Le virtù di Licurgo e l’orologio di Renzi

Gli status symbol sono un codice. Si comprano e si usano per lanciare segnali. Infatti il passaggio di Matteo Renzi dallo Swatch all’Audemars Piguet indossato alla Leopolda (costo: orologiorenzi400dai diecimila ai quindicimila euro) non ha mancato di essere colto dai giornali di destra, che lo hanno correttamente interpretato come una conferma della vocazione liberista dell’attuale primo ministro e del suo partito.
Palese la soddisfazione del Giornale, che ne ha approfittato per ribadire un principio fondamentale della società dell’ineguaglianza verso cui Renzi ci sta traghettando: “Ognuno è libero di acquistare o sfoggiare qualunque tipo di oggetti e di qualsiasi valore”. L’appiattimento dei gusti e il mito del pauperismo furono un limite del socialismo reale, peraltro dovuto a precise condizioni storiche ed economiche; ma qui siamo ben oltre il piacere della varietà e il riconoscimento dell’importanza di una certa disparità di condizione: siamo all’ostentazione del privilegio, per cui un oggetto costoso non basta averlo ma lo si ha per “sfoggiarlo”; siamo all’apologia dell’incontrollata concentrazione della ricchezza (“qualsiasi valore”); siamo all’affermazione dell’assoluta priorità delle “libertà” dell’individuo rispetto alla solidarietà sociale e allo spirito nazionale. Puro liberismo materialista, quel tipo di avidità e di egoismo, spesso misti a pacchianeria, che le civiltà e le loro culture, a cominciare dalle religioni, hanno sempre cercato di moderare se non estirpare. Al punto che Licurgo, il leggendario legislatore spartano, per rafforzare il senso civico ed etico di appartenenza alla comunità, decise di sminuire l’importanza sociale della ricchezza eliminando “la possibilità di usare o esibire i propri beni”. Ne parla Plutarco nei Moralia, un testo su cui per secoli si formò la classe dirigente occidentale – in Italia fino a non molti decenni fa.
Renzi, come Berlusconi, non ne ha mai sentito parlare. Invece di confrontarsi con i grandi modelli della classicità, resi mitici dalle loro virtù, preferisce confrontarsi con le celebrity di oggi, la cui unica qualità è il successo, non importa se casuale o immeritato. Facile: il presente senza spessore non può che confermare sé stesso e non ha dunque bisogno di un’etica, di “moralia”: siccome parecchi milioni di italiani desiderano l’iPhone, l’iPhone è un valore assoluto.
Questo dice l’orologio di Renzi, in modo così chiaro che persino Il Giornale è stato in grado di cogliere il messaggio. Lo hanno certamente colto i duemila della Leopolda, ai quali era principalmente destinato: una promessa di lusso, favori e immunità riservata a loro, i vincenti, che in quanto celebrity o persone di successo hanno diritto ad avere tutto, e gli altri, i “losers”, niente. La promessa di un’Italia da bere, tutta immagine, indici di gradimento e status symbol, un gigantesco reality in cui il popolo deve sognare di avere un Audemars Piguet o un Piaget (li regalava Berlusconi ai parlamentari del suo partito) in modo che loro, i pochi che ce li hanno, possano scordare la propria mediocrità e sentirsi degli dèi.

[La citazione da Plutarco è stratta da Le virtù di Sparta, a cura di Giuseppe Zanetto, Adelphi, 1996, p. 108].

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Gettoni, iPhone e retorica del nulla

