La contradizion che nol consente

Il liberismo non è solo un sistema economico. È un sistema ideologico, una struttura mentale. Che si basa su un unico principio, molto semplice: chi ha avuto successo, non importa GuidodaMontefeltrocome, meritava di averlo. Il giudizio morale è in sostanza a posteriori: i valori non esistono in sé ma solo come attributi del potere, del denaro e della celebrità. Ovviamente a queste condizioni non ha senso parlare di etica; per la contradizion che nol consente, avrebbe detto Dante: una virtù retroattiva è vuota come un’assoluzione preventiva.
Però i liberisti non leggono Dante: molti di loro si definiscono conservatori e parecchi affermano di credere in Dio e di appartenere a una Chiesa. Mentono: non intendono conservare nulla, tanto meno i classici, e non credono in nulla al di fuori di sé stessi. Più di qualsiasi altro regime della storia il neocapitalismo liberista disprezza e sistematicamente distrugge il passato, le tradizioni, l’ambiente, le comunità. Perché il liberismo pretendere di essere la realtà, l’unica realtà, l’unico pensiero; e il passato, le tradizioni, l’ambiente e le comunità testimoniano la possibilità di alternative: e non come sogni o utopie ma come esperienze già accadute e dunque possibili.
In altre epoche la resistenza contro gli abusi e la violenza del potere doveva fondarsi sulla promessa di un mondo nuovo. Il consumismo globalista ha reso inefficace questa promessa, abusandone: ogni giorno la sua pubblicità e i suoi media inventano nuovi desideri, propongono nuovi futuri, garantiscono magnifiche sorti e progressive. Per questo un’efficace lotta contro il neocapitalismo non potrà che essere etica e culturale: una lotta per i beni comuni, i valori comuni, le memorie comuni.

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Rottamatori di passato

Matteo Renzi, copiando i neoliberisti americani, gioca la carta generazionale principalmente per uno scopo: staccare dai giovani i ricordi degli adulti e degli anziani, la memoria di tempi diversi. rottamazione400L’appiattimento sul presente gli è necessario per sostituire anche in Italia il culto del successo all’etica: in modo che chi vince sia automaticamente giustificato, a prescindere dal valore dei risultati e dalla correttezza delle procedure.
Per resistere a questa ideologia dell’amoralità bisogna continuare a raccontare il passato, a difendere le vittorie che abbiamo ottenuto o di cui a nostra volta abbiamo sentito parlare: come un processo unico, che subisce pause e sconfitte ma non si interrompe. Perché se furono possibili un tempo sono possibili ancora. Accettare la scomparsa del comunismo è stato in questo senso uno sbaglio gigantesco: e se ne vedono le conseguenze, con una sinistra priva di continuità, di riferimenti, di identità, disposta a seguire il primo pifferaio che promette il potere.
Le vere innovazioni e il vero progresso non hanno paura di confrontarsi con le tradizioni, con la cultura: perché le tradizioni e la cultura non sono immobili, come le vorrebbero gli integralisti; sono anzi strumenti di evoluzione, di adattamento. Chi invece parla di rottamare qualcosa, che si tratti di automobili o di idee o di persone, sta solo facendo del lobbismo: non essendo cioè capace di proporre qualcosa di migliore, che si imponga per suoi meriti intriseci, vuole che sia artificiosamente creato un vuoto in cui insinuarsi.

Autobiografia della nazione

Copio sotto alcune frasi di Piero Gobetti, scritte subito dopo la marcia su Roma a spiegare le condizioni psicologiche e culturali che avevano reso possibile (al di là degli errori politici del rivoluzioneliberale400governo e delle divisioni fra gli altri partiti) l’imprevedibile e sostanzialmente assurda ascesa del fascismo: inerzia, rassegnazione, infantilismo, bisogno di ottimismo anche se velleitario o bugiardo. Ho solo sostituito il nome di Renzi a quello di Mussolini e il termine renzismo a fascismo. Mi pare che le parole di Gobetti non abbiano perso di attualità, un secolo dopo.

“Il renzismo vuol guarire gli italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l’appello nominale dei cittadini, tutti abbiano dichiarato di credere alla patria, come se nel professare delle convinzioni si limitasse tutta la praxis sociale.
Il renzismo è un espediente attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie bambinesche misure.
Noi vediamo diffondersi con preoccupazione una paura dell’imprevisto che seguiteremo a indicare come provinciale per prevenire gravi allarmi. Ma di certi difetti sostanziali anche in un popolo nipote di Machiavelli non sapremmo capacitarci, se venisse l’ora dei conti. Il renzismo in Italia è una catastrofe, è un’indicazione di infanzia decisiva, perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’ottimismo, dell’entusiasmo. Si può ragionare del governo Renzi come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il renzismo è qualcosa di più; è l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco.
Renzi non è nulla di nuovo: ma con Renzi ci si offre la prova sperimentale dell’unanimità, ci si attesta l’inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie. La palingenesi renzista ci ha attestato inesorabilmente l’impudenza della nostra impotenza”.
(“Elogio della ghigliottina”, La Rivoluzione liberale, I, n. 34, 23 novembre 1922).

