I sondaggi e la fine della democrazia

C’è ancora speranza per la democrazia? Me lo sono domandato ieri, leggendo la prima pagina del New York Times: “Both Parties See Campaign Tilting to Republicans”. Secondo finedemocrazia400entrambi i partiti i repubblicani sarebbero in vantaggio; il che mi deprime ma non è quello il punto. Il punto è: come lo sanno? Sulla base di sondaggi. Che si sono rivelati approssimativi molte volte. Basti ricordare le ultime elezioni presidenziali, quelle del 2012, nelle quali una delle più rinomate agenzie, Gallup, diede vincente Mitt Romney contro Obama. In votazioni di minore importanza gli errori sono stati ancora più clamorosi e frequenti.
Ma ammettiamo che effettivamente in questo momento la maggior parte degli americani disposti ad andare a votare preferisca la destra: perché trasformare le loro intenzioni in un fatto? Il voto è dopodomani, non oggi; e finché la gente non deposita la sua scheda ha tempo di cambiare idea. Per questo si va tutti alle urne nello stesso giorno: per caricare quel momento di un significato speciale. Altrimenti basterebbe chiedere alla gente di aderire a un partito e dare la maggioranza parlamentare a quello con più iscritti, finché ce li ha. Le elezioni sono una cosa completamente diversa: sono occasioni di riflessione, discussione, ripensamento. Fatte individualmente e collettivamente. Per questo non piacciono al neocapitalismo: al quale non interessa una società di cittadini coscienti e incerti; vuole una società di consumatori compulsivi. Il suo obiettivo è determinare il consenso politico nello stesso modo in cui determina i consumi: attraverso indagini di mercato, indici di gradimento e pubblicità, tanta pubblicità.
Etimologicamente democrazia significa: governo del popolo. Non: “osservazione” del popolo, concetto che viene espresso con un altro termine, demoscopia. La confusione fra i due piani è intenzionalmente perseguita dal pensiero unico liberista: che infatti ci insegna a descrivere la realtà, non a intervenire su di essa. A questo serve la statistica, a questo la nuova mania dei “big data”. Persino a Harvard, in uno dei più prestigiosi centri di cultura e innovazione del pianeta, da qualche anno agli amministratori importa di più capire e seguire le nuove tendenze piuttosto che crearle. L’idea di poter cambiare il mondo è fuori moda: l’unica cosa che conta è essere alla moda.
In tutti i giorni dell’anno a comandare sono i ricchi e i potenti, grazie all’oscena quantità di denaro che hanno accumulato negli ultimi vent’anni, ossia dalla fine della minaccia comunista (è stato calcolato che Mark Zuckerberg, che in vita sua non ha fatto altro che avere l’idea di facebook, neanche la capacità di svilupparne il programma o di commercializzarlo, riceve ogni anno in soli interessi quanto un operaio o un impiegato guadagnerebbero in quasi duecentomila anni), e attraverso media ormai totalmente asserviti. La democrazia che ancora ci permettono di esercitare prevede formalmente che una volta all’anno, o anche meno, ogni persona possa decidere, liberamente, autonomamente, con il suo voto. Anche questo ora vogliono toglierci, in America come in Italia. Sempre di ieri era un rilevamento del Corriere della sera che dava a Matteo Renzi il gradimento del 54% degli italiani. In giugno era stato al 75%. Come sarà mai possibile verificare se erano attendibili? Ma ai media non importa; fra virtuale e reale non vedono alcuna differenza. Saranno i sondaggi a farci sapere cosa vogliamo, come pensiamo, chi siamo.
Qualcuno forse ricorda un racconto di Philip Dick, Rapporto di minoranza, reso popolare dalla mediocre riduzione cinematografica di Steven Spielberg. È ambientato in un’America del futuro in cui di omicidi non se ne commettono più grazie agli arresti preventivi operati da una speciale unità di polizia (Pre-crimine) che si serve delle premonizioni di tre minorati mentali, detti pre-cog. L’esistenza di tre pre-cog consente di garantire l’accuratezza del sistema: la probabilità che tutti e tre, o anche solo due di loro, abbiano indipendentemente la stessa visione errata è infinitesimale, praticamente inesistente. Come si vede, un antico quesito di ordine morale (si è colpevoli per l’intenzione di commettere un crimine?) si intreccia a un problema di calcolo delle probabilità (a quale livello di approssimazione il probabile diventa certo?) e a uno dei tipici paradossi temporali della fantascienza (sapere in anticipo un evento non permette di modificarlo e di smentire la previsione?). Le contraddizioni esplodono quando Anderton, direttore della Pre-crimine, legge un rapporto secondo cui lui stesso starebbe per commettere un omicidio. Non vado oltre per non togliere la suspense a chi non conoscesse il racconto. Ma la morale di Dick è chiara: le previsioni non sono la realtà e il futuro spacciato come inevitabile è un’ideologia.
Altri tempi: era il 1956. Tre anni prima era uscito Fahrenheit 451, sette anni prima 1984. Italo Calvino stava scrivendo La giornata d’uno scrutatore. Il problema della democrazia era avvertito come centrale ed era inteso come il diritto di tutti i membri di una comunità di far sentire la propria voce attraverso il voto. Ma anche come un dovere: quello di rafforzare la comunità attraverso il dialogo, il confronto, il dissenso. Il liberismo nega quel diritto e soprattutto quel dovere; anche in politica è totalmente amorale. Ancor più che cancellare le nostre voci il suo obiettivo è distruggere le nostre comunità.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