Renzi pratica una deliberata strategia di svuotamento del linguaggio: la chiarezza e la logica infatti impongono una certa misura di coerenza anche a chi cercasse di travisare la realtà, touchscreenpublicphone400mentre le chiacchiere senza senso e le allusioni oblique legittimano qualsiasi improprietà e menzogna; peggio, rendono equivalenti il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, i fatti e gli inganni. È per questo che un filosofo americano, Harry Frankfurt, ha affermato che i cazzari sono più pericolosi dei bugiardi.
Porto un esempio recente, dal discorso di Renzi al termine della sua sagra autocelebrativa alla Leopolda. Ecco cosa ha detto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: “È una regola degli anni settanta, siamo nel 2014, è come prendere un iPhone e dire dove metto il gettone?”.
Tralascio l’aspetto più inquietante, cioè l’assunto che una legge possa, anzi, debba, essere revocata solo perché vecchia. Invece di discuterne i meriti o demeriti, ci si limita a rimarcarne l’età: in modo da poter realizzare quella “deregulation” che proprio a partire dagli anni settanta è il programma del liberismo: cancellare le conquiste del passato per tornare all’unica legge originaria, quella della giungla, in cui a vincere sono i più forti, i più furbi, i più ricchi.
Siccome di mestiere mi occupo di letteratura e linguaggio vorrei invece soffermarmi sulla similitudine usata da Renzi. Le figure retoriche non sono combinazioni casuali di vocaboli o immagini: devono avere una logicità, altrimenti sono insensatezze o, peggio, sintomi di approssimazione, impreparazione, arroganza. Io posso dire, visto che lo detesto, che Renzi è un venditore di fumo; ma non potrei dire che Renzi è un venditore di Pepsi Cola. L’immagine di un gettone nell’iPhone è concettualmente assurda: perché gli smartphone sono telefoni personali, mica pubblici; e neppure nei remoti anni settanta i telefoni personali usavano gettoni. Anche allora, in sostanza, se qualcuno avesse preso un apparecchio di casa, con filo o senza fili, e si fosse chiesto dove mettere il gettone, sarebbe sembrato scemo.
Aggiungo che se davvero Renzi si interessasse di tecnologia e non facesse solo finta, forse saprebbe che da qualche mese a New York al posto dei telefoni pubblici a moneta (in America, patria della Apple, i gettoni telefonici furono abbandonati nel 1944) stanno mettendo degli schermi tattili. Lo stesso sta avvenendo a Parigi e, sono sicuro, in altre città. A quei “public smart phone” (così li ha definiti l’Espresso) avrebbe dovuto fare riferimento, non all’iPhone.
Ma che gliene frega a Renzi della proprietà delle metafore o della coerenza del linguaggio? Trasmette solo impressioni, suoni: dice “iPhone” perché il suo pubblico ce l’ha in tasca o desidera di possederlo, un’illusione di cambiamento a portata di mano, facile come mandare un tweet. Intanto, fuori della Leopolda, la loro polizia manganella gli operai che protestano contro le delocalizzazioni e i ricatti del capitale. Di ben altro che di un gadget di plastica c’è bisogno per cambiare il mondo e salvare la nostra civiltà, di ben altro che di qualche confusa similitudine, di ben altro che della presunzione di chi crede di poter creare un futuro migliore sulle macerie di un passato rottamato senza sapere, senza pensare, senza capire.

Il potere delle parole

Perché mai credete che Renzi se ne sia uscito con l’idea di un Partito della Nazione? Perché le sue riforme stanno obiettivamente e intenzionalmente indebolendo lo stato italiano e il poteredelleparoleSQ400trattato con gli Stati Uniti di cui è acceso sostenitore (il TTIP) affosserà ulteriormente l’autonomia del paese. Chiude l’Agnesi? L’Alitalia viene svenduta agli Emirati Arabi? E allora Renzi, mentre fa una politica globalista e anti-nazionale, sfoggia una retorica nazionalista, che i media si premurano di amplificare. A uso e consumo dei tanti che, anche fra coloro che lo votano e sostengono, si sentono ancora italiani prima che liberisti, persino quando non gioca la nazionale di calcio.
Mica come il suo grande sostenitore Sergio Marchionne, cresciuto in Canada e residente in Svizzera per non pagare le tasse: il quale del fatto che la Fiat fosse italiana se ne ricorda solo quando deve chiedere contributi allo stato ma poi sposta la sede legale a Amsterdam e quella fiscale a Londra e le fabbriche in Serbia o ovunque possa sfruttare i lavoratori (quelli che nello stabilimento di Kragujevac fanno le 500 per il mercato americano prendono 306 euro al mese con turni fino a 12 ore). Da qualche mese Marchionne ha anche cambiato nome all’impresa eliminando dall’acronimo quell’inutile connotazione geografica, “italiana”: invece di Fabbrica Italiana Auto Torino (FIAT), Fiat Chrysler Automobiles (FCA), in inglese, un nome più adatto a una corporation quotata a Wall Street.
Cosa fa allora Renzi? Previene l’indignazione nazionalista degli italiani riempiendo i giornali e le televisioni di un nazionalismo virtuale. Perché tanto la gente, finché non viene toccata direttamente da un evento, quell’evento lo giudica solo attraverso la sua descrizione verbale. Soprattutto oggi, in tempi di imperialismo mediatico; con l’ulteriore vantaggio che la contrazione dei discorsi in brevissime frasi e slogan (gli spot, gli sms, i tweet) non richiede elaborazioni teoriche o spiegazioni, basta buttare lì la parola. Come scrisse in una sua poesia il grande Eugenio Montale: “Mi dissi: / Buffalo! – e il nome agì”.
Le parole agiscono, anche da sole. Hanno un’aura di significato, di implicazioni, hanno poteri evocativi e emozionali. Persino Renzi, il superficiale Renzi, lo sa: forse lo ha capito partecipando ai telequiz di Mike Bongiorno, forse registrando l’effetto che facevano su di lui le pubblicità del Maxibon o del formaggio Philadelphia. La sinistra vera, a quanto vedo, non l’ha capito. Altrimenti non avrebbe così paura di utilizzare parole come comunismo o addirittura socialismo, parole pesanti, che agiscono, e che proprio per questo sono state ostracizzate dal neocapitalismo vincente. E al loro posto si accontenta, la sinistra, di eufemismi che non trasmettono nulla. “Sinistra Ecologia Libertà”, che emozioni può provocare? Di sinistra si crede persino Maria Elena Boschi (quella che pensa, testuale, che “essere di sinistra significa anticipare il futuro” e preferisce Fanfani a Berlinguer), l’ecologia la s’insegna persino nelle università americane, e la libertà, per carità, è la scusa di ogni abuso liberista. Oppure “Lista Tsipras”? Mi dissi: Tsipras! – e il nome agì?!?
Il 28 maggio del 1922, nei mesi in cui le violenze squadriste contro operai, sindacalisti e organizzazioni socialiste stavano preparando, con la complicità della stampa borghese, la Marcia su Roma, il ventunenne Piero Gobetti pubblicò sul suo settimanale La rivoluzione liberale una breve nota sull’importanza delle parole. Le parole, scrisse, “sono veramente una mitica forza”. L’unica forza che, in quel momento, potesse opporsi a quella dei manganelli e del denaro: a patto però di restituire a esse un contenuto di “sostanza umana”, di fondarle su un pensiero. Altrimenti la “chiacchiera” del fascismo avrebbe reso impossibile l’analisi e il giudizio, reso tutto equivalente e insignificante: “Di quanto è difficile il pensare ed è facile il parlare, di tanto si è propagato il fascismo”.
La stessa considerazione vale, oggi, per il liberismo renziano. Che pensa molto poco ma parla tanto, e a forza di frasi senza contenuto si propaga. Non possiamo permettergli di monopolizzare e svuotare il linguaggio, di trasformarlo in un rumore di fondo: perché, a differenza della destra capitalista, la sinistra egualitaria non ha altre armi e altre risorse. La sinistra ha bisogno del linguaggio. Di un linguaggio lucido, di immagini rigorose, di metafore efficaci, fondate su un pensiero in cui si riconosca e che la definisca, e non semplicemente di una retorica che la faccia diventare altro da sé in cambio della speranza di vincere le elezioni. La sinistra deve tornare a pronunciare parole forti, parole umane, autentiche, diverse. Parole che non cerchino il facile consenso degli indifferenti e degli ignavi bensì “agiscano”, creino azione e dunque dissenso e contrasti, indispensabili premesse del senso di appartenenza a un popolo, a una società di eguali. Al partito della nazione virtuale di Renzi e ai suoi spot plastificati va contrapposto un partito delle nostre reali comunità e della loro lingua.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