La parole necessarie

Il concetto che consentì il predominio culturale del PCI e che di conseguenza gli permise di imporre, benché all’opposizione, straordinarie riforme sociali dagli anni quaranta agli anni gramscipop400ottanta, fu quello gramsciano di nazionale-popolare. Esso fu precipitosamente abbandonato da una classe dirigente di incapaci nel difficile momento della caduta dell’Unione Sovietica e sostituito dai valori del necapitalismo vincente, ossia globalizzazione e individualismo, senza neppure accorgersi che si trattava di una rinuncia alla propria identità, oltre che alla propria tradizione. Purtroppo oggi le uniche parole su cui la sinista sembra concordare sono quelle di tolleranza, di accoglienza, persino di perdono, che di certo rendono migliori chi le faccia proprie (e infatti piacciono alla Chiesa) ma non servono politicamente, né ad attrarre consensi né a creare una comunità di lotta.
Fallita l’Italia drive-in di Berlusconi, si sente bisogno di contenuti: nomi che ostentano superficialità come Forza Italia o Movimento 5 Stelle non funzionano in tempi di crisi profonda. Ma la sinistra sembra non rendersene conto: Human factor è il meglio che sa inventarsi, in ritardo di dieci anni rispetto a quando avrebbe rappresentato, perlomeno, una novità (il talent show X Factor fu lanciato in Gran Bretagna nel 2004). Intanto dell’idea di nazione si sta appropriando Renzi, con la proposta di un Partito della nazione; e di quella di popolo Salvini, con la Lega dei popoli. Chissà magari Berlusconi, per non scomparire, ricomincerà a parlare di socialismo (in fondo Craxi fu un suo amico personale). E la sinistra?
La sinistra deve smetterla di avere paura delle parole, deve smetterla di voler accontentare tutti. I dirigenti che il coraggio non ce l’hanno e manco se lo possono dare, si tolgano dai piedi. Serve un partito che dia fastidio ai buonisti, che spaventi i benpensanti, che irriti i media perché in grado di parlare al popolo direttamente, dunque capace di un vero populismo; allo scopo di ridare al popolo un senso di appartenenza a una comunità, a una nazione.

Politica ladylike

Ho visto che una certa Alessandra Moretti, che fino a cinque minuti fa non avevo mai sentito nominare e della cui esistenza mi scorderò in un paio d’ore, ha spiegato in una videointervista al Corriere della sera quali virtù le donne, in particolare quelle in politica, debbano avere. A morettiladylike400questo proposito, oltre a fare contro Rosy Bindi una battuta che sarebbe piaciuta a Berlusconi, ha usato l’aggettivo “ladylike”: il che dimostra che consulta i cataloghi di biancheria intima femminile, non che abbia sensibilità per l’inglese e le implicazioni della parola. Ne fece uso un paio di anni fa il candidato repubblicano Todd Akin a proposito di Claire McCaskill, sua avversaria democratica per la posizione di senatore del Missouri: e insieme a un commento sullo “stupro legittimo” lo portò a una clamorosa sconfitta. Le donne degli anni cinquanta dovevano essere “ladylike”, ossia consapevoli del ruolo che la società assegnava loro: sexy e belle ma anche discrete e senza eccessive ambizioni intellettuali. Il liberismo sta provando a sdoganare anche questo termine, essenzialmente a fini consumistici: e c’è infatti una ex miss di un concorso di bellezza americano che si è inventata una “ladylike revolution” per nobilitare l’ossessione delle ricche newyorkesi per i vestiti firmati e il lusso. Ma per la gente normale, le donne soprattutto, resta una parola denigratoria. A meno che non ce ne si appropri ribaltandone il significato come recentemente ha fatto proprio McCaskill (ne parla il New York Times), per la quale l’aggettivo trasmette questo messaggio: “Parla chiaro, sii forte, prenditi la responsabilità, cambia il mondo”: un approccio antitetico rispetto a quello proposto da Moretti.
C’è un altro punto. Ho ascoltato tutta l’intervista a Moretti: dice che va dall’estetista, che corre per tenersi in forma, che si trucca, si fa le mèche. E allora? Mi aspettavo che ci informasse anche del fatto che la mattina si fa la doccia e dopo pranzo si beve un caffè. Ecco, quando uno non capisce che c’è una sostanziale differenza fra il fare qualcosa e il raccontarlo agli altri per avere la loro approvazione, quando cioè ha bisogno del consenso altrui (dei loro “like”, suppongo direbbe Moretti) per fare o giustificare quello che dovrebbe fare solo perché gli va di farlo (e che la maggior parte della gente fa normalmente, senza neppure notarlo e senza vantarsene), la persona in questione è un narcisista o un imbecille e non ha alcun senso starla ad ascoltare. O tanto meno votarla.

