Il sonno della critica

Ho tanti libri e mi piace averli. La gran parte li ricomprerei, malgrado la spesa e l’ingombro. dormiresuilibriCon l’eccezione di una precisa categoria: la critica letteraria uscita dall’inizio degli anni settanta alla metà degli anni novanta. Anche fra quelli ce ne sono di interessanti ma pochi.
Nel nuovo millennio le cose sono cambiate. La critica è entrata in crisi, scomparendo dalle librerie o finendo relegata in angoli nascosti. Le crisi sono sempre opportunità: qualcuno ne ha approfittato per uscire dalla torre non più d’avorio, ammesso che lo fosse mai stata, e provare a rinnovarsi e rinnovare. Tanti sono ancora fermi: lavori mediocri e inutili continuano a essere pubblicati. Solo che nessuno ci fa caso: il prezzo della mancanza di immaginazione e di coraggio è l’irrilevanza.
Le ragioni della crisi della critica sono numerose: per lo più le stesse che hanno messo in difficoltà l’intero settore delle discipline umanistiche: essenzialmente, il totale disinteresse che il sistema economico dominante, ossia il liberismo finanziario e globalista, ha per le tradizioni nazionali e per le comunità locali, che anzi sta sistematicamente distruggendo. Il neocapitalismo, in Italia finora espresso dal berlusconismo e adesso dal renzismo, non sa che farsene di una classe media istruita, motivata e indipendente: vuole consumatori compulsivi e indebitati, lavoratori precari e disorganizzati, e cittadini in cerca di leader da seguire e di celebrity da venerare. Ciò che conta non è essere colti e capaci di pensiero critico bensì cool e alla moda. Tale ideologia della superficialità e del conformismo gli studiosi e i critici non solo non sono stati capaci di contrastarla ma l’hanno anzi favorita esentandosi dall’impegno e dalla lotta attraverso un coerente e, direi, lucido processo di automarginalizzazione. Hanno dunque reso la loro disciplina ridondante, noiosa, asfittica, del tutto distaccata dalle esigenze della gente. Di così basso profilo da non meritare neppure di essere eliminata e garantirsi così una sopravvivenza di nicchia. Nel caso dell’Italia, un vizio antico: “costruttori di concettini” e “macchiette del sacerdote dell’arte” è il modo in cui Gramsci etichettò i critici del suo tempo, anche loro, non a caso, in fuga da una realtà avvertita come troppo pericolosa, logorante, complessa.
Per preparare il corso che sto insegnando sui Promessi sposi, nelle scorse settimane ho tirato giù dagli scaffali libri che avevo comprato nei decenni passati, molti dei quali senza poi leggerli e alcuni nemmeno sfogliarli. Fra essi uno di Ezio Raimondi, probabilmente il più influente e noto italianisti del periodo. Bel titolo, ammiccante: La dissimulazione romanzesca. Antropologia manzoniana. Fu per questa promessa di vaste implicazioni che lo acquistai, vent’anni fa, oltre che per la rilevanza che nella mia formazione aveva avuto un altro saggio di Raimondi su Manzoni, Il romanzo senza idillio. Che a questo punto non correrò il rischio di rileggere: meglio restare con un bel ricordo. Perché La dissimulazione romanzesca è un libro senza senso e senza scopo, oltre che di una presunzione e noia imbarazzanti. Ecco l’incipit del primo capitolo (ma potrei citare altri paragrafi a caso):

A pochi anni da quelli in cui György Lukács stendeva, fra Schlegel e Hegel, la sua Theorie des Romans, José Ortega y Gasset elaborava, cominciando dalle Meditaciones del Quijote e continuando poi con le Ideas sobre la novela e il Tema de nuestro tiempo, un’interpretazione dell’esperienza e della scrittura romanzesca, che era insieme una fenomenologia della modernità, sullo sfondo del malessere dell’Europa e della disumanizzazione dell’arte.

Tutti leggono il paragrafo di apertura: a esso è affidato il compito di catturare i lettori, anche quelli che poi resteranno delusi dal seguito. Ho invece faticato ad andare avanti. E ho capito perché la gente, anche quella appassionata di letteratura, si sia allontanata dalla critica. Perché non era più critica, ossia scelta, giudizio (dal verbo krino, ‘decidere’, radice etimologica anche di “crisi”). Perché non testimoniava un desiderio di mettersi in gioco, solo di confermarsi; non un bisogno di capire, solo di dire. E cosa ci dice, quella lunga e contorta frase? Che per parlare di romanzo, ossia del genere letterario più popolare, è indispensabile conoscere, o almeno ostentare, numerose lingue, inclusi il tedesco e lo spagnolo. Snobismo? O un oggettivo fiancheggiamento accademico del processo di globalizzazione, allora agli inizi, con la scusa del cosmopolitismo? Gramsci avrebbe parlato di “secentismo programmatico”, di tendenza a “guardarsi la lingua”.
Il paragrafo di Raimondi rivela altro. Che per lui un’opera, una tesi, non sono importanti in sé, per quello che suggeriscono o dimostrano, ma solo per le relazioni che hanno con altre opere e tesi, nel caso di Lukács, quelle di Schlegel e Hegel, nel caso di Ortega, i suoi saggi più tardi. Che il suo gioco è per iniziati: chi già non sappia che Ortega scrisse anche un libro sulla Disumanizzazione dell’arte e una Meditazione sull’Europa non ha modo di decifrare le successive allusioni. Che qualunque ideuzza gli venga in mente merita di essere pubblicata su qualche rivista e poi di nuovo in volume (come i saggi, piuttosto slegati, qui feticisticamente raccolti): senza cogliere la differenza fra le curiosità che è giusto soddisfare solo a livello personale, magari per farne sfoggio con qualche amico o addetto ai lavori, e le informazioni che è utile condividere con un pubblico più ampio, e solo dopo aver verificato che esista.|
Le cose sono un po’ cambiate, dicevo. Ma non abbastanza. Occorre fare molto di più per restituire alla critica una credibilità: ed è necessario farlo al più presto perché se la cattiva critica fa venire sonno, il sonno della critica, della vera critica, genera mostri.
Internet, di per sé, non è una soluzione. Il suo rischio è infatti la rinuncia a una selezione fra ciò che merita diffusione, e possa permettersela, e ciò che dovrebbe restare inedito, privato: con la scusa che saranno il mercato e gli utenti a decidere cosa vale. Ma se sono gli utenti a decidere, a cosa servono i critici?
A leggerlo ora, sembra evidente che il libro di Raimondi annunciasse il crepuscolo della breve epoca in cui la critica era stata, almeno in Europa, vicina al centro del discorso politico e dell’azione sociale. Invece di approfittare di quella rara opportunità per mostrarne e affinarne le capacità innovative, la sua funzione di training alla creatività e al cambiamento, troppi studiosi la resero autoreferenziale, imprigionandola in un umanesimo erudito e pseudoscientifico, del tutto disinteressato all’umanità. Accorgersi di quell’errore e dell’arroganza che lo provocò potrebbe servire a liberare la critica di oggi dal superfluo e pesante bagaglio che continua a trascinarsi dietro, magari senza entusiasmo, per abitudine. Ma le abitudini sono la negazione della critica. Abbiamo ereditato problemi troppo gravi e troppo urgenti per poter perdere tempo non dico ad analizzare e discutere ma neppure a confutare le chiacchiere vuote di chi ha contribuito a provocarli.

Advertisements

Ripartire dalla cultura

Alcuni giorni fa si è tenuta alla Kennedy School of Government di Harvard una tavola rotonda dedicata al problema della crescente disuguaglianza sociale ed economica, evidente in tutto il italiareloadedmondo e particolarmente acuta negli Stati Uniti. I partecipanti (quasi tutti economisti) sono stati concordi nel denunciare la serietà della situazione ma non hanno offerto soluzioni e neppure speranze, paralizzati dall’obbligo di dimostrarsi “realisti”, ossia di accettare la mentalità della gente e gli attuali rapporti di forza come fatti incontrovertibili e sostanzialmente immodificabili. “Se magicamente potessimo…” è la formula da loro usata, più volte, per introdurre con cautela (e di fatto delegittimandole) le poche proposte innovative.
Oltre che un sintomo dell’egemonia dei paradigmi conservatori, la loro mancanza di coraggio e di idee mi è parsa una chiara conferma del bisogno di cercare altrove gli strumenti pratici e i fondamenti teorici per tornare, oggi, a fare politica, liberandoci dal doppio ricatto delle leggi di mercato (ossia dell’ossessione per il profitto della grande finanza) e delle paure sociali (immigrazione, terrorismo, criminalità). Questo “altrove” è la cultura, non intesa però esclusivamente come patrimonio di opere o conoscenze ereditate dal passato bensì come esigenza creativa, come impulso a fare (sia poesia che arte derivano etimologicamente da parole che indicavano la capacità di produrre).
È questo il problema affrontato da Christian Caliandro e Pier Luigi Sacco, entrambi docenti alla IULM di Milano: per salvare il mondo dall’economia serve cultura; ma come salvare la cultura da sé stessa? Troppo spesso la cultura è infatti solo un dispositivo per definire un’identità, individuale e collettiva, ossia per dirci chi siamo e da dove veniamo, senza nessun interesse o progetto per il futuro. Un caso emblematico sono le città d’arte: bloccate in uno stadio storicamente casuale del loro sviluppo, quasi avessero raggiunto una perfezione non superabile e non alterabile. Non c’è dubbio che la difesa di uno spazio carico di memoria e di storia sia un segno di civiltà, e che il patrimonio architettonico e urbanistico vada protetto dalle speculazioni delle grandi corporation, capaci di leggere il territorio solo in termini di valore immobiliare e direttamente interessate a indebolire le comunità locali – ultimo argine in grado di resistere al loro potere dopo l’abdicazione degli stati. Lo sradicamento sociale genera un consumismo ossessivo, poiché se nulla può essere conservato o tramandato l’unica realtà e l’unica felicità possibili sono quelle, effimere, delle merci e dei prodotti di moda. È tuttavia errato, al limite della complicità, credere che la museificazione delle città, degli oggetti o delle idee sia una strategia efficace. Dietro tale pratica, scrivono Caliandro e Sacco, “c’è la pia illusione che una società, la quale non sia più in grado di produrre e accogliere nuova cultura, sappia conservare e tramandare la cultura che già esiste”.
È un punto fondamentale. Ci sono state più discussioni sul nuovo museo dell’Ara Pacis realizzato a Roma da Richard Meier – la prima opera di architettura contemporanea realizzata nel centro storico dalla fine del fascismo – che sulla cementificazione di tutto ciò che circonda quel centro storico, come se la storia o l’estetica riguardassero solo alcune aree designate. L’edificio di Meier può piacere o non piacere ma è un atto culturale: che induce giudizi, riflessioni, coscienza, in altre parole desiderio di approfondire, di intervenire, di dare senso alla propria esperienza. L’opposto di ciò che troppo spesso accade a chi va a visitare un museo: distrattamente e passivamente, sollecitato più che altro dal bisogno di documentare la propria presenza in quel luogo e attratto infatti, più che dalle opere esposte nelle sale (davanti alle quali i turisti si fermano di media meno di un secondo), dalle loro riproduzioni vendute nello shop. È un fenomeno di cui pochi anni fa si è occupato uno storico dell’arte contemporanea, Francesco Antinucci, in un libro che proponeva un uso virtuoso delle tecnologie virtuali (ben diverso da quello comunemente praticato) proprio per correggere la caduta verticale della comprensione della cultura, lo svuotamento della sua funzione privata e sociale. Un analogo rischio lo corrono le università: a dare ai propri utenti solo ciò che si aspettano, si innesca un circolo vizioso in cui la conoscenza, invece che un processo traumatico di superamento della propria condizione, diventa un rassicurante dispositivo di auto-conferma, in cui i cambiamenti che comunque avvengono (fanno parte dell’inesorabile legge della vita) sono tutti subìti, mai scelti. Per continuare con il caso delle città d’arte, non è vero che esse non mutino: solo che mutano “in modo da incorporare e fare propri gli stereotipi che li riguardano”. Diventano insomma simili alle descrizioni che di loro offrono le guide, non viceversa.
Italia reloaded spiega anche le ragioni per cui la società ha bisogno di una cultura proattiva, ed è in fondo la questione con cui ho aperto questa recensione: “la cultura e la creatività sono palestre naturali di preinnovazione”. È un’altra ottima intuizione: non è ragionevole aspettarsi che siano esse a salvare il mondo; chi le carica di questo compito inclina pericolosamente verso una sorta di misticismo culturale. Le soluzioni concrete spettano alla scienza, alla tecnologia, agli stati. E tuttavia nessuna soluzione è possibile senza che sia stato preventivamente creato un ambiente in qualche modo aperto al cambiamento. Tale funzione preparatoria è propria dell’arte, dell’immaginazione, della fiction. Della cultura: indice del tasso di innovazione di una società e insieme palestra o laboratorio in cui imparare a innovare e innovarsi.
Italia reloaded è un gran bel libro, e per una volta non solo di denuncia ma propositivo. Mi pare significativo che, casualmente, sia proprio con esso che la mia collaborazione con Italica giunga a termine. Questa recensione è l’ultima che apparirà su Harvard Diary, almeno come rubrica di Rai internazionale: fra i tagli imposti dal governo Monti per diminuire la spesa pubblica e, ci viene detto, impedire il tracollo dell’economia italiana e globale, c’è anche questa minuscola iniziativa. Dei suoi eventuali meriti non sta ovviamente a me parlare, se non per ringraziare Maurizio Imbriale e Elena Monopoli per la loro professionalità, sensibilità e amicizia; però non è, obbiettivamente, un buon segno che un altro spazio dedicato ai libri venga chiuso. Caliandro e Sacco hanno ragione: occorre ripartire con la cultura. Ma per farlo, e perché questa ripartenza porti da qualche parte, occorre ripartire anche con la politica, nel suo senso di ricerca (e non necessariamente definizione) di cosa siano il bene comune e la giustizia sociale. Come scrivono i nostri due autori, “la cultura ha bisogno di una società che pensa e che ama pensare”.

Riferimenti:
– Francesco Antinucci, Musei virtuali. Come non fare innovazione tecnologica, Laterza, 2007, pp. 129, euro 15,00.

Italia reloaded. Ripartire con la cultura
di Christian Caliandro e Pier Luigi Sacco
Il Mulino, 2011, pp. 146, euro 13,50

[Questa recensione fu pubblicata da “Italica”, sito di Rai Internazionale, nel dicembre del 2011]