La scelta estetica

Molta gente si imbarazza a compiere scelte estetiche. C’è chi si fa arredare la casa forkedroaddall’architetto. Chi si veste come prescrivono le riviste di moda o imitando un personaggio celebre. Chi si rifiuta di confrontarsi con l’arte per paura di non saperne abbastanza e preferisce dunque rendere riconoscibile il proprio desiderio di eleganza attraverso il proprio iPhone o la propria Audi – una bellezza preconfezionata, garantita.
L’arte e l’estetica richiedono invece partecipazione, impegno. La loro funzione primaria non è intrattenere o distrarre e neppure stupire: è far prendere coscienza della necessità della decisione, della responsabilità, anche e soprattutto in momenti di crisi, personale o collettiva, perché è allora che diventa davvero possibile la critica (sia crisi che critica derivano dal verbo greco krino, ‘giudicare’). Arte ed estetica aprono uno spazio di gioco, in cui si possa imparare a scegliere senza pagarne necessariamente le conseguenze.
Il libero mercato e la sua ideologia dei consumi hanno trasformato il gioco in una cosa seria e il bello in un valore. L’edonismo obbligatorio della società dello spettacolo, il culto delle celebrity, la schiavitù della griffe, l’ossessione per l’immagine, non sono estetica. Sono il suo contrario: strumenti di anestetizzazione di massa attraverso i quali il bello cessa di essere un’esperienza soggettiva al quale affidare un valore universale e attraverso il quale costruire vincoli di solidarietà (è la definizione di Kant) e diventa invece un valore universale a cui i consumatori si adeguano per affermare la propria individualità (è la strategia di marketing della Apple).
Purtroppo la sinistra, che fu forte quando cercò di conquistare, e talvolta ci riuscì, un’egemonia culturale, oscilla oggi fra il disinteresse e la complicità. Non occuparsi di estetica o, peggio, puntare all’anestetizzazione del pubblico (come fece Tony Blair e sta facendo Matteo Renzi), potrà forse portare a qualche temporaneo successo elettorale ma tradendo completamente quelli che dovrebbero essere gli obiettivi irrinunciabili di un movimento progressista, e cioè l’eguaglianza e la presa di coscienza.
La resistenza al capitalismo liberista non la si fa inducendo la gente a comprare un diverso tipo di prodotti. La si fa aiutandola a scegliere, a giudicare, a prendersi delle responsabilità. Non la si fa pubblicizzando begli oggetti o belle idee spacciandoli per status symbol materiali o intellettuali, neppure quando fossero simboli di emancipazione; piuttosto spingendola a produrre arte e a interpretare l’arte – e attraverso quegli atti di creazione o fruizione, a riscoprire legami di comunità.
L’arte, sia quella che guardiamo o compriamo che quella che produciamo noi stessi, ha lo scopo di farci capire che sta a noi decidere. Che sta a noi: è questo il punto essenziale, un momento estetico e al tempo stesso rivoluzionario. In modo che dopo si possa passare ad altri settori – la politica, l’economia, la morale – senza sensi di inferiorità, finalmente consapevoli che devono servire a liberarci, non a soggiogarci.