[Sull’argomento segnalo i post di Barbara Giorgi, “Lo stile ladylike, ceretta compresa“, e di Patrizia Perrone, “La Moretti, l’estetista e gli spaghetti al pomodoro“]

Le parole del presidente

A quanto pare Giorgio Napolitano si dimetterà fra un paio di mesi. È una buona notizia. A succedergli potrebbe essere un personaggio altrettanto mediocre e politicamente peggiore vicarofbray400ma difficilmente qualcuno in grado di danneggiare la credibilità delle istituzioni e del sistema democratico quanto ha fatto lui. Perché il nuovo presidente, chiunque sia, rappresenterà in modo evidente i gruppi di potere che lo avranno sostenuto, come era sempre accaduto nella storia della Repubblica, da Einaudi a Ciampi: l’irredimibile colpa di Napolitano è di avere tradito le aspettative generate dalla sua provenienza dall’opposizione storica, primo presidente con un passato nel partito comunista. Uno storico inglese, Perry Anderson, lo ha per questo definito un “Vicar of Bray” (rappresentato nell’immagine qui sopra), ossia un opportunista, uno che cambia bandiera, ideologia e retorica a seconda della convenienza. Nessuno, a sinistra, si faceva illusioni, mettiamo, su Giovanni Leone, eletto con i voti dei fascisti. Ma quando fu eletto Sandro Pertini con i voti del PCI qualcosa di diverso ce la si aspettava: e Pertini ripagò la fiducia. Provate a leggere i suoi discorsi.
I discorsi di Napolitano testimoniano invece lo svuotamento liberista del linguaggio politico: il suo stile non è quello di Silvio Berlusconi ma gli effetti sono analoghi. In un momento in cui da un uomo della sua generazione e con il suo passato ci si sarebbe aspettata una difesa dei valori che i padri costituenti avevano eretto a difesa della nostra fragile democrazia per prevenire tentazioni autoritarie e derive plutocratiche, ha invece contribuito alla loro banalizzazione, rivelandosi il politico ideale per sdoganare l’antipolitica del neocapitalismo.
Ecco cosa ha detto, per esempio, nel suo ultimo intervento, letto il 4 novembre in un’occasione importante, la festa dell’unità nazionale (cito dal testo ufficiale pubblicato sul sito del Quirinale): “Vi è il rischio che, sotto la spinta esterna dell’estremismo e quella interna dell’antagonismo, e sull’onda di contrapposizioni ideologiche pure così datate e insostenibili, prendano corpo nelle nostre società rotture e violenze di intensità forse mai vista prima”. Questa frase in particolare l’hanno ripresa molti giornali e telegiornali, sempre riportandola per intero e alla lettera: perché se avessero provato a parafrasarla o riassumerla avrebbero finito col dover ammettere che non significa nulla. Così invece sembra suggerire qualcosa: un indistinto senso di allarme, di urgenza, non basato su analisi o prove ma capace di agire al livello psicologico più superficiale, quello dei pregiudizi, delle reazioni istintive, lo stesso a cui fa appello buona parte della pubblicità e della propaganda. Si tratta fra l’altro di una frase brutta, priva di stile, mal costruita, con un lessico impreciso: come fa qualcosa a essere contemporaneamente “sull’onda” (ossia in un momento favorevole) e “datata”? E in che modo una contrapposizione può essere definita “insostenibile”?
La retorica delle classi dominanti non è sempre stata così trasandata. Un bel libro di Gabriele Pedullà, Parole al potere (BUR), ha analizzato storicamente l’evoluzione del discorso politico italiano da Cavour a Berlusconi, con un’ampia antologia di testi. La sua conclusione è che quella lunga tradizione, la quale a sua volta si fondava sui classici dell’oratoria greca e latina, si sia improvvisamente interrotta negli ultimi decenni e che fra il nostro presente e il passato, anche quello prossimo, si sia creato un fossato profondo. Colpa dei nuovi media e delle nuove tecnologie, suggerisce Pedullà. Ma il suo libro è del 2010: prima dell’avvento di Renzi, prima cioè che la trasformazione della politica in gossip venisse portata a compimento e rivelasse, con una trasparenza resa possibile dall’arroganza di chi si crede il vincitore assoluto, le sue più profonde motivazioni. I media e la tecnologia sono solo mezzi e potrebbero essere usati in maniera diversa. È il neocapitalismo liberista a essersene appropriato e ad averne fatto lo strumento con cui imporre la sua egemonia culturale. Non sono insomma la televisione o internet a richiedere banalità, superficialità, omogeneizzazione: sono i ricchi e le loro corporation, ai quali serve un mondo in cui la naturale tendenza umana alla solidarietà e all’eguaglianza sia sostituita da un individualismo estremo compensato, a soddisfare quel bisogno di socialità, da un consumismo compulsivo di massa. Renzi è, in Italia, il messia di questa svolta liberista, molto più di quanto lo sia stato Berlusconi. E Napolitano è stato il suo Giovanni Battista.
Torniamo al suo discorso del 4 novembre: “Vi è il rischio…”. Come negare, in generale, che ci sia un rischio? C’è il rischio di uscire per strada e venire colpiti da un fulmine, c’è il rischio che uno psicopatico si convinca che per salvare il mondo occorra tagliare la gola a tutte le donne che portano una borsa verde, c’è il rischio che il riscaldamento globale provochi catastrofici maremoti. Sono rischi di uguale livello? Diffidate sempre di chi parla di pericoli senza specificare se siano infinitesimali o probabili, immediati o proiettati in un lontano futuro, concreti o accademici. Il suo fine è invariabilmente creare paura, ossia la condizione necessaria e sufficiente per allentare la vigilanza della gente e approfittarne per defraudarla dei suoi diritti.
Un’altra caratteristica della propaganda è usare concetti decontestualizzati, come se significassero sempre la stessa cosa, a prescindere dalle circostanze. L’“estremismo” di cui parla Napolitano, per esempio, del quale in una frase successiva lamenta la “perversa forza attrattiva”: di che si tratterebbe? Dell’Isis, molto di moda a livello mediatico? Ma in quel caso perché non nominarlo direttamente? Già il concetto di terrorismo si presta ad abusi: ma perché mai avere convinzioni estreme sarebbe inevitabilmente causa di apocalittiche rotture e non piuttosto di proficui confronti? Democrazia significa accettare i conflitti, anche radicali, nella convinzione che non solo sia possibile risolverli attraverso il dialogo ma che siano indispensabili per il progresso sociale e l’innovazione. Invece Napolitano non teme solo il pericolo dell’estremismo esterno: anche quello dell’“antagonismo” interno. È una posizione molto grave. L’antagonismo è la linfa vitale della democrazia e solo i più biechi totalitarismi lo impediscono. Cosa auspica, Napolitano, la fine dei contrasti? il trionfo dell’ortodossia, dell’impero, dell’omologazione? il monopolio di un’unica “forza attrattiva”, quella del denaro, del consumismo, della pubblicità? Stessa cosa per le “contrapposizioni ideologiche” che condanna subito dopo: come possono essere un male, un problema? Purtroppo questa aspirazione al conformismo, questa ideologia del consenso, non è semplicemente senile: è un elemento fondamentale del neocapitalismo e un indice della profonda avversione del liberismo per i meccanismi che generano pluralismo e dissenso, visti come ostacoli alla governabilità e al successo immediato.

[Il saggio di Perry Anderson citato sopra è stato ripubblicato nel suo volume L’Italia dopo l’Italia. Verso la terza repubblica (Castelvecchi, 2014)].

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

L’esperienza del possibile

Nelle sue considerazioni sull’importanza della storia Nietzsche si domandò per quale motivo dedicare attenzione ai monumenti del passato, nietzschemunch400quelli architettonici e quelli del pensiero, possa essere utile agli individui e alle comunità. A che serve la conoscenza delle conquiste di un tempo ormai perduto o comunque andato? La sua risposta è fondamentale: serve, scrisse, a farci capire che “la grandezza, la quale un giorno esistette, fu comunque una volta ‘possibile’, e perciò anche sarà possibile un’altra volta”.
Per questo il neocapitalismo liberista detesta la cultura, le tradizioni e i classici, per questo impone un consumismo compulsivo di merci e di idee, per questo vuole rottamare il passato, anche recente. Per impedire alla gente, e ai giovani in particolare, di accorgersi che altri modelli furono e dunque restano possibili, altri stili e ritmi di vita, altri valori, altri ideali; che niente è scritto nel libro del destino eccetto quello che scegliamo di scriverci.