Il tempo degli sciacalli

Nella trama del Gattopardo il memorabile colloquio fra il Principe di Salina e il cavalier Chevalley, inviato dal governo savoiardo per convincerlo a diventare senatore del nuovo gattopardochevallay400Stato italiano, avviene nel novembre del 1860. Don Fabrizio rifiuta ma mentre saluta Chevalley lo assale la depressione: “Tutto questo” pensava “non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli…; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”.
Una pagina straordinaria e una premonizione cronologicamente accurata. Dal 1860 sono passati poco più di 150 anni, che secondo il Principe e Tomasi da Lampedusa è la durata media di un “sempre” umano. Di Gattopardi non ce ne sono più: in cambio sono saldamente al potere gli sciacalletti e le iene.

Il provinciale assoluto

Uno dei problemi dell’Italia è che il suo primo ministro e padrone non è un semplice provinciale: è quello che definirei un “provinciale assoluto”. Un provinciale si accontenta del renzistanford400suo piccolo mondo: è consapevole che si tratta di una frazione del vasto mondo che lo circonda e che le sue conoscenze sono ristrette; ma non gli importa: quello che ha gli basta e lo rende felice e non lo disturba il fatto che altri abbiano a loro volta i loro mondi e diverse conoscenze. Un provinciale assoluto è invece convinto che il suo piccolo mondo e le conoscenze che lì ha appreso siano universali e necessarie: pensa di trovarsi al centro del tutto e di possedere la chiave per comprendere ogni cosa; e cerca, scrisse Ezra Pound in un saggio del 1917, di “costringere gli altri alla sua uniformità”, al suo conformismo.
Di conseguenza ciò che il provinciale assoluto non sa non ha alcuna importanza; oppure ancora non esiste e diventa reale solo nel momento in cui lui se ne accorge. Come dunque per l’Europa dell’espansione coloniale Colombo aveva praticamente “creato” un nuovo continente, così ogni viaggio in America consente a Renzi di riportare in patria qualche nuova sensazionale scoperta, da comunicare al popolo ignaro e riconoscente come se si trattasse di una sua conquista personale. Poco importa che non parli l’inglese e che dunque riceva solo informazioni di seconda mano, e che di ciò che lo colpisce non conosca (e non gli importi) il contesto sociale, storico e culturale: se gli dicono che Harvard è la prima università del mondo non si domanda con quali criteri e scopi siano stilate quelle classifiche o quali siano le condizioni e implicazioni di una simile eccellenza (per esempio che Harvard sia una corporation con un capitale di più di 36 miliardi di dollari che ammette lo 0,04% degli studenti che ogni anno vanno al college) o tanto meno quale sia il livello delle altre 4139 università americane: no, lui torna tutto contento in patria e proclama che l’università italiana, la più antica del mondo, deve diventare come quella americana, convinto che se lo diventasse non sarebbe una scopiazzatura fuori contesto e fuori tempo (l’America sta cominciando a guardare all’Europa per rimediare ai disastrosi scompensi del suo sistema educativo) ma una sua grande innovazione.
Un po’ come se gli riuscisse di aprire uno Starbucks in Piazza della Signoria a Firenze; o ancor meglio in Piazza della Repubblica a Rignano sull’Arno.

