Autobiografia della nazione

Copio sotto alcune frasi di Piero Gobetti, scritte subito dopo la marcia su Roma a spiegare le condizioni psicologiche e culturali che avevano reso possibile (al di là degli errori politici del rivoluzioneliberale400governo e delle divisioni fra gli altri partiti) l’imprevedibile e sostanzialmente assurda ascesa del fascismo: inerzia, rassegnazione, infantilismo, bisogno di ottimismo anche se velleitario o bugiardo. Ho solo sostituito il nome di Renzi a quello di Mussolini e il termine renzismo a fascismo. Mi pare che le parole di Gobetti non abbiano perso di attualità, un secolo dopo.

“Il renzismo vuol guarire gli italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l’appello nominale dei cittadini, tutti abbiano dichiarato di credere alla patria, come se nel professare delle convinzioni si limitasse tutta la praxis sociale.
Il renzismo è un espediente attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie bambinesche misure.
Noi vediamo diffondersi con preoccupazione una paura dell’imprevisto che seguiteremo a indicare come provinciale per prevenire gravi allarmi. Ma di certi difetti sostanziali anche in un popolo nipote di Machiavelli non sapremmo capacitarci, se venisse l’ora dei conti. Il renzismo in Italia è una catastrofe, è un’indicazione di infanzia decisiva, perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’ottimismo, dell’entusiasmo. Si può ragionare del governo Renzi come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il renzismo è qualcosa di più; è l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco.
Renzi non è nulla di nuovo: ma con Renzi ci si offre la prova sperimentale dell’unanimità, ci si attesta l’inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie. La palingenesi renzista ci ha attestato inesorabilmente l’impudenza della nostra impotenza”.
(“Elogio della ghigliottina”, La Rivoluzione liberale, I, n. 34, 23 novembre 1922).

Farsa e tragedia

Renzi è diventato presidente del Consiglio a meno di quarant’anni d’età; nessuno dei suoi predecessori era arrivato a questa carica così giovane. La sua formazione, la sua rapida defelicemussolinifascista400carriera politica, tutto ha contribuito a fare della sua persona il simbolo della profonda crisi, morale e materiale, che in un decennio ha trasformato l’Italia, senza per altro che sia ancora possibile comprendere quale sarà il vero punto d’arrivo di questa trasformazione, e che tipo di società essa finirà per produrre. Da qui incertezze, preoccupazioni, speranze e moltissima stanchezza che se molto hanno contribuito, a livello di opinione pubblica soprattutto, al successo del liberismo, ancora di più sono valse a fare di Renzi l’uomo nuovo capace di far uscire il paese dalla situazione di incertezza e di crisi nella quale versa da troppo tempo.
Non sono parole mie. Le ha scritte Renzo De Felice nel 1966, nel secondo volume della sua magistrale biografia di Mussolini (Mussolini il fascista. La conquista del potere 1921-1925, Einaudi, p. 461). Ho solo cambiato il nome del protagonista, sostituito liberismo a fascismo e coniugato i verbi al presente.
Si potrebbe continuare il palallelismo. Il concetto del Pd come “partito della nazione” o “partito d’Italia”  esprime esattamente la coincidenza di stato e partito perseguita da Mussolini. Al quale sarebbe anche piaciuta la visione personalistica della politica implicita in questa recente, pericolosissima frase di Renzi: “Allora capii che l’Italia era scalabile”. Naturalmente Mussolini era intelligente e abbastanza colto, Renzi solo furbo. Viene in mente una citazione di Marx, il celebre inizio del 18 brumaio di Napoleone Bonaparte: “Hegel osserva da qualche parte che tutti i grandi personaggi della storia si presentano due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”. Purtroppo la maggioranza degli italiani se ne frega della storia ed è quindi condannata a ripeterla senza accorgersi che è diventata farsa.

Comunità e fascismo

Faccio una facile previsione: se a sinistra non si ricostituisce al più presto un forte partito che ponga al centro della sua ideologia e azione l’eguaglianza e la difesa dei beni comuni e dellle comunità (che è cityisis400esattamente ciò che socialismo e comunismo significavano, anche etimologicamente), saranno il fascismo e l’integralismo a occupare quel vuoto facendosi carico della resistenza contro globalizzazione e liberismo. “Forte” partito non significa maggioritario: basta una minoranza che però faccia una seria opposizione, senza compromessi e senza ambiguità.
Leggevo sul New York Times di mercoledì che i lobbisti dei maggiori istituti finanziari (a cominciare da Citi) hanno convinto (leggi: corrotto) i legislatori di vari stati americani a consentire, in deroga a regolamenti federali e al buon senso, prestiti ad altro tasso di interesse a chi è troppo povero per garantire la propria solvibilità e dunque si troverà costretto (legalmente!) ad accettare qualunque richiesta del creditore, inclusa la cessione di proprie proprietà o del proprio lavoro a prezzi stracciati. Usurai, sarebbero stati chiamati un tempo: nella Divina Commedia li trovate ovviamente all’Inferno, nel terzo girone del settimo cerchio, seduti su un sabbione arroventato con una borsa al collo, sotto una pioggia di fuoco. Ma i lobbisti americani e i loro padroni sono ancora peggiori degli strozzini condannati da Dante: perché per arricchirsi oscenamente (i profitti di Citi in quel settore sono cresciuti del 31% in un anno) specificamente selezionano la fascia più debole della società, coloro che dovrebbero ricevere sussidi e aiuti per affrancarsi dalla loro condizione di indigenza, e invece vengono spremuti anche delle loro ultime risorse.
Solo un sistema ormai completamente amorale può tollerare simili comportamenti; che non solo fanno inutilmente del male a chi già soffre ma minano alle fondamenta la società stessa. Infatti, nella stessa prima pagina del giornale di mercoledì, un altro articolo parla della diffusione dell’Isis in Tunisia. Ovvio. L’Isis è una banda di fascisti ma resiste agli abusi del neocapitalismo e alla liquidazione dell’etica e delle culture in nome del consumismo. Non a caso nel proprio nome ha incluso la parola “Stato” (al-Dawla al-Islāmiyya, “Stato islamico”): ripropone cioè l’idea di nazione e di comunità spirituale per contrastare l’imperialismo materialista delle corporation, ciò che eufemisticamente ci siamo abituati a chiamare globalizzazione.
La tattica preferita dal liberismo è anestetizzare la gente, renderla indifferente, passiva, rincoglionirla di videogiochi, reality show e news, che alla fine sono la stessa cosa: esperienze virtuali, emozioni a telecomando. Ma sanno bene, i ricchi, che non riusciranno mai a controllare tutti e che la spaventosa ineguaglianza economica che stanno creando provocherà disperazione e rabbia, all’inizio in piccoli gruppi ma poi di massa. Per questo stanno smantellando le democrazie e creando, con la scusa del terrorismo, stati di polizia, immense strutture di intercettazione e vigilanza, armi in grado di colpire dal cielo in ogni luogo e momento; e media pronti a giustificare qualsiasi violenza repressiva in nome della difesa della libertà di consumare e di sognare di diventare una celebrity.
La destra estrema non crede però che basterà. Sta scommettendo sul prossimo avvento di una società post-globale, in cui gli istinti tribali della gente (una prima forma di civiltà, più progredita della legge della giungla) riemergeranno e travolgeranno ogni ostacolo. I fascisti e gli integralisti hanno un progetto, offrono la speranza di un futuro diverso a chi non se la sente di competere a livello planetario, a chi non è abbastanza forte o avventuroso per accettare tutte le novità, a chi per crescere ha bisogno di tempo, a chi sente la necessità di una comunità in cui trovare la propria identità e qualche forma di protezione, di garanzia, di stabilità, di morale. È un progetto di destra, fondato su miti di superiorità etnica o di eccezionalismo culturale e su sentimenti negativi, di sospetto o paura per la differenza. Ma dov’è un progetto di comunità alternativo, di sinistra?

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]