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Le virtù di Licurgo e l’orologio di Renzi

Gli status symbol sono un codice. Si comprano e si usano per lanciare segnali. Infatti il passaggio di Matteo Renzi dallo Swatch all’Audemars Piguet indossato alla Leopolda (costo: orologiorenzi400dai diecimila ai quindicimila euro) non ha mancato di essere colto dai giornali di destra, che lo hanno correttamente interpretato come una conferma della vocazione liberista dell’attuale primo ministro e del suo partito.
Palese la soddisfazione del Giornale, che ne ha approfittato per ribadire un principio fondamentale della società dell’ineguaglianza verso cui Renzi ci sta traghettando: “Ognuno è libero di acquistare o sfoggiare qualunque tipo di oggetti e di qualsiasi valore”. L’appiattimento dei gusti e il mito del pauperismo furono un limite del socialismo reale, peraltro dovuto a precise condizioni storiche ed economiche; ma qui siamo ben oltre il piacere della varietà e il riconoscimento dell’importanza di una certa disparità di condizione: siamo all’ostentazione del privilegio, per cui un oggetto costoso non basta averlo ma lo si ha per “sfoggiarlo”; siamo all’apologia dell’incontrollata concentrazione della ricchezza (“qualsiasi valore”); siamo all’affermazione dell’assoluta priorità delle “libertà” dell’individuo rispetto alla solidarietà sociale e allo spirito nazionale. Puro liberismo materialista, quel tipo di avidità e di egoismo, spesso misti a pacchianeria, che le civiltà e le loro culture, a cominciare dalle religioni, hanno sempre cercato di moderare se non estirpare. Al punto che Licurgo, il leggendario legislatore spartano, per rafforzare il senso civico ed etico di appartenenza alla comunità, decise di sminuire l’importanza sociale della ricchezza eliminando “la possibilità di usare o esibire i propri beni”. Ne parla Plutarco nei Moralia, un testo su cui per secoli si formò la classe dirigente occidentale – in Italia fino a non molti decenni fa.
Renzi, come Berlusconi, non ne ha mai sentito parlare. Invece di confrontarsi con i grandi modelli della classicità, resi mitici dalle loro virtù, preferisce confrontarsi con le celebrity di oggi, la cui unica qualità è il successo, non importa se casuale o immeritato. Facile: il presente senza spessore non può che confermare sé stesso e non ha dunque bisogno di un’etica, di “moralia”: siccome parecchi milioni di italiani desiderano l’iPhone, l’iPhone è un valore assoluto.
Questo dice l’orologio di Renzi, in modo così chiaro che persino Il Giornale è stato in grado di cogliere il messaggio. Lo hanno certamente colto i duemila della Leopolda, ai quali era principalmente destinato: una promessa di lusso, favori e immunità riservata a loro, i vincenti, che in quanto celebrity o persone di successo hanno diritto ad avere tutto, e gli altri, i “losers”, niente. La promessa di un’Italia da bere, tutta immagine, indici di gradimento e status symbol, un gigantesco reality in cui il popolo deve sognare di avere un Audemars Piguet o un Piaget (li regalava Berlusconi ai parlamentari del suo partito) in modo che loro, i pochi che ce li hanno, possano scordare la propria mediocrità e sentirsi degli dèi.

[La citazione da Plutarco è stratta da Le virtù di Sparta, a cura di Giuseppe Zanetto, Adelphi, 1996, p. 108].

Gettoni, iPhone e retorica del nulla

Renzi pratica una deliberata strategia di svuotamento del linguaggio: la chiarezza e la logica infatti impongono una certa misura di coerenza anche a chi cercasse di travisare la realtà, touchscreenpublicphone400mentre le chiacchiere senza senso e le allusioni oblique legittimano qualsiasi improprietà e menzogna; peggio, rendono equivalenti il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, i fatti e gli inganni. È per questo che un filosofo americano, Harry Frankfurt, ha affermato che i cazzari sono più pericolosi dei bugiardi.
Porto un esempio recente, dal discorso di Renzi al termine della sua sagra autocelebrativa alla Leopolda. Ecco cosa ha detto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: “È una regola degli anni settanta, siamo nel 2014, è come prendere un iPhone e dire dove metto il gettone?”.
Tralascio l’aspetto più inquietante, cioè l’assunto che una legge possa, anzi, debba, essere revocata solo perché vecchia. Invece di discuterne i meriti o demeriti, ci si limita a rimarcarne l’età: in modo da poter realizzare quella “deregulation” che proprio a partire dagli anni settanta è il programma del liberismo: cancellare le conquiste del passato per tornare all’unica legge originaria, quella della giungla, in cui a vincere sono i più forti, i più furbi, i più ricchi.
Siccome di mestiere mi occupo di letteratura e linguaggio vorrei invece soffermarmi sulla similitudine usata da Renzi. Le figure retoriche non sono combinazioni casuali di vocaboli o immagini: devono avere una logicità, altrimenti sono insensatezze o, peggio, sintomi di approssimazione, impreparazione, arroganza. Io posso dire, visto che lo detesto, che Renzi è un venditore di fumo; ma non potrei dire che Renzi è un venditore di Pepsi Cola. L’immagine di un gettone nell’iPhone è concettualmente assurda: perché gli smartphone sono telefoni personali, mica pubblici; e neppure nei remoti anni settanta i telefoni personali usavano gettoni. Anche allora, in sostanza, se qualcuno avesse preso un apparecchio di casa, con filo o senza fili, e si fosse chiesto dove mettere il gettone, sarebbe sembrato scemo.
Aggiungo che se davvero Renzi si interessasse di tecnologia e non facesse solo finta, forse saprebbe che da qualche mese a New York al posto dei telefoni pubblici a moneta (in America, patria della Apple, i gettoni telefonici furono abbandonati nel 1944) stanno mettendo degli schermi tattili. Lo stesso sta avvenendo a Parigi e, sono sicuro, in altre città. A quei “public smart phone” (così li ha definiti l’Espresso) avrebbe dovuto fare riferimento, non all’iPhone.
Ma che gliene frega a Renzi della proprietà delle metafore o della coerenza del linguaggio? Trasmette solo impressioni, suoni: dice “iPhone” perché il suo pubblico ce l’ha in tasca o desidera di possederlo, un’illusione di cambiamento a portata di mano, facile come mandare un tweet. Intanto, fuori della Leopolda, la loro polizia manganella gli operai che protestano contro le delocalizzazioni e i ricatti del capitale. Di ben altro che di un gadget di plastica c’è bisogno per cambiare il mondo e salvare la nostra civiltà, di ben altro che di qualche confusa similitudine, di ben altro che della presunzione di chi crede di poter creare un futuro migliore sulle macerie di un passato rottamato senza sapere, senza pensare, senza capire.

Il potere delle parole

Perché mai credete che Renzi se ne sia uscito con l’idea di un Partito della Nazione? Perché le sue riforme stanno obiettivamente e intenzionalmente indebolendo lo stato italiano e il poteredelleparoleSQ400trattato con gli Stati Uniti di cui è acceso sostenitore (il TTIP) affosserà ulteriormente l’autonomia del paese. Chiude l’Agnesi? L’Alitalia viene svenduta agli Emirati Arabi? E allora Renzi, mentre fa una politica globalista e anti-nazionale, sfoggia una retorica nazionalista, che i media si premurano di amplificare. A uso e consumo dei tanti che, anche fra coloro che lo votano e sostengono, si sentono ancora italiani prima che liberisti, persino quando non gioca la nazionale di calcio.
Mica come il suo grande sostenitore Sergio Marchionne, cresciuto in Canada e residente in Svizzera per non pagare le tasse: il quale del fatto che la Fiat fosse italiana se ne ricorda solo quando deve chiedere contributi allo stato ma poi sposta la sede legale a Amsterdam e quella fiscale a Londra e le fabbriche in Serbia o ovunque possa sfruttare i lavoratori (quelli che nello stabilimento di Kragujevac fanno le 500 per il mercato americano prendono 306 euro al mese con turni fino a 12 ore). Da qualche mese Marchionne ha anche cambiato nome all’impresa eliminando dall’acronimo quell’inutile connotazione geografica, “italiana”: invece di Fabbrica Italiana Auto Torino (FIAT), Fiat Chrysler Automobiles (FCA), in inglese, un nome più adatto a una corporation quotata a Wall Street.
Cosa fa allora Renzi? Previene l’indignazione nazionalista degli italiani riempiendo i giornali e le televisioni di un nazionalismo virtuale. Perché tanto la gente, finché non viene toccata direttamente da un evento, quell’evento lo giudica solo attraverso la sua descrizione verbale. Soprattutto oggi, in tempi di imperialismo mediatico; con l’ulteriore vantaggio che la contrazione dei discorsi in brevissime frasi e slogan (gli spot, gli sms, i tweet) non richiede elaborazioni teoriche o spiegazioni, basta buttare lì la parola. Come scrisse in una sua poesia il grande Eugenio Montale: “Mi dissi: / Buffalo! – e il nome agì”.
Le parole agiscono, anche da sole. Hanno un’aura di significato, di implicazioni, hanno poteri evocativi e emozionali. Persino Renzi, il superficiale Renzi, lo sa: forse lo ha capito partecipando ai telequiz di Mike Bongiorno, forse registrando l’effetto che facevano su di lui le pubblicità del Maxibon o del formaggio Philadelphia. La sinistra vera, a quanto vedo, non l’ha capito. Altrimenti non avrebbe così paura di utilizzare parole come comunismo o addirittura socialismo, parole pesanti, che agiscono, e che proprio per questo sono state ostracizzate dal neocapitalismo vincente. E al loro posto si accontenta, la sinistra, di eufemismi che non trasmettono nulla. “Sinistra Ecologia Libertà”, che emozioni può provocare? Di sinistra si crede persino Maria Elena Boschi (quella che pensa, testuale, che “essere di sinistra significa anticipare il futuro” e preferisce Fanfani a Berlinguer), l’ecologia la s’insegna persino nelle università americane, e la libertà, per carità, è la scusa di ogni abuso liberista. Oppure “Lista Tsipras”? Mi dissi: Tsipras! – e il nome agì?!?
Il 28 maggio del 1922, nei mesi in cui le violenze squadriste contro operai, sindacalisti e organizzazioni socialiste stavano preparando, con la complicità della stampa borghese, la Marcia su Roma, il ventunenne Piero Gobetti pubblicò sul suo settimanale La rivoluzione liberale una breve nota sull’importanza delle parole. Le parole, scrisse, “sono veramente una mitica forza”. L’unica forza che, in quel momento, potesse opporsi a quella dei manganelli e del denaro: a patto però di restituire a esse un contenuto di “sostanza umana”, di fondarle su un pensiero. Altrimenti la “chiacchiera” del fascismo avrebbe reso impossibile l’analisi e il giudizio, reso tutto equivalente e insignificante: “Di quanto è difficile il pensare ed è facile il parlare, di tanto si è propagato il fascismo”.
La stessa considerazione vale, oggi, per il liberismo renziano. Che pensa molto poco ma parla tanto, e a forza di frasi senza contenuto si propaga. Non possiamo permettergli di monopolizzare e svuotare il linguaggio, di trasformarlo in un rumore di fondo: perché, a differenza della destra capitalista, la sinistra egualitaria non ha altre armi e altre risorse. La sinistra ha bisogno del linguaggio. Di un linguaggio lucido, di immagini rigorose, di metafore efficaci, fondate su un pensiero in cui si riconosca e che la definisca, e non semplicemente di una retorica che la faccia diventare altro da sé in cambio della speranza di vincere le elezioni. La sinistra deve tornare a pronunciare parole forti, parole umane, autentiche, diverse. Parole che non cerchino il facile consenso degli indifferenti e degli ignavi bensì “agiscano”, creino azione e dunque dissenso e contrasti, indispensabili premesse del senso di appartenenza a un popolo, a una società di eguali. Al partito della nazione virtuale di Renzi e ai suoi spot plastificati va contrapposto un partito delle nostre reali comunità e della loro lingua.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