La maledetta domenica di Renzi

“Mi sento un po’ come Al Pacino in Ogni maledetta domenica”, ha spiegato Renzi. Ha ragione, ma non nel senso che crede lui. Perché del film di Oliver Stone, tipicamente, non ha capito anygivensunday400niente e l’unica cosa che vi ha colto (ammesso che l’abbia visto: dura due ore, secondo me ha guardato solo qualche clip su YouTube) è del tutto marginale, ossia il discorso con cui Tony D’Amato, l’allenatore della squadra di football dei Miami Sharks, cerca di caricare i suoi giocatori prima della partita decisiva.
Stone stava in realtà denunciando la vuotezza di quella retorica e in generale di quel mondo, i cui principi etici (in questo caso, sportivi) e legami di lealtà erano ormai sul punto (la pellicola è del 1999) di essere completamente soppiantati dalla nuova ideologia economica, il neoliberismo, e dal suo culto del denaro, del successo, delle celebrity. Renzi proprio non s’è accorto che questo era un “morality play”, come lo definì il recensore del New York Times. Un dramma allegorico in cui i giocatori venivano esplicitamente paragonati a gladiatori romani (con l’inserimento di spezzoni da Ben Hur e un cammeo di Charlton Heston) e dello sport come spettacolo di massa erano denunciati l’avidità, la volontà di potenza e i miti maschilisti di potenza fisica e sessuale.
Se ne fosse reso conto, Renzi avrebbe fatto meglio a non proporre quell’accostamento con Al Pacino. Innanzi tutto perché il personaggio da lui interpretato, il vecchio allenatore D’Amato, rappresentava il passato che i giovani rampanti (il quarterback Willie Beaman, astro nascente amato dai media, o l’ambiziosa proprietaria dei Miami Sharks, interpretata da Cameron Diaz) intendevano scalzare. Ma soprattutto perché alla fine, con mossa a sorpresa, D’Amato abbandonava la squadra per andare a guidare un’altra società, portando per di più con sé quello che fino ad allora era stato il suo antagonista, Beaman, la giovane promessa, lasciando presagire futuri successi ottenuti adattandosi al nuovo clima sportivo ed economico.
Quale migliore rappresentazione del trasformismo e opportunismo di Renzi, dimostrato dal ribaltamento dell’opposizione a Berlusconi in una salda alleanza se non amicizia? O della subdola scalata al Pd e il successivo tradimento operato nei confronti dei suoi militanti? O della vuotezza dei suoi discorsi, che al pari di quello di D’Amato prima della partita decisiva, hanno solo lo scopo di convincere, non di vincolare, e possono essere dimenticati o rinnegati subito dopo?
In questo senso Renzi è davvero l’Al Pacino di Ogni maledetta domenica: uno che vuole al tempo stesso essere ammirato per i valori tradizionali di cui si dice portatore e che però l’unica cosa a cui realmente ambisce è il successo e per ottenerlo non ha alcuno scrupolo a rinnegare quei valori. Un vero liberista. Ma dubito che il presidente del Consiglio in carica intendesse rivelare così candidamente la sua autentica personalità. Più probabile che il suo egocentrismo, ancora una volta, gli abbia impedito di dare a un’esperienza che non lo riguardava, come il film di Stone, un’attenzione non superficiale.
Addirittura più imbarazzante è che l’inopportunità del paragone non sia stata notata da nessuno dei tanti giornalisti che quotidianamente ci riferiscono e fanno l’esegesi di ogni parola di Renzi, come di un testo sacro. Spero si sia trattato di servilismo; la spiegazione alternativa è ancora più deprimente, e cioè che siano altrettanto superficiali del loro padrone.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

Rottamatori di passato

Matteo Renzi, copiando i neoliberisti americani, gioca la carta generazionale principalmente per uno scopo: staccare dai giovani i ricordi degli adulti e degli anziani, la memoria di tempi diversi. rottamazione400L’appiattimento sul presente gli è necessario per sostituire anche in Italia il culto del successo all’etica: in modo che chi vince sia automaticamente giustificato, a prescindere dal valore dei risultati e dalla correttezza delle procedure.
Per resistere a questa ideologia dell’amoralità bisogna continuare a raccontare il passato, a difendere le vittorie che abbiamo ottenuto o di cui a nostra volta abbiamo sentito parlare: come un processo unico, che subisce pause e sconfitte ma non si interrompe. Perché se furono possibili un tempo sono possibili ancora. Accettare la scomparsa del comunismo è stato in questo senso uno sbaglio gigantesco: e se ne vedono le conseguenze, con una sinistra priva di continuità, di riferimenti, di identità, disposta a seguire il primo pifferaio che promette il potere.
Le vere innovazioni e il vero progresso non hanno paura di confrontarsi con le tradizioni, con la cultura: perché le tradizioni e la cultura non sono immobili, come le vorrebbero gli integralisti; sono anzi strumenti di evoluzione, di adattamento. Chi invece parla di rottamare qualcosa, che si tratti di automobili o di idee o di persone, sta solo facendo del lobbismo: non essendo cioè capace di proporre qualcosa di migliore, che si imponga per suoi meriti intriseci, vuole che sia artificiosamente creato un vuoto in cui insinuarsi.

Autobiografia della nazione

Copio sotto alcune frasi di Piero Gobetti, scritte subito dopo la marcia su Roma a spiegare le condizioni psicologiche e culturali che avevano reso possibile (al di là degli errori politici del rivoluzioneliberale400governo e delle divisioni fra gli altri partiti) l’imprevedibile e sostanzialmente assurda ascesa del fascismo: inerzia, rassegnazione, infantilismo, bisogno di ottimismo anche se velleitario o bugiardo. Ho solo sostituito il nome di Renzi a quello di Mussolini e il termine renzismo a fascismo. Mi pare che le parole di Gobetti non abbiano perso di attualità, un secolo dopo.

“Il renzismo vuol guarire gli italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l’appello nominale dei cittadini, tutti abbiano dichiarato di credere alla patria, come se nel professare delle convinzioni si limitasse tutta la praxis sociale.
Il renzismo è un espediente attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie bambinesche misure.
Noi vediamo diffondersi con preoccupazione una paura dell’imprevisto che seguiteremo a indicare come provinciale per prevenire gravi allarmi. Ma di certi difetti sostanziali anche in un popolo nipote di Machiavelli non sapremmo capacitarci, se venisse l’ora dei conti. Il renzismo in Italia è una catastrofe, è un’indicazione di infanzia decisiva, perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’ottimismo, dell’entusiasmo. Si può ragionare del governo Renzi come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il renzismo è qualcosa di più; è l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco.
Renzi non è nulla di nuovo: ma con Renzi ci si offre la prova sperimentale dell’unanimità, ci si attesta l’inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie. La palingenesi renzista ci ha attestato inesorabilmente l’impudenza della nostra impotenza”.
(“Elogio della ghigliottina”, La Rivoluzione liberale, I, n. 34, 23 novembre 1922).

Politica ladylike

Ho visto che una certa Alessandra Moretti, che fino a cinque minuti fa non avevo mai sentito nominare e della cui esistenza mi scorderò in un paio d’ore, ha spiegato in una videointervista al Corriere della sera quali virtù le donne, in particolare quelle in politica, debbano avere. A morettiladylike400questo proposito, oltre a fare contro Rosy Bindi una battuta che sarebbe piaciuta a Berlusconi, ha usato l’aggettivo “ladylike”: il che dimostra che consulta i cataloghi di biancheria intima femminile, non che abbia sensibilità per l’inglese e le implicazioni della parola. Ne fece uso un paio di anni fa il candidato repubblicano Todd Akin a proposito di Claire McCaskill, sua avversaria democratica per la posizione di senatore del Missouri: e insieme a un commento sullo “stupro legittimo” lo portò a una clamorosa sconfitta. Le donne degli anni cinquanta dovevano essere “ladylike”, ossia consapevoli del ruolo che la società assegnava loro: sexy e belle ma anche discrete e senza eccessive ambizioni intellettuali. Il liberismo sta provando a sdoganare anche questo termine, essenzialmente a fini consumistici: e c’è infatti una ex miss di un concorso di bellezza americano che si è inventata una “ladylike revolution” per nobilitare l’ossessione delle ricche newyorkesi per i vestiti firmati e il lusso. Ma per la gente normale, le donne soprattutto, resta una parola denigratoria. A meno che non ce ne si appropri ribaltandone il significato come recentemente ha fatto proprio McCaskill (ne parla il New York Times), per la quale l’aggettivo trasmette questo messaggio: “Parla chiaro, sii forte, prenditi la responsabilità, cambia il mondo”: un approccio antitetico rispetto a quello proposto da Moretti.
C’è un altro punto. Ho ascoltato tutta l’intervista a Moretti: dice che va dall’estetista, che corre per tenersi in forma, che si trucca, si fa le mèche. E allora? Mi aspettavo che ci informasse anche del fatto che la mattina si fa la doccia e dopo pranzo si beve un caffè. Ecco, quando uno non capisce che c’è una sostanziale differenza fra il fare qualcosa e il raccontarlo agli altri per avere la loro approvazione, quando cioè ha bisogno del consenso altrui (dei loro “like”, suppongo direbbe Moretti) per fare o giustificare quello che dovrebbe fare solo perché gli va di farlo (e che la maggior parte della gente fa normalmente, senza neppure notarlo e senza vantarsene), la persona in questione è un narcisista o un imbecille e non ha alcun senso starla ad ascoltare. O tanto meno votarla.

[Sull’argomento segnalo i post di Barbara Giorgi, “Lo stile ladylike, ceretta compresa“, e di Patrizia Perrone, “La Moretti, l’estetista e gli spaghetti al pomodoro“]

Analisi testuale di un colpo di stato

I quotidiani hanno obbedientemente riportato per intero e generalmente senza commenti il “comunicato congiunto” rilasciato da Renzi e Berlusconi dopo il loro incontro. Alcuni giornalisti l’hanno renziducetto400usato per fare un po’ di gossip e di culto della personalità (cose in cui i media si stanno specializzando) cercando di dedurre dal tono e linguaggio del breve testo gli umori dei due padroni della politica italiana. Quello che a me invece il loro tono e linguaggio rivela è un colpo di stato in preparazione. Che come sempre comincia a livello di parole: perché se passano inosservate, se non provocano alcuna reazione, se vengono accettate come ovvie o necessarie, è un segno che le condizioni sociali e politiche esistono per effettuare il colpo di mano e sovvertire l’ordinamento dello stato. Credo che Renzi e Berlusconi si stiano persuadendo che la contingenza sia appunto a loro favorevole e che un ritardo potrebbe modificarla.

Particolarmente rilevante è il primo paragrafo del comunicato, in cui vengono poste le basi teoriche e programmatiche della successiva risoluzione. Eccolo: “L’Italia ha bisogno di un sistema istituzionale che garantisca governabilità, un vincitore certo la sera delle elezioni, il superamento del bicameralismo perfetto, e il rispetto tra forze politiche che si confrontino in modo civile, senza odio di parte”.
È una frase sciatta, scritta male, in cui si cerca contemporaneamente di parlare in modo autorevole (“sistema istituzionale”, “bicameralismo perfetto”) e colloquiale (“un vincitore”, “la sera delle elezioni”), come solitamente fa chi tiene in poca considerazione sia le istituzioni che la gente e dunque non reputa necessario assumere uno stile rigoroso e coerente. La segretezza in cui l’incontro si è svolto e il fatto che sia stato privato e personale (una gravissima irregolarità tollerata da media e intellettuali) ha evidentemente nuociuto alla qualità del comunicato: né Renzi né Berlusconi sanno scrivere o parlare bene, nessuno dei due ha cultura, sofisticatezza, vera intelligenza; e i loro più stretti collaboratori sono dei lacchè che mai oserebbero contraddire il padrone, ammesso che fossero in grado di farlo.

Analizziamo dunque da vicino la frase di apertura del comunicato congiunto:
L’Italia ha bisogno”. In democrazia, quello di cui ha bisogno l’Italia lo deve decidere l’Italia. Votando in elezioni tenute secondo le regole sancite dalla Costituzione. Come si sa, invece, le elezioni del 2013 sono state condotte con i criteri stabiliti dalla Legge Calderoli (il Porcellum) che assegnava un premio di maggioranza e toglieva ai cittadini la possibilità di esprimere preferenze: tutte e due norme che sono state giudicate incostituzionali dalla Consulta. Da un punto di vista costituzionale è un abuso che un parlamento delegittimato invece di sciogliersi e restituire al popolo la decisione crei esso stesso una nuova legge elettorale (l’Italicum 2) e per di più la modelli in modo da accontentare proprio coloro che delle norme incostituzionali hanno maggiormente beneficiato. Forse ancor più osceno è il fatto che la maggioranza necessaria per perpetrare questo abuso venga artificiosamente costituita aggregando le due forze che nelle scorse elezioni erano contrapposte, ignorando il fatto che i cittadini che in quell’occasione votarono per Bersani (e non per Renzi, altra anomalia) chiaramente intendevano escludere Berlusconi dal potere e viceversa, non avallare quello che un tempo si sarebbe chiamato inciucio (ma i media non usano più la parola, di fatto legittimando la pratica).
Un sistema istituzionale che garantisca governabilità”. Governabilità è uno di concetti inventati dal liberismo selvaggio per eliminare la possibilità di controlli etici o giuridici dell’operato dei potenti. Ma l’incompetenza e arroganza di Renzi e Berlusconi li ha portati a esprimere in modo fin troppo trasparente e brutale quell’arbitrio. La divisione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) che per secoli è stata a fondamento dello stato di diritto è liquidata distrattamente, in poche parole. Secondo il primo ministro in carica l’intero sistema istituzionale ha lo scopo di assicurare la preminenza dell’esecutivo invece di vigilare contro le sue eventuali prevaricazioni. Parlamento e magistratura diventano secondari, meri strumenti della governabilità, ossia dell’autorità del governo. Guarda caso, il suo.
Un vincitore certo”. Ecco l’ossessione liberista per la vittoria. Il mondo si divide in “winners” e in “losers”, chi vince e chi perde, chi ha successo e chi non ce l’ha. E chi vince deve avere tutto, chi perde nulla, a prescindere dalle circostanze. Le virtù e i diritti non contano nulla: se chi vince non aveva qualità, poco importa; la vittoria trasforma i suoi limiti o i suoi crimini in meriti. Interessante anche l’aggettivo: “certo”. Non basta che sia un vincitore: bisogna che sia certo, certificato, indiscusso. Renzi, da buon democristiano, ha paura dell’incertezza e proprio non capisce la straordinaria forza innovativa e creativa che viene dal dubbio e dal dissenso. Lui vuole dogmi, assolute certezze. Lo avete sentito parlare o discutere? Mai un’apertura, un’indecisione, un ripensamento, il sospetto di potersi sbagliare. Si sbaglia e contraddice continuamente ma ogni sua affermazione è assoluta.
La sera delle elezioni“. Ansia che non dovrebbe riguardare la politica e tanto meno lo stato o il popolo italiano ma solo i canali di news. Renzi e Berlusconi danno voce al desiderio dei network dell’informazione di proporre sempre “breaking news” da consumare istantaneamente, e poco importa che siano frettolose e inaccurate; è un’esigenza di audience, si sa che se ci si inoltra troppo in là nella notte la gente se ne va a dormire e se trascorre un’intera giornata senza risultati comincia a occuparsi d’altro.
Il superamento del bicameralismo perfetto”. Questa frase l’ha di sicuro scritta Renzi: è tipicamente sua l’ipocrisia di far finta che ciò che lui sta spietatamente distruggendo sia invece la base di uno sviluppo, di un perenne progresso verso il futuro (il suo). Si noti inoltre il fatto che invece di dire, positivamente, quale sistema parlamentare si vuole adottare, e doverne dunque spiegare i meriti, il comunicato si limita a dire cosa vuole rottamare, immagino sul presupposto renziano che ogni cosa più vecchia dell’iPhone sia superata.
Forze politiche che si confrontino in modo civile”. Da sempre la definizione di cosa sia civile è argomento di aspri disaccordi e da sempre l’imposizione di una specifica idea di civiltà è la caratteristica dei regimi totalitari e integralisti. Quale sarebbe il “modo civile” di confrontarsi? Per i conservatori è la deferenza nei confronti dei potenti e l’osservanza dei loro decreti, comunque emanati. Secondo me invece un comportamento civile è pagare le tasse, non guadagnare troppo più degli altri, avere cura dell’ambiente, non dire menzogne e neppure cazzate, accettare e apprezzare la diversità di opinioni, praticare la solidarietà sociale, rispettare la Costituzione. A livello politico, comunque, il solo fatto di ipotizzare la necessità di buone maniere è una mossa autoritaria. Se Renzi o Berlusconi leggessero qualche libro invece di guardare solo il loro tablet o la tv, gli consiglierei il Saggio sulla libertà di Mill, in cui il grande filosofo difese la libertà di espressione e di associazione (non solo quella di coscienza e di pensiero), anche quando offendessero la sensibilità altrui. Ma cosa pensa davvero Renzi lo si deduce dal suo stretto rapporto di amicizia con il finanziere Davide Serra, quello che vorrebbe drasticamente limitare il diritto di sciopero e manifestazione.

Lo scopo finale dell’accordo fra Renzi e Berlusconi è esplicitato nel penultimo paragrafo: “Questa legislatura che dovrà proseguire fino alla scadenza naturale del 2018 costituisce una grande opportunità per modernizzare l’Italia”. Tralascio il fatto che la durata delle legislature non dipende dalla volontà dei padroni dei partiti ma da quella del Parlamento e del popolo italiano. L’obbrobrio è quanto segue. Una “grande opportunità”? Che significa? Renzi e Berlusconi parlano dello stato come se fosse un’impresa privata con fini di lucro, che cerca dunque di avvantaggiarsi in qualunque modo e in qualunque occasione offerta dal mercato. Lo stato non approfitta di opportunità: lo stato realizza il bene dei cittadini sulla base di programmi e del mandato ricevuto alle elezioni. Soprattutto, lo stato non decide le sue politiche sulla base di presunte e non meglio definite contingenze. Il comunicato allinea frasi vuote, che sia Berlusconi che Renzi si sono abituati a pronunciare in talk show di network compiacenti, senza mai dover rendere conto di ciò che affermavano. Ma sono frasi che rivelano le loro intenzioni. “Modernizzare l’Italia”: in che senso? Nel senso di renderla simile o uguale al paese moderno per antonomasia, gli Stati Uniti? Nel senso di traghettarla nel liberismo solo perché i media, tutti posseduti dalle grandi corporation e a esse deferenti, lo descrivono come una condizione attuale e necessaria? Serve ben altro che un proposito vago e male espresso per giustificare uno stravolgimento della Costituzione e delle tradizioni sociali di un paese.

Il paragrafo finale condensa e ribadisce le mostruosità contenute nel resto del comunicato: “Anche sui fronti opposti, maggioranza e opposizioni potranno lavorare insieme nell’interesse del Paese e nel rispetto condiviso di tutte le Istituzioni”. Maggioranza e opposizioni, in democrazia, non lavorano “insieme”: si contrappongono, in modo da offrire ai cittadini una scelta. Quel “lavorare insieme” che Renzi e Berlusconi auspicano congiuntamente, prelude alla lottizzazione. Ci sono pochissimi casi di consociativismo virtuoso nel mondo, e tutti in comunità profondamente divise da antichi conflitti etnici o religiosi. Inoltre il consociativismo virtuoso garantisce rappresentanza a tutti i gruppi, non solo a quelli che condividono le scelte del governo. Per non dire che il consociativismo deve essere scelto dal popolo, non imposto.
Quanto all’“interesse del Paese”, sta al Paese decidere quale sia, non a una coppia di prepotenti, uno dei quali condannato per evasione fiscale e l’altro mai eletto a un pubblico ufficio se non al secondo turno a sindaco di una città di trecentomila abitanti. Infine l’ipocrisia conclusiva: il rispetto delle istituzioni (ma loro scrivono la parola con la maiuscola). Preteso da chi, senza rispettare la sentenza della Corte Costituzionale che invalidava le elezioni e dunque la loro stessa posizione, si appresta a modificare a proprio piacimento la Costituzione. Se questo non è un colpo di stato spiegatemi come dovrei chiamarlo.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]