: dietro la libertà di movimento non vede altro. E si rifugia nei ricordi privati: “L’Europa è la stessa… ehm, uhm… Nella mia esperienza personale [mani portate al petto] l’Europa è mia mamma che piange davanti alla televisione quando… ehm, lei… lei…, lei ha sentito… quanto il muro di Berlino fu distrutto dalla gente. Per me, per mia madre, l’Europa è esattamente questo momento”. Momento di pausa, solenne. E poi l’anticlimax: “Per mio figlio l’Europa è la Champions League”. Passato e futuro dell’Europa attraverso le sensazioni di due generazioni di Renzi.
My God. Neanche De Amicis era mai caduto così in basso. Filosoficamente parlando, Renzi sta cercando di rendere il cazzeggio una virtù. Anche questo lo afferma in modo chiaro, quando dice che il rischio dei politici è perdere tempo con gli esperti (6:50). Da buon demagogo pensa che sia importante solo convincere la gente, e da buon demagogo cattolico pensa di avere una buona novella da diffondere. È un grave errore sottovalutarlo. È un egocentrico e come tale non potrà mai essere dissuaso o persuaso, neppure con l’evidenza. Perché le sue certezze e il suo sapere si fondano su un vuoto autoreferenziale.
La conclusione del discorso di Renzi è emblematica: “E ora è il momento del pranzo!” Seguono gli applausi, di cortesia ma anche di conferma di uno stile ormai accettato e condiviso dalla classe dirigente: il cazzeggio come svuotamento della politica. In quella sala c’era gente che sembrava più informata di lui ma nessuno ha aperto bocca per dire l’ovvio: che l’imperatore era nudo, che ciò che aveva detto erano chiacchiere confuse e senza sostanza.
Per loro la fine del discorso del capo era il momento del lunch. Per noi quello di cominciare a preoccuparci seriamente e possibilmente agire. Quando il vuoto non è solo nello stile e nelle forme della politica ma diventa un programma, la fine della democrazia è pericolosamente prossima.

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[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

Gli interessi della democrazia

Attaccando la riforma-truffa del Senato, Berlusconi non sta solo facendo politica, ossia cercando di impedire a Renzi di diventare troppo potente. Paradossalmente, Berlusconi sta anche facendo democrazia – una pratica a cui gli italiani si stanno rapidamente democraziaDaviddisabituando.
Democrazia non è ecumenismo: non è dunque il processo grazie a cui si raggiunge un consenso il più ampio possibile con qualsiasi mezzo, in particolare attraverso compromessi e trasformismi. Democrazia è dissenso. In un sistema democratico la molteplicità di opinioni e di comportamenti non costituisce un ostacolo da superare, sia pure in maniera pacifica e con tolleranza reciproca; è invece un patrimonio di diversità da mantenere, difendere, incoraggiare. Perché, contrariamente a quanto credono la destra e, temo, buona parte della gente (siamo in un’epoca in cui a dominare culturalmente è l’individualismo liberista), lo scopo della democrazia non è la governabilità: è la rappresentatività. Non è la ricerca dell’unanimità: è la capacità di accettare la differenza. Non è il pensiero unico: è il pensiero plurimo.
L’Italia stava avviandosi a diventare, e forse accadrà comunque, un paese in cui la maggioranza avrebbe governato senza impedimenti e, peggio, senza alcuna significativa opposizione. Senza badare al fatto che un governo senza opposizione è un regime totalitario, anche quando indicesse elezioni (che inevitabilmente diventerebbero meri plebisciti) o garantisse la libertà di stampa e di opinione (che si esaurirebbe nel gossip, nel culto delle celebrity e nel conformismo).
Ovviamente a Berlusconi importa poco della democrazia: sta solo facendo i suoi interessi. Ma proprio questo è democrazia: l’opportunità, offerta a tutti, senza riguardo alla condizione sociale o economica, di fare i propri interessi. Fare gli interessi degli altri, ossia della collettività, è il compito di una differente pratica sociale: la morale (che ovviamente Berlusconi proprio non sa cosa sia). Morale e democrazia sono entrambe indispensabili per il buon funzionamento di uno stato o di una comunità: però non vanno confuse. Chi cerca di confonderle, punta a indebolire entrambe.
Il compito di una sinistra vera dovrebbe allora essere quello di far prendere coscienza alla gente delle sue reali esigenze, dei suoi concreti interessi: mentre da almeno vent’anni non fa che cercare di convincerla che deve adeguarsi alle esigenze e agli interessi del mercato. Dietro c’è un’idea minimalista della democrazia, tipicamente di destra: la democrazia come male minore. Lo diceva Churchill: la democrazia è la peggior forma di governo con l’eccezione di tutte le altre. Ma Churchill era, appunto, ricco, aristocratico e reazionario e come tale ossessionato dal potere. La democrazia non è una forma di governo e tanto meno di potere. La democrazia è una procedura, grazie alla quale possono emergere soluzioni non previste, non anticipabili secondo gli schemi e i pregiudizi dominanti, e neppure secondo la morale. La democrazia, solo la democrazia, consente il ricambio: non sempre però, né in maniera lineare, e spesso a scapito della governabilità, che è intrinsecamente conservatrice e per questo piace ai liberisti. In un mondo che sta precipitando verso la catastrofe ambientale, sociale e culturale, servono idee, serve diversità, serve immaginazione, servono aperture. Servono contrasti. Serve molta più democrazia e molta meno governabilità. Da lì la sinistra deve ripartire. Senza aspettare le imbeccate di Berlusconi.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left Turn sulla VOCE di New York].