Farsa e tragedia

Renzi è diventato presidente del Consiglio a meno di quarant’anni d’età; nessuno dei suoi predecessori era arrivato a questa carica così giovane. La sua formazione, la sua rapida defelicemussolinifascista400carriera politica, tutto ha contribuito a fare della sua persona il simbolo della profonda crisi, morale e materiale, che in un decennio ha trasformato l’Italia, senza per altro che sia ancora possibile comprendere quale sarà il vero punto d’arrivo di questa trasformazione, e che tipo di società essa finirà per produrre. Da qui incertezze, preoccupazioni, speranze e moltissima stanchezza che se molto hanno contribuito, a livello di opinione pubblica soprattutto, al successo del liberismo, ancora di più sono valse a fare di Renzi l’uomo nuovo capace di far uscire il paese dalla situazione di incertezza e di crisi nella quale versa da troppo tempo.
Non sono parole mie. Le ha scritte Renzo De Felice nel 1966, nel secondo volume della sua magistrale biografia di Mussolini (Mussolini il fascista. La conquista del potere 1921-1925, Einaudi, p. 461). Ho solo cambiato il nome del protagonista, sostituito liberismo a fascismo e coniugato i verbi al presente.
Si potrebbe continuare il palallelismo. Il concetto del Pd come “partito della nazione” o “partito d’Italia”  esprime esattamente la coincidenza di stato e partito perseguita da Mussolini. Al quale sarebbe anche piaciuta la visione personalistica della politica implicita in questa recente, pericolosissima frase di Renzi: “Allora capii che l’Italia era scalabile”. Naturalmente Mussolini era intelligente e abbastanza colto, Renzi solo furbo. Viene in mente una citazione di Marx, il celebre inizio del 18 brumaio di Napoleone Bonaparte: “Hegel osserva da qualche parte che tutti i grandi personaggi della storia si presentano due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”. Purtroppo la maggioranza degli italiani se ne frega della storia ed è quindi condannata a ripeterla senza accorgersi che è diventata farsa.

Comunità e fascismo

Faccio una facile previsione: se a sinistra non si ricostituisce al più presto un forte partito che ponga al centro della sua ideologia e azione l’eguaglianza e la difesa dei beni comuni e dellle comunità (che è cityisis400esattamente ciò che socialismo e comunismo significavano, anche etimologicamente), saranno il fascismo e l’integralismo a occupare quel vuoto facendosi carico della resistenza contro globalizzazione e liberismo. “Forte” partito non significa maggioritario: basta una minoranza che però faccia una seria opposizione, senza compromessi e senza ambiguità.
Leggevo sul New York Times di mercoledì che i lobbisti dei maggiori istituti finanziari (a cominciare da Citi) hanno convinto (leggi: corrotto) i legislatori di vari stati americani a consentire, in deroga a regolamenti federali e al buon senso, prestiti ad altro tasso di interesse a chi è troppo povero per garantire la propria solvibilità e dunque si troverà costretto (legalmente!) ad accettare qualunque richiesta del creditore, inclusa la cessione di proprie proprietà o del proprio lavoro a prezzi stracciati. Usurai, sarebbero stati chiamati un tempo: nella Divina Commedia li trovate ovviamente all’Inferno, nel terzo girone del settimo cerchio, seduti su un sabbione arroventato con una borsa al collo, sotto una pioggia di fuoco. Ma i lobbisti americani e i loro padroni sono ancora peggiori degli strozzini condannati da Dante: perché per arricchirsi oscenamente (i profitti di Citi in quel settore sono cresciuti del 31% in un anno) specificamente selezionano la fascia più debole della società, coloro che dovrebbero ricevere sussidi e aiuti per affrancarsi dalla loro condizione di indigenza, e invece vengono spremuti anche delle loro ultime risorse.
Solo un sistema ormai completamente amorale può tollerare simili comportamenti; che non solo fanno inutilmente del male a chi già soffre ma minano alle fondamenta la società stessa. Infatti, nella stessa prima pagina del giornale di mercoledì, un altro articolo parla della diffusione dell’Isis in Tunisia. Ovvio. L’Isis è una banda di fascisti ma resiste agli abusi del neocapitalismo e alla liquidazione dell’etica e delle culture in nome del consumismo. Non a caso nel proprio nome ha incluso la parola “Stato” (al-Dawla al-Islāmiyya, “Stato islamico”): ripropone cioè l’idea di nazione e di comunità spirituale per contrastare l’imperialismo materialista delle corporation, ciò che eufemisticamente ci siamo abituati a chiamare globalizzazione.
La tattica preferita dal liberismo è anestetizzare la gente, renderla indifferente, passiva, rincoglionirla di videogiochi, reality show e news, che alla fine sono la stessa cosa: esperienze virtuali, emozioni a telecomando. Ma sanno bene, i ricchi, che non riusciranno mai a controllare tutti e che la spaventosa ineguaglianza economica che stanno creando provocherà disperazione e rabbia, all’inizio in piccoli gruppi ma poi di massa. Per questo stanno smantellando le democrazie e creando, con la scusa del terrorismo, stati di polizia, immense strutture di intercettazione e vigilanza, armi in grado di colpire dal cielo in ogni luogo e momento; e media pronti a giustificare qualsiasi violenza repressiva in nome della difesa della libertà di consumare e di sognare di diventare una celebrity.
La destra estrema non crede però che basterà. Sta scommettendo sul prossimo avvento di una società post-globale, in cui gli istinti tribali della gente (una prima forma di civiltà, più progredita della legge della giungla) riemergeranno e travolgeranno ogni ostacolo. I fascisti e gli integralisti hanno un progetto, offrono la speranza di un futuro diverso a chi non se la sente di competere a livello planetario, a chi non è abbastanza forte o avventuroso per accettare tutte le novità, a chi per crescere ha bisogno di tempo, a chi sente la necessità di una comunità in cui trovare la propria identità e qualche forma di protezione, di garanzia, di stabilità, di morale. È un progetto di destra, fondato su miti di superiorità etnica o di eccezionalismo culturale e su sentimenti negativi, di sospetto o paura per la differenza. Ma dov’è un progetto di comunità alternativo, di sinistra?

