Il sigificato dell’equità

Se a degli studenti universitari americani, in un corso di cultura generale, annunciate di voler parlare di “equity” non tanti di loro penseranno all’equità, ossia alla giustizia e significatoequity400tanto meno all’eguaglianza. Sono concetti che sono stati gradualmente emarginati dal discorso pubblico, dopo essere stati intenzionalmente estromessi dal discorso dei media e in misura crescente dagli insegnamenti di un sistema scolastico ed educativo sempre più privatizzato. Riemergono di tanto in tanto dopo clamorosi episodi di violenza razzista oppure nel campo dei diritti degli omosessuali, in entrambi i casi con una connotazione specificamente civile, senza alcuna implicazione di ordine economico. Quello dell’equità economica è un problema inespresso nell’America liberista, malgrado gli sforzi (ignorati dai grandi network e dunque dalla massa) di pensatori e analisti come Amartya Sen o Joseph Stiglitz o Robert Reich (il suo documentario Inequality for All). Neppure il movimento di Occupy Wall Street è riuscito a far prendere coscienza alla gente dell’oscena ineguaglianza creata da trent’anni di deregulation e liberismo selvaggio.
Le vittime, anzi, sono sempre più indifferenti: mi riferisco ai membri di quella classe media che una volta era la più prospera del pianeta e della storia e che oggi, impoverita, sommersa di debiti e priva di garanzie sociali, conduce un’esistenza insoddisfacente, spesso frustrante, con la sola consolazione del consumismo. Alle ultime elezioni di metà mandato, lo scorso novembre, ha semplicemente rinunciato a votare, consentendo alla destra più liberista, ampiamente finanziata da Wall Street e appoggiata dai media, di prendere il controllo del parlamento e di molti stati grazie a un numero di voti complessivamente inferiore al 20% degli aventi diritto. Con il risultato, per esempio, che in uno stato tradizionalmente progressista come l’Illinois il nuovo governatore repubblicano, appena insediato, ha subito abolito per decreto alcuni privilegi dei sindacati del settore pubblico, iniziando anche lì il loro sistematico smantellamento.
Forse qualcosa sta cominciando a cambiare ma non c’è ancora un’inversione di tendenza. L’onda lunga del neocapitalismo continua ad avanzare e a distruggere tradizioni, memorie, abitudini, forme di solidarietà.
Il nuovo governatore dell’Illinois, prima di darsi alla politica guadagnava milioni di dollari facendo l’operatore di borsa, specificamente il manager di un fondo di private equity. Ed è in quel modo che i giovani studenti che costituiranno la classe dirigente e intellettuale del prossimo futuro interpretano, anche a Harvard, la parola “equity” se viene loro proposta in classe fuori contesto e senza aggettivi. Parecchi smettono di chattare sui loro iPhone e prestano improvvisamente attenzione. Perché pensano che si stia per parlare di finanza: di “equity market”, ossia di mercato azionario, di “equity capital”, il capitale netto, di “equity financing”, finanziamento con capitale a rischio. Come fare soldi, come averne molti di più degli altri, come essere dei vincenti (che è un concetto che ha senso solo se ci sono anche molti perdenti).
Non tutti. Ci sono tanti bravi ragazzi anche negli Stati Uniti: con ideali, interessi culturali, speranze di un mondo migliore, legami di comunità. Ma non hanno una voce, un’ideologia di riferimento: non hanno parole per esprimere le loro idee né un’etica rispetto alla quale stabilire dei valori che non siano materiali. Vivono quei sentimenti in clandestinità. Il pensiero unico liberista è unico davvero: come un buco nero assorbe tutto e gli fa perdere di significato – anche libertà, democrazia, equità, sono ormai solo sinonimi della competizione per il successo e dell’avidità di denaro.
Sarà difficile uscire da quel buco, in America. In Italia siamo ancora in tempo. Ma occorre smascherare la retorica e l’ideologia liberista, denunciare le sue parole d’ordine: efficienza, meritocrazia, governabilità, visibilità, commerciabilità, produttività, che con la scusa di reali difficoltà economiche e sociali (in gran parte deliberatamente provocate dagli stessi che si accingono a risolverle a loro vantaggio) puntano a svendere i beni pubblici e comuni alle grandi corporation e ai loro ricchissimi investitori. Non fatevi ingannare dai Marchionne e nemmeno dai suoi politici, i Renzi. Rinunciare al concetto di equità in favore di quello di equity non porterà né più giustizia né più benessere o felicità alla stragrande maggioranza di noi: solo a pochi super-ricchi e ai loro cani da guardia. Come la destra repubblicana e le multinazionali capirono bene negli anni settanta, quando posero le basi del loro trionfo globale e globalista, questa è una guerra che si vince o si perde a livello culturale.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

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Le radure della civiltà

Tutta la storia della civiltà è la storia della conquista di una durata. Di una lunga durata. A scienzanuovaquesto serve la religione, a questo serve l’arte, a questo servono i monumenti, le tradizioni, la memoria personale e quella collettiva. Ad aiutarci a pensare oltre il nostro presente, oltre le immediate necessità, a darci la speranza che ciò che facciamo di buono e di bello possa sopravvivere al breve tempo della nostra esistenza.
Poi è arrivato il capitalismo finanziario, nel quale eccellono individui così egocentrici che nulla esce dal loro narcisismo, incapaci di partecipazione e solidarietà ma anche di cronologia, individui buchi-neri, schiacciati in un’attualità priva di passato e di futuro. Con loro l’economia ha smesso di essere finalizzata al bene comune e alla oculata gestione del proprio ambiente (il termine greco da cui deriva significava “amministrazione della casa”) ed è diventata soltanto un processo di moltiplicazione del denaro investito. Anzi, più in generale, l’economia è diventata un processo di affermazione di una caratteristica profondamente asociale che per secoli le tante culture umane hanno cercato, in modi diversi e con diversa efficacia, di tenere in scacco: l’avidità.
Ormai sdoganata, l’avidità è quotidianamente legittimata e promossa dai media: la sua ideologia si esprime nel culto delle celebrity, nel mito del successo, nel dogma della competizione, nel bisogno di consumi. In questo modo a pochissime persone di scarse qualità ma d’immensa ambizione, del tutto prive di empatia ma anche di scrupoli, viene dato il permesso (se non il mandato) di dilapidare risorse naturali accumulate in milioni di anni e risorse umane prodotte da secoli di civilizzazione.
Occorre rendersi conto, in fretta, che precisamente questo è in gioco e non soltanto, come alcuni s’illudono, la democrazia. La rinuncia alla durata implica la distruzione dello spazio e del tempo della civiltà.
A metà settecento, in uno dei primi testi che provarono ad analizzare i rischi della modernità e l’urgenza di affiancare ai saperi senza passato, la tecnologia e l’economia, un sapere del passato, la cultura, Giambattista Vico propose uno splendido racconto delle origini della civiltà. Essa nacque, scrisse nella Scienza nuova, quando le popolazioni nomadi e barbare della preistoria cominciarono a seppellire i defunti nelle radure della foresta primordiale, e per restare vicine ai loro morti costruirono lì attorno le loro città e comunità, e per riuscire a mantenersi senza vagare alla ricerca di cibo inventarono l’agricoltura, e da quel senso di appartenenza nacque la scrittura, che è bisogno di trasmettere esperienze e conoscenze oltre il presente.
Ecco, a essere in gioco sono quelle radure e le foreste che le circondano e le memorie che custodiscono e le comunità che le abitano: quotidianamente annientate dai bulldozer del neocapitalismo, dal suo consumismo compulsivo, dalla sua superficialità arrogante e senza storia, senza durata. Dopo migliaia di anni di civiltà è in gioco la civiltà. Che non è la condizione “naturale” dell’umanità: è stata una lenta conquista. Siamo davvero disposti a perderla senza resistere? a lasciarcene espropriare senza lottare?