I falsi profeti

Credo che il primo problema epistemologico che mi sono posto (ero ragazzo e non avevo idea di cosa fosse un problema epistemologico) sia stato quello di come smascherare i falsi anricristosignorelli400profeti che secondo il Vangelo di Matteo precederanno l’apocalisse. Come accorgermi, in altre parole, che una promessa di verità e di salvezza è in realtà una menzogna. Non con l’evidenza: anche i falsi messia, spiegò Gesù, “faranno segni e prodigi” in grado di persuadere persino gli eletti. Anche loro diranno: “Sono io il Cristo”, e inganneranno molti. All’anticristo dipinto nel Duomo di Orvieto, Luca Signorelli diede le fattezze del Salvatore.
La mia soluzione fu perciò opposta: il dubbio. Dubitare a oltranza, resistendo alle lusinghe di Satana, maestro di inganni. Perché alla fine la verità sarebbe emersa come residuo, come ciò che mi sarebbe stato impossibile negare, neanche volendolo e neanche persistendo nel rifiuto delle apparenze.
Una concezione ingenua che mi è tornata in mente riflettendo sul grado di manipolazione e disinformazione praticato dai media: con pochissime eccezioni sono ormai una macchina di pubblicità, propaganda e nel caso migliore finzione; una macchina davvero diabolica, nel senso etimologico di “mettere di traverso”, ”calunniare”. Come contrastarli? Sono un apparato immenso, potentissimo, ricchissimo: anche se in un caso o due si riuscisse a confutare una loro affermazione, a dimostrare un’imprecisione o una falsificazione, la denuncia verrebbe boicottata o comunque si perderebbe nell’oceano di informazioni fornite ogni giorno, ogni ora. Servirebbero organi pubblici di vigilanza; soprattutto servirebbero leggi che impedissero la concentrazione delle testate: ogni giornale, ogni canale televisivo, dovrebbe essere interamente autonomo e avere una diffusione locale; oppure essere di proprietà dello stato, della comunità.
Impossibile persino pensarlo, nell’età del liberismo e dell’individualismo. Non resta che la sfiducia: non credere a nulla di quello che i media dicono. Tanto, se hanno interesse a mentire e a contraddirsi, mentono e si contraddicono senza ritegno; se non ce l’hanno, comunque selezionano solo alcune notizie, e nel farlo antepongono il proprio tornaconto e la propria ideologia alla realtà. Il gossip non è nelle cose: è creato dai media. Così le paure, le emozioni, le celebrity: tutto a telecomando.
Qualche settimana fa Ebola stava per annientare l’Occidente, una nuova peste nera: sui giornali e telegiornali non si parlava d’altro e la gente, o almeno gli psicolabili che ne costituiscono una parte, reagiva di conseguenza. Ci sono state donne cacciate dagli autobus perché erano o sembravano africane: da italiani che si credono per bene ma in cui il pregiudizio si mescolava al terrore in una miscela che ricordava da vicino quella descritta da Manzoni nella Storia della colonna infame – un testo che non si fa leggere più a scuola per evitare che, come i classici in generale, possa aprire le menti dei giovani e rischi di allontanarli dal conformismo e consumismo a cui li preparano i nuovi media del neocapitalismo.
Nessuno più ne parla, di Ebola: ovviamente continua a esserci, come c’era prima, nei decenni in cui la si era lasciata indisturbata perché fuori dell’occhio di CNN. È semplicemente tornata a essere un virus letale, che uccide chi lo contrae, soprattutto se non ha i mezzi per curarsi; però ha smesso di essere uno show, un reality dell’orrore utile per distrarre gli occidentali dalla sottile ma più concreta angoscia di un futuro senza bellezza e senza solidarietà, un futuro dominato dell’avidità di pochi miliardari e delle loro corporation. Ecco, credo che tre o quattro settimane, diciamo un mese, siano un filtro sufficiente: nel senso che quando sono trascorse, gli eventi smettono di essere spettacolo e cominciano a essere analizzati con qualche oggettività, per stanchezza, disattenzione o disinteresse dei grandi manipolatori e dei loro padroni.
Il problema è che dopo un mese è spesso impossibile trovare traccia degli eventi stessi, anche di quelli che al momento della loro apparizione fra le breaking news fossero stati annunciati come catastrofici o epocali. E io invece voglio sapere quello che la gente crede che stia accadendo. Per cui leggo i quotidiani, ascolto i telegiornali, frequento il web. Ma non presto alcuna fede a quello che dicono. Se sono informazioni vere, dureranno nel tempo ed emergeranno anche nella realtà della mia vita, nell’autenticità delle mie relazioni, nei racconti degli amici. Altrimenti resteranno astrazioni: forse vere, forse false. Non ha davvero importanza: perché se davvero sono importanti non riuