Individui e società

Eguaglianza non è omologazione, che è invece l’obiettivo del consumismo. Eguaglianza è negazione della preminenza dell’individuo sulla società, ideologia che sempre si traduce nella applewaitingline400preminenza di pochi individui su tutti gli altri. Ed è anche, l’eguaglianza, il principio essenziale e irrinunciabile di qualsiasi programma davvero di sinistra. Per cui rassegnarsi al dogma liberista che siamo delle monadi governate dall’interesse personale e solo da quello, comporta una resa incondizionata all’intero sistema del capitalismo globalista, dalla privatizzazione del settore pubblico al culto del denaro e del successo, alla sistematica distruzione dell’ambiente. Significa anche diventare complici del progressivo sdoganamento delle più asociali pulsioni umane, un tempo incluse fra i vizi capitali, ossia la superbia, l’avidità e l’avarizia.
Ancora al mondo ci sono valori che le tengono in scacco: l’etica, la cultura, la solidarietà. Ma sono sotto attacco. Il pensiero unico liberista li sta minando e riempiendo il vuoto da loro lasciato con una rinnovata versione della legge della giungla, secondo la quale a vincere sono i vincenti, che sarebbero coloro che casualmente si ritrovano con caratteristiche o doti vantaggiose in una specifica contingenza; una regressione verso uno stadio di primitivo (e infantile) egocentrismo che già Thomas Hobbes aveva teorizzato (homo hominis lupus) e che dovette essere posticipata a causa della resistenza opposta dal socialismo e dal comunismo.
Quell’originario programma è ora in via di realizzazione. A un prezzo. Serve una quantità enorme di egemonia per far scordare alla gente la sua naturale esigenza di relazioni e di comunità: non basta controllare i media, occorre renderli onnipresenti e farli apparire come l’unica fonte di esperienze significative – esperienze virtuali, manipolabili e falsificabili. Un compito immane, per perseguire il quale serve una quantità enorme di risorse, che i potenti si procurano dissipando quelle naturali e umane. Come a dire che i beni comuni vengono espropriati e sperperati per dissolvere l’idea del bene comune.
Il postulato chiave dell’ideologia liberista è che la frammentazione della società contemporanea decreti il trionfo dell’individualismo, e che questa deriva non sia una scelta o un’opzione bensì una necessità storica, se non biologica. Persino pensatori acuti e fortemente critici come Zygmunt Bauman ci sono cascati: la sua descrizione di una modernità “liquida” è un’implicita accettazione di quel postulato, e non è un caso che Bauman sia ampiamente citato dai media e rispettato dagli opinionisti di destra. Ma cosa c’era di più frammentario del mondo medievale, con l’incastellamento da cui hanno originato le diversissime comunità d’Europa e i loro molteplici costumi e linguaggi? La frammentazione non genera individui: al contrario, istituisce vincoli di appartenenza, che sono forti proprio in quanto locali.
Il declino delle nazioni e la possibilità di aggregare gruppi di interesse anche a distanza, grazie a internet e ai social media, potrebbe in altre parole dare vita a nuove forme di associazione, a nuove modalità di collaborazione e condivisione. Ma solo se, come dicevo all’inizio, non si accetta l’equivalenza tra frammentazione e individualismo. Le migliaia di ragazzi in fila per comprarsi l’iPhone 6 nel momento stesso che arrivava nei negozi sono state spacciate come una conferma della ritirata generazionale nel sé, un ennesimo esempio del riflusso nel privato che per la destra ha sancito, negli anni ottanta, la fine della lunga ondata collettivista. Mentre a me sembra evidente che quei ragazzi in fila siano il sintomo di un disperato, irrisolto, forse inconsapevole bisogno di valori comuni.
Non è solo per procurarsi mano d’opera a buon mercato e indebolire le organizzazioni dei lavoratori che il neocapitalismo induce le migrazioni di massa: direi anzi che il fine principale sia sradicare quei milioni di miserabili dalle loro collettività di provenienza e usarli per creare tensioni nelle collettività di destinazione. Così per i capitali, le fabbriche, gli uffici, i prodotti culturali: la delocalizzazione è il mantra liberista precisamente perché annienta le comunità.
Ogni organismo ha le sue patologie e le società umane includono, da sempre, minoranze di egoisti che si ritengono superiori agli altri e dunque meritevoli di speciali privilegi (è il modo in cui il filosofo Aaron James definisce gli assholes, gli stronzi), anche quando per ottenerli o mantenerli rischino di distruggere l’ambiente naturale e sociale di cui fanno parte. Il loro problema è che si credono dèi. Il nostro problema sono loro: da sempre la lotta per l’emancipazione e l’eguaglianza è una lotta per radere al suolo l’Olimpo ed estinguere i privilegi degli individui sostituendoli con i diritti di tutti.
Ripeto, è questa la battaglia decisiva. I media al servizio delle grandi corporation e i loro intellettuali da salotto o da talk show vogliono convincerci, devono convincerci, che l’individualismo sia il nostro destino. Non è vero: dobbiamo dirlo ma dobbiamo innanzi tutto crederlo. Numerosi test psicologici (un esempio è il gioco dell’ultimatum) dimostrano che la netta maggioranza della gente ha un istintivo senso di giustizia e di equità. La dimensione umana è intrinsecamente sociale e qualche millennio di civiltà ha rafforzato, non attenuato, il desiderio di relazioni e l’inclinazione alla partecipazione. È compito della sinistra, di una versa sinistra, difendere, proclamare e diffondere questa aspirazione all’eguaglianza.

[Ho fatto riferimento ai libri di Thomas Hobbes, Leviatano, Bompiani; Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, e La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli; e Aaron James, Stronzi. Un saggio filosofico, Rizzoli.]

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

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Parole vuote e parole pesanti

Banalmente chic scegliere una radio francese per criticare i radical chic italiani. “I radical chic in Italia hanno deciso che io non sono di sinistra”, ha tuonato Matteo Renzi da Parigi. Chissà a chi si parolepietreSQriferiva: credevo che si fossero estinti da almeno una generazione.
Di radical chic parlò per la prima volta lo scrittore Tom Wolfe, quello del Falò delle vanità, nel 1970, riferendosi a una forma di snobismo e conformismo caratteristica dei decenni della contro-cultura, prima del grande riflusso nell’individualismo e del trionfo economico del neocapitalismo. I primi a venire cooptati dal sistema furono proprio i radical chic, facilmente riciclati come celebrity in cambio di ciò che da sempre desideravano: denaro e attenzione. Questo, già negli anni ottanta. Ma è tipico dei demagoghi attaccare persone o ideologie che ormai non hanno alcun potere o rilevanza: e a posteriori, senza rischiare nulla, attribuirsi il merito della loro rottamazione.
Per continuare a giocare la parte del rottamatore pur essendo un conservatore, Renzi deve far credere che il mondo sia sempre quello della sua gioventù. Ci spiega: “Avevo 14 anni quando mia madre guardava in TV il muro di Berlino che cadeva. E ricordo che mi parlava del suo mito politico, che non era un comunista italiano ma era Bob Kennedy”.
Un inciso: perché mai sua madre, che era ed è sempre stata un’integralista cattolica, fervente antiabortista della prima ora, avrebbe dovuto avere un comunista come mito politico? Ovvio che fosse un Kennedy, cattolico, giovane, un simbolo dell’America libera che contrastava il totalitarismo materialista dell’Unione sovietica (allora il materialismo era un peccato capitale: non come adesso, che è una grande conquista del Mercato). Che poi fossero stati assassinati, sia Bob che JFK, era ancora più vantaggioso: i màrtiri non fanno politica ma possono essere usati per fare la politica che gli si vuole attribuire.
Renzi fa finta che le battaglie da combattere siano sempre quelle: che ci sia ancora un muro di Berlino da abbattere. In modo che la gente non si accorga che le grandi speranze generate da quell’evento sono state tradite, precisamente da conservatori come lui e sua madre, che aspettavano nell’ombra (e davanti alla TV) l’occasione per approfittare dei risultati di lotte portate avanti (nelle piazze) da altri.
Che i radicali non fossero necessariamente di sinistra lo hanno dimostrato, in Italia, le tristi vicende di Marco Pannella e Emma Bonino, per anni fiancheggiatori di Berlusconi. Ovunque in Occidente, la deriva verso politiche radicali di nicchia (quelle che in inglese si chiamano “single-cause issues”) ha oggettivamente indebolito il movimento progressista inducendo la gente a rinunciare alla solidarietà e alla ricerca di faticosi compromessi, alla disciplina di partito e a ideali collettivi, e applicare invece anche nell’impegno sociale i princìpi fondamentali del liberismo, ossia la concorrenza, l’individualismo, il profitto personale. Quanto alle persone chic, il solo fatto di ambire alla distinzione (esplicitata dalle griffe e dagli status symbol), li rende estranei alla sinistra: la cui unica irrinunciabile caratteristica è la priorità assegnata all’eguaglianza, in particolare quella economica.
Però il fatto che i radical chic non fossero di sinistra non significa che lo sia l’antiradicale e poco chic Renzi. Ce lo dice lui stesso (senza accorgersene, come spesso gli capita): “La sinistra deve cambiare se vuole rimanere sinistra”. Se oltre a SMS e tweet leggesse anche qualche libro avrebbe evitato una frase del genere. Perché ricorda da vicino quella, una volta famosa, del Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Che è la consueta strategia dei conservatori, il loro marchio DOC (e DC): prevenire reali riforme facendone di fittizie e inutili, che lascino inalterati gli effettivi rapporti di potere. Renzi è il burattino italiano del grande capitalismo globalista (i Marchionne), che per continuare a espandersi dopo avere dilapidato le immense risorse naturali e umane accumulate in milioni di anni dalla natura e in millenni dalle civiltà, ha ora bisogno di appropriarsi di tutti i residui beni comuni e sociali, inclusi quelli che aveva concesso ai popoli per tenerli buoni e lontani dalla tentazione del comunismo.
Per fermare Renzi e il capitalismo globalista di certo non basterebbero gli ambigui radical chic di un tempo andato per sempre; che peraltro si sarebbero venduti al miglior offerente in cambio di un’apparizione in un talkshow ad alto indice di ascolto. Servono organizzazione, chiarezza, vigilanza, rigore. Anche a livello linguistico. Il liberismo vuole assuefarci a discorsi vuoti, a cambiamenti solo a livello d’immagine, e così convincerci che la conversazione (etimologicamente, “trovarsi insieme”) e la compassione (“patire insieme”) siano inutili, che le comunità e il senso di appartenenza e di collaborazione siano illusioni, che l’empatia e l’impegno siano segni di debolezza e l’unica cosa che conta sia il bisogno di prevalere, di affermarsi, di avere di più degli altri.
Questa guerra la si vince o la si perde a livello di media, di comunicazione, di linguaggio. Contro la deriva nella superficialità le parole della sinistra devono tornare a essere pietre.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left Turn sulla VOCE di New York].