Le metafore di Bersani

“Il partito non è un porto”, ha detto Bersani. Per dire la stessa cosa (non si devono accogliere personaggi squallidi e corrotti) qualche mese fa aveva preferito un’altra metafora, però di segno opposto: “Via dal nostro giardino”. Meglio tardi che mai: se lo oltreilgiardino400fosse ricordato qualche anno fa, avrebbe trovato il modo di buttare fuori a calci dal Pd Renzi e le sue margheritine, con una scusa qualsiasi. (Machiavelli avrebbe suggerito il rimedio più sicuro di farli strangolare a Senigallia ma non è politicamente corretto). Però le figure retoriche bisogna saperle usare. Da quelle di Bersani si deduce che il suo Pd non sia un porto, luogo aperto, inclusivo, bensì un giardino privato, immagino protetto da un muro e da cui occorre, principale preoccupazione, scacciare gli estranei perché non calpestino l’erba o strappino i fiori. Metafore sbagliate, inadatte a un partito di sinistra.
Traspare l’affanno, suo e di tutta una classe dirigente (dirigente si fa per dire), di chi ormai proprio non sa cosa sia o debba essere la sinistra, di chi da tempo ha rinunciato alla tradizione e ideologia del socialismo per inseguire (non mi è chiaro se per ingenuità, incapacità o complicità) i miti del liberismo globalista, e ora si ritrova non solo senza idee ma anche senza linguaggio. Che pena. Gramsci diceva che il partito era il nuovo principe: quella sì che era un’immagine forte, efficace, esaltante, altro che giardini e porti.
Se non gli va di leggere e capire Gramsci, Bersani almeno ascoltasse i discorsi di Bernie Sanders, che è più vecchio di lui ma sa parlare ai giovani, sa entusiasmarli: non con metafore ridicole ma con programmi ambiziosi, coraggiosi, che non accettano il postulato neocapitalista che non ci siano alternative al dominio assoluto delle multinazionali e al culto del successo. O meglio, i discorsi di Sanders dovremmo ascoltarli noi. Per prendere esempio da lui e renderci conto che anche in Italia la sinistra delle chiacchiere e del gossip, effettivamente chiusa nel suo giardino di privilegi e di illusioni autoreferenziali, come Maria Antonietta nel Pétit Trianon a giocare alla pastorella, deve essere liquidata al più presto. Serve una nuova sinistra di lotta, lucida, risoluta, capace d’azione ma anche di pensiero, di un linguaggio che significhi qualcosa.

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La parole necessarie

Il concetto che consentì il predominio culturale del PCI e che di conseguenza gli permise di imporre, benché all’opposizione, straordinarie riforme sociali dagli anni quaranta agli anni gramscipop400ottanta, fu quello gramsciano di nazionale-popolare. Esso fu precipitosamente abbandonato da una classe dirigente di incapaci nel difficile momento della caduta dell’Unione Sovietica e sostituito dai valori del necapitalismo vincente, ossia globalizzazione e individualismo, senza neppure accorgersi che si trattava di una rinuncia alla propria identità, oltre che alla propria tradizione. Purtroppo oggi le uniche parole su cui la sinista sembra concordare sono quelle di tolleranza, di accoglienza, persino di perdono, che di certo rendono migliori chi le faccia proprie (e infatti piacciono alla Chiesa) ma non servono politicamente, né ad attrarre consensi né a creare una comunità di lotta.
Fallita l’Italia drive-in di Berlusconi, si sente bisogno di contenuti: nomi che ostentano superficialità come Forza Italia o Movimento 5 Stelle non funzionano in tempi di crisi profonda. Ma la sinistra sembra non rendersene conto: Human factor è il meglio che sa inventarsi, in ritardo di dieci anni rispetto a quando avrebbe rappresentato, perlomeno, una novità (il talent show X Factor fu lanciato in Gran Bretagna nel 2004). Intanto dell’idea di nazione si sta appropriando Renzi, con la proposta di un Partito della nazione; e di quella di popolo Salvini, con la Lega dei popoli. Chissà magari Berlusconi, per non scomparire, ricomincerà a parlare di socialismo (in fondo Craxi fu un suo amico personale). E la sinistra?
La sinistra deve smetterla di avere paura delle parole, deve smetterla di voler accontentare tutti. I dirigenti che il coraggio non ce l’hanno e manco se lo possono dare, si tolgano dai piedi. Serve un partito che dia fastidio ai buonisti, che spaventi i benpensanti, che irriti i media perché in grado di parlare al popolo direttamente, dunque capace di un vero populismo; allo scopo di ridare al popolo un senso di appartenenza a una comunità, a una nazione.

Gettoni, iPhone e retorica del nulla

Renzi pratica una deliberata strategia di svuotamento del linguaggio: la chiarezza e la logica infatti impongono una certa misura di coerenza anche a chi cercasse di travisare la realtà, touchscreenpublicphone400mentre le chiacchiere senza senso e le allusioni oblique legittimano qualsiasi improprietà e menzogna; peggio, rendono equivalenti il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, i fatti e gli inganni. È per questo che un filosofo americano, Harry Frankfurt, ha affermato che i cazzari sono più pericolosi dei bugiardi.
Porto un esempio recente, dal discorso di Renzi al termine della sua sagra autocelebrativa alla Leopolda. Ecco cosa ha detto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: “È una regola degli anni settanta, siamo nel 2014, è come prendere un iPhone e dire dove metto il gettone?”.
Tralascio l’aspetto più inquietante, cioè l’assunto che una legge possa, anzi, debba, essere revocata solo perché vecchia. Invece di discuterne i meriti o demeriti, ci si limita a rimarcarne l’età: in modo da poter realizzare quella “deregulation” che proprio a partire dagli anni settanta è il programma del liberismo: cancellare le conquiste del passato per tornare all’unica legge originaria, quella della giungla, in cui a vincere sono i più forti, i più furbi, i più ricchi.
Siccome di mestiere mi occupo di letteratura e linguaggio vorrei invece soffermarmi sulla similitudine usata da Renzi. Le figure retoriche non sono combinazioni casuali di vocaboli o immagini: devono avere una logicità, altrimenti sono insensatezze o, peggio, sintomi di approssimazione, impreparazione, arroganza. Io posso dire, visto che lo detesto, che Renzi è un venditore di fumo; ma non potrei dire che Renzi è un venditore di Pepsi Cola. L’immagine di un gettone nell’iPhone è concettualmente assurda: perché gli smartphone sono telefoni personali, mica pubblici; e neppure nei remoti anni settanta i telefoni personali usavano gettoni. Anche allora, in sostanza, se qualcuno avesse preso un apparecchio di casa, con filo o senza fili, e si fosse chiesto dove mettere il gettone, sarebbe sembrato scemo.
Aggiungo che se davvero Renzi si interessasse di tecnologia e non facesse solo finta, forse saprebbe che da qualche mese a New York al posto dei telefoni pubblici a moneta (in America, patria della Apple, i gettoni telefonici furono abbandonati nel 1944) stanno mettendo degli schermi tattili. Lo stesso sta avvenendo a Parigi e, sono sicuro, in altre città. A quei “public smart phone” (così li ha definiti l’Espresso) avrebbe dovuto fare riferimento, non all’iPhone.
Ma che gliene frega a Renzi della proprietà delle metafore o della coerenza del linguaggio? Trasmette solo impressioni, suoni: dice “iPhone” perché il suo pubblico ce l’ha in tasca o desidera di possederlo, un’illusione di cambiamento a portata di mano, facile come mandare un tweet. Intanto, fuori della Leopolda, la loro polizia manganella gli operai che protestano contro le delocalizzazioni e i ricatti del capitale. Di ben altro che di un gadget di plastica c’è bisogno per cambiare il mondo e salvare la nostra civiltà, di ben altro che di qualche confusa similitudine, di ben altro che della presunzione di chi crede di poter creare un futuro migliore sulle macerie di un passato rottamato senza sapere, senza pensare, senza capire.

Il potere delle parole

Perché mai credete che Renzi se ne sia uscito con l’idea di un Partito della Nazione? Perché le sue riforme stanno obiettivamente e intenzionalmente indebolendo lo stato italiano e il poteredelleparoleSQ400trattato con gli Stati Uniti di cui è acceso sostenitore (il TTIP) affosserà ulteriormente l’autonomia del paese. Chiude l’Agnesi? L’Alitalia viene svenduta agli Emirati Arabi? E allora Renzi, mentre fa una politica globalista e anti-nazionale, sfoggia una retorica nazionalista, che i media si premurano di amplificare. A uso e consumo dei tanti che, anche fra coloro che lo votano e sostengono, si sentono ancora italiani prima che liberisti, persino quando non gioca la nazionale di calcio.
Mica come il suo grande sostenitore Sergio Marchionne, cresciuto in Canada e residente in Svizzera per non pagare le tasse: il quale del fatto che la Fiat fosse italiana se ne ricorda solo quando deve chiedere contributi allo stato ma poi sposta la sede legale a Amsterdam e quella fiscale a Londra e le fabbriche in Serbia o ovunque possa sfruttare i lavoratori (quelli che nello stabilimento di Kragujevac fanno le 500 per il mercato americano prendono 306 euro al mese con turni fino a 12 ore). Da qualche mese Marchionne ha anche cambiato nome all’impresa eliminando dall’acronimo quell’inutile connotazione geografica, “italiana”: invece di Fabbrica Italiana Auto Torino (FIAT), Fiat Chrysler Automobiles (FCA), in inglese, un nome più adatto a una corporation quotata a Wall Street.
Cosa fa allora Renzi? Previene l’indignazione nazionalista degli italiani riempiendo i giornali e le televisioni di un nazionalismo virtuale. Perché tanto la gente, finché non viene toccata direttamente da un evento, quell’evento lo giudica solo attraverso la sua descrizione verbale. Soprattutto oggi, in tempi di imperialismo mediatico; con l’ulteriore vantaggio che la contrazione dei discorsi in brevissime frasi e slogan (gli spot, gli sms, i tweet) non richiede elaborazioni teoriche o spiegazioni, basta buttare lì la parola. Come scrisse in una sua poesia il grande Eugenio Montale: “Mi dissi: / Buffalo! – e il nome agì”.
Le parole agiscono, anche da sole. Hanno un’aura di significato, di implicazioni, hanno poteri evocativi e emozionali. Persino Renzi, il superficiale Renzi, lo sa: forse lo ha capito partecipando ai telequiz di Mike Bongiorno, forse registrando l’effetto che facevano su di lui le pubblicità del Maxibon o del formaggio Philadelphia. La sinistra vera, a quanto vedo, non l’ha capito. Altrimenti non avrebbe così paura di utilizzare parole come comunismo o addirittura socialismo, parole pesanti, che agiscono, e che proprio per questo sono state ostracizzate dal neocapitalismo vincente. E al loro posto si accontenta, la sinistra, di eufemismi che non trasmettono nulla. “Sinistra Ecologia Libertà”, che emozioni può provocare? Di sinistra si crede persino Maria Elena Boschi (quella che pensa, testuale, che “essere di sinistra significa anticipare il futuro” e preferisce Fanfani a Berlinguer), l’ecologia la s’insegna persino nelle università americane, e la libertà, per carità, è la scusa di ogni abuso liberista. Oppure “Lista Tsipras”? Mi dissi: Tsipras! – e il nome agì?!?
Il 28 maggio del 1922, nei mesi in cui le violenze squadriste contro operai, sindacalisti e organizzazioni socialiste stavano preparando, con la complicità della stampa borghese, la Marcia su Roma, il ventunenne Piero Gobetti pubblicò sul suo settimanale La rivoluzione liberale una breve nota sull’importanza delle parole. Le parole, scrisse, “sono veramente una mitica forza”. L’unica forza che, in quel momento, potesse opporsi a quella dei manganelli e del denaro: a patto però di restituire a esse un contenuto di “sostanza umana”, di fondarle su un pensiero. Altrimenti la “chiacchiera” del fascismo avrebbe reso impossibile l’analisi e il giudizio, reso tutto equivalente e insignificante: “Di quanto è difficile il pensare ed è facile il parlare, di tanto si è propagato il fascismo”.
La stessa considerazione vale, oggi, per il liberismo renziano. Che pensa molto poco ma parla tanto, e a forza di frasi senza contenuto si propaga. Non possiamo permettergli di monopolizzare e svuotare il linguaggio, di trasformarlo in un rumore di fondo: perché, a differenza della destra capitalista, la sinistra egualitaria non ha altre armi e altre risorse. La sinistra ha bisogno del linguaggio. Di un linguaggio lucido, di immagini rigorose, di metafore efficaci, fondate su un pensiero in cui si riconosca e che la definisca, e non semplicemente di una retorica che la faccia diventare altro da sé in cambio della speranza di vincere le elezioni. La sinistra deve tornare a pronunciare parole forti, parole umane, autentiche, diverse. Parole che non cerchino il facile consenso degli indifferenti e degli ignavi bensì “agiscano”, creino azione e dunque dissenso e contrasti, indispensabili premesse del senso di appartenenza a un popolo, a una società di eguali. Al partito della nazione virtuale di Renzi e ai suoi spot plastificati va contrapposto un partito delle nostre reali comunità e della loro lingua.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

Parole vuote e parole pesanti

Banalmente chic scegliere una radio francese per criticare i radical chic italiani. “I radical chic in Italia hanno deciso che io non sono di sinistra”, ha tuonato Matteo Renzi da Parigi. Chissà a chi si parolepietreSQriferiva: credevo che si fossero estinti da almeno una generazione.
Di radical chic parlò per la prima volta lo scrittore Tom Wolfe, quello del Falò delle vanità, nel 1970, riferendosi a una forma di snobismo e conformismo caratteristica dei decenni della contro-cultura, prima del grande riflusso nell’individualismo e del trionfo economico del neocapitalismo. I primi a venire cooptati dal sistema furono proprio i radical chic, facilmente riciclati come celebrity in cambio di ciò che da sempre desideravano: denaro e attenzione. Questo, già negli anni ottanta. Ma è tipico dei demagoghi attaccare persone o ideologie che ormai non hanno alcun potere o rilevanza: e a posteriori, senza rischiare nulla, attribuirsi il merito della loro rottamazione.
Per continuare a giocare la parte del rottamatore pur essendo un conservatore, Renzi deve far credere che il mondo sia sempre quello della sua gioventù. Ci spiega: “Avevo 14 anni quando mia madre guardava in TV il muro di Berlino che cadeva. E ricordo che mi parlava del suo mito politico, che non era un comunista italiano ma era Bob Kennedy”.
Un inciso: perché mai sua madre, che era ed è sempre stata un’integralista cattolica, fervente antiabortista della prima ora, avrebbe dovuto avere un comunista come mito politico? Ovvio che fosse un Kennedy, cattolico, giovane, un simbolo dell’America libera che contrastava il totalitarismo materialista dell’Unione sovietica (allora il materialismo era un peccato capitale: non come adesso, che è una grande conquista del Mercato). Che poi fossero stati assassinati, sia Bob che JFK, era ancora più vantaggioso: i màrtiri non fanno politica ma possono essere usati per fare la politica che gli si vuole attribuire.
Renzi fa finta che le battaglie da combattere siano sempre quelle: che ci sia ancora un muro di Berlino da abbattere. In modo che la gente non si accorga che le grandi speranze generate da quell’evento sono state tradite, precisamente da conservatori come lui e sua madre, che aspettavano nell’ombra (e davanti alla TV) l’occasione per approfittare dei risultati di lotte portate avanti (nelle piazze) da altri.
Che i radicali non fossero necessariamente di sinistra lo hanno dimostrato, in Italia, le tristi vicende di Marco Pannella e Emma Bonino, per anni fiancheggiatori di Berlusconi. Ovunque in Occidente, la deriva verso politiche radicali di nicchia (quelle che in inglese si chiamano “single-cause issues”) ha oggettivamente indebolito il movimento progressista inducendo la gente a rinunciare alla solidarietà e alla ricerca di faticosi compromessi, alla disciplina di partito e a ideali collettivi, e applicare invece anche nell’impegno sociale i princìpi fondamentali del liberismo, ossia la concorrenza, l’individualismo, il profitto personale. Quanto alle persone chic, il solo fatto di ambire alla distinzione (esplicitata dalle griffe e dagli status symbol), li rende estranei alla sinistra: la cui unica irrinunciabile caratteristica è la priorità assegnata all’eguaglianza, in particolare quella economica.
Però il fatto che i radical chic non fossero di sinistra non significa che lo sia l’antiradicale e poco chic Renzi. Ce lo dice lui stesso (senza accorgersene, come spesso gli capita): “La sinistra deve cambiare se vuole rimanere sinistra”. Se oltre a SMS e tweet leggesse anche qualche libro avrebbe evitato una frase del genere. Perché ricorda da vicino quella, una volta famosa, del Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Che è la consueta strategia dei conservatori, il loro marchio DOC (e DC): prevenire reali riforme facendone di fittizie e inutili, che lascino inalterati gli effettivi rapporti di potere. Renzi è il burattino italiano del grande capitalismo globalista (i Marchionne), che per continuare a espandersi dopo avere dilapidato le immense risorse naturali e umane accumulate in milioni di anni dalla natura e in millenni dalle civiltà, ha ora bisogno di appropriarsi di tutti i residui beni comuni e sociali, inclusi quelli che aveva concesso ai popoli per tenerli buoni e lontani dalla tentazione del comunismo.
Per fermare Renzi e il capitalismo globalista di certo non basterebbero gli ambigui radical chic di un tempo andato per sempre; che peraltro si sarebbero venduti al miglior offerente in cambio di un’apparizione in un talkshow ad alto indice di ascolto. Servono organizzazione, chiarezza, vigilanza, rigore. Anche a livello linguistico. Il liberismo vuole assuefarci a discorsi vuoti, a cambiamenti solo a livello d’immagine, e così convincerci che la conversazione (etimologicamente, “trovarsi insieme”) e la compassione (“patire insieme”) siano inutili, che le comunità e il senso di appartenenza e di collaborazione siano illusioni, che l’empatia e l’impegno siano segni di debolezza e l’unica cosa che conta sia il bisogno di prevalere, di affermarsi, di avere di più degli altri.
Questa guerra la si vince o la si perde a livello di media, di comunicazione, di linguaggio. Contro la deriva nella superficialità le parole della sinistra devono tornare a essere pietre.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left Turn sulla VOCE di New York].

Le parole del carnevale

C’è chi crede che la correttezza politica sia un forma di rispetto, in particolare nei confronti di categorie soggette a discriminazione o comunque considerate inferiori. Non bisogna dunque dire spazzino bensì operatore ecologico, non donna delle pulizie ma collaboratrice urloimbavagliatoSQfamiliare. Visitate il sito web di Nextam Partners, gruppo italiano specializzato in fondi d’investimento, e notate come si autodefinisce: “partnership indipendente di professionisti attivi sia nella gestione di patrimoni che nella consulenza finanziaria rivolta a istituzioni e high net worth individuals”. Così dunque oggi bisogna chiamare i ricchi, anche in italiano: high net worth individuals, ossia individui che possiedono un alto patrimonio netto. La definizione non è stata inventata da Nextam Partners ed è di uso comune nel mondo della finanza a indicare chi abbia una disponibilità liquida di almeno un milione di dollari.
I cambiamenti linguistici non sono mai neutri e i neologismi, così come gli eufemismi, non sono mai innocenti. Sono interventi ideologici e politici. Dire ‘ricco’ implica un giudizio morale: ricco, spiegano i vocabolari, è chi possieda denaro o beni “in misura maggiore di quanto occorra per vivere in un modo normale” (Treccani). Ossia, un ricco è anormale. L’uso di una parola, da parte di una comunità e nel tempo, la carica di significati allusivi, evocativi e affettivi che la rendono ambigua e soprattutto relazionale, connettendola per affinità o contrasto ad altre: nel caso in questione, ‘ricco’ richiama l’idea di opulenza, lusso, ineguaglianza, ingiustizia: si oppone a ‘povero’ ma anche a ‘ordinario’. Che effetto avrebbe fatto, nel sito di Nextam Partners, una presentazione così: “Siamo una partnership indipendente di professionisti attivi nella consulenza finanziaria rivolta ai ricchi”? High net worth individual è invece un termine meramente denotativo, tecnico, come quello che definisce, mettiamo, l’elemento chimico con numero atomico 55, ossia il cesio. Cesio e high net worth individual non lasciano margini per le sfumature soggettive e dunque per una valutazione etica. Infatti sono spesso citati attraverso i loro simboli, Cs e HNVI. A qualificare il primo è solo la sua posizione nella tavola periodica di Mendeleev: dopo l’elemento numero atomico 54, lo xeno, e prima di quello con numero atomico 56, il bario. Così l’HNWI, che viene prima del very-HNWI (più di cinque milioni di dollari di liquidità) e dell’ultra-HNWI (più di dieci milioni) ma dopo i sub-HNWI, ossia i poveracci che hanno sì qualche centinaio di migliaia di dollari però non arrivano al milione.
Come ogni ideologia e sistema di dominio, il pensiero unico liberista ha il suo linguaggio: è un linguaggio arido, con la stessa univocità di quello scientifico ma senza il suo rigore. Contribuisce all’edificazione di una società priva di tonalità, plastificata, omologata dai consumi di massa e dai media. Una società di impianti sportivi in cui è vietato appendere striscioni o cantare cori che urtino la sensibilità dei benpensanti, di centri commerciali in cui si può entrare solo se vestiti in modo appropriato, di scuole e università che educano al conformismo. La correttezza politica, anche quando sembra proteggere i deboli, è uno strumento di controllo e di oppressione: il suo scopo è imporre un’ortodossia e prevenire la diffusione di visioni alternative della società, che possano far prendere coscienza alla gente degli inganni e degli abusi della nuova plutocrazia.
Ne consegue che la resistenza contro l’egemonia del neocapitalismo non può essere, almeno ai suoi inizi (e siamo agli inizi), che culturale. Alla desemantizzazione del linguaggio, all’appiattimento dell’espressività, occorre contrapporre la creatività, la provocazione, e anche le tradizioni, quelle colte e quelle davvero popolari – qualunque cosa non sia stata programmata dai poteri forti dell’economia e dell’informazione. Occorre recuperare autenticità, originalità, comunità, anche volgarità (che, non dimentichiamolo, deriva etimologicamente da volgo, che è il popolo, la massa, la gente comune).
In questa prospettiva gli HNWI (very e ultra inclusi) vanno riconosciuti e stigmatizzati non solo come ricchi ma anche come nemici del bene comune, ossia stronzi, spesso privi di qualità: presuntuosi che si arricchiscono senza lavorare, lasciando che il loro denaro si moltiplichi grazie alla fatica, alle sofferenze e alle privazioni di miliardi di persone, delle quali si sentono superiori. E che sono abbastanza coglione da non ribellarsi.
Stronzi, coglioni: sono parole che vanno dette, conflitti che vanno alimentati. Solo il carnevale (nel suo senso più esteso, di pratica di trasgressione), intuì uno dei maggiori pensatori del novecento, Michail Bachtin, consente una liberazione dalla verità stabilita, dal regime esistente, dai rapporti gerarchici. Una liberazione temporanea, certo: nessuna civiltà sopravviverebbe a un carnevale perpetuo e neppure a un abuso di volgarità. Ma il carnevale e la volgarità, come la libertà e come l’arte, non vanno esercitate sempre e continuamente: sono però indispensabili per non farsi imprigionare dalle consuetudini e dalla paura. Il solo fatto che siano possibili erode l’egemonia del potere, la sua autorità. La loro funzione è farci capire che anche gli assoluti sono contingenti, che la realtà può essere modificata, che il linguaggio imposto da chi ci domina è sempre una menzogna.

[Con il titolo “Gli straricchi chiamiamoli con il loro nome: stronzi!”, questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left Turn sulla VOCE di New York].