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

Individui e società

Eguaglianza non è omologazione, che è invece l’obiettivo del consumismo. Eguaglianza è negazione della preminenza dell’individuo sulla società, ideologia che sempre si traduce nella applewaitingline400preminenza di pochi individui su tutti gli altri. Ed è anche, l’eguaglianza, il principio essenziale e irrinunciabile di qualsiasi programma davvero di sinistra. Per cui rassegnarsi al dogma liberista che siamo delle monadi governate dall’interesse personale e solo da quello, comporta una resa incondizionata all’intero sistema del capitalismo globalista, dalla privatizzazione del settore pubblico al culto del denaro e del successo, alla sistematica distruzione dell’ambiente. Significa anche diventare complici del progressivo sdoganamento delle più asociali pulsioni umane, un tempo incluse fra i vizi capitali, ossia la superbia, l’avidità e l’avarizia.
Ancora al mondo ci sono valori che le tengono in scacco: l’etica, la cultura, la solidarietà. Ma sono sotto attacco. Il pensiero unico liberista li sta minando e riempiendo il vuoto da loro lasciato con una rinnovata versione della legge della giungla, secondo la quale a vincere sono i vincenti, che sarebbero coloro che casualmente si ritrovano con caratteristiche o doti vantaggiose in una specifica contingenza; una regressione verso uno stadio di primitivo (e infantile) egocentrismo che già Thomas Hobbes aveva teorizzato (homo hominis lupus) e che dovette essere posticipata a causa della resistenza opposta dal socialismo e dal comunismo.
Quell’originario programma è ora in via di realizzazione. A un prezzo. Serve una quantità enorme di egemonia per far scordare alla gente la sua naturale esigenza di relazioni e di comunità: non basta controllare i media, occorre renderli onnipresenti e farli apparire come l’unica fonte di esperienze significative – esperienze virtuali, manipolabili e falsificabili. Un compito immane, per perseguire il quale serve una quantità enorme di risorse, che i potenti si procurano dissipando quelle naturali e umane. Come a dire che i beni comuni vengono espropriati e sperperati per dissolvere l’idea del bene comune.
Il postulato chiave dell’ideologia liberista è che la frammentazione della società contemporanea decreti il trionfo dell’individualismo, e che questa deriva non sia una scelta o un’opzione bensì una necessità storica, se non biologica. Persino pensatori acuti e fortemente critici come Zygmunt Bauman ci sono cascati: la sua descrizione di una modernità “liquida” è un’implicita accettazione di quel postulato, e non è un caso che Bauman sia ampiamente citato dai media e rispettato dagli opinionisti di destra. Ma cosa c’era di più frammentario del mondo medievale, con l’incastellamento da cui hanno originato le diversissime comunità d’Europa e i loro molteplici costumi e linguaggi? La frammentazione non genera individui: al contrario, istituisce vincoli di appartenenza, che sono forti proprio in quanto locali.
Il declino delle nazioni e la possibilità di aggregare gruppi di interesse anche a distanza, grazie a internet e ai social media, potrebbe in altre parole dare vita a nuove forme di associazione, a nuove modalità di collaborazione e condivisione. Ma solo se, come dicevo all’inizio, non si accetta l’equivalenza tra frammentazione e individualismo. Le migliaia di ragazzi in fila per comprarsi l’iPhone 6 nel momento stesso che arrivava nei negozi sono state spacciate come una conferma della ritirata generazionale nel sé, un ennesimo esempio del riflusso nel privato che per la destra ha sancito, negli anni ottanta, la fine della lunga ondata collettivista. Mentre a me sembra evidente che quei ragazzi in fila siano il sintomo di un disperato, irrisolto, forse inconsapevole bisogno di valori comuni.
Non è solo per procurarsi mano d’opera a buon mercato e indebolire le organizzazioni dei lavoratori che il neocapitalismo induce le migrazioni di massa: direi anzi che il fine principale sia sradicare quei milioni di miserabili dalle loro collettività di provenienza e usarli per creare tensioni nelle collettività di destinazione. Così per i capitali, le fabbriche, gli uffici, i prodotti culturali: la delocalizzazione è il mantra liberista precisamente perché annienta le comunità.
Ogni organismo ha le sue patologie e le società umane includono, da sempre, minoranze di egoisti che si ritengono superiori agli altri e dunque meritevoli di speciali privilegi (è il modo in cui il filosofo Aaron James definisce gli assholes, gli stronzi), anche quando per ottenerli o mantenerli rischino di distruggere l’ambiente naturale e sociale di cui fanno parte. Il loro problema è che si credono dèi. Il nostro problema sono loro: da sempre la lotta per l’emancipazione e l’eguaglianza è una lotta per radere al suolo l’Olimpo ed estinguere i privilegi degli individui sostituendoli con i diritti di tutti.
Ripeto, è questa la battaglia decisiva. I media al servizio delle grandi corporation e i loro intellettuali da salotto o da talk show vogliono convincerci, devono convincerci, che l’individualismo sia il nostro destino. Non è vero: dobbiamo dirlo ma dobbiamo innanzi tutto crederlo. Numerosi test psicologici (un esempio è il gioco dell’ultimatum) dimostrano che la netta maggioranza della gente ha un istintivo senso di giustizia e di equità. La dimensione umana è intrinsecamente sociale e qualche millennio di civiltà ha rafforzato, non attenuato, il desiderio di relazioni e l’inclinazione alla partecipazione. È compito della sinistra, di una versa sinistra, difendere, proclamare e diffondere questa aspirazione all’eguaglianza.

[Ho fatto riferimento ai libri di Thomas Hobbes, Leviatano, Bompiani; Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, e La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli; e Aaron James, Stronzi. Un saggio filosofico, Rizzoli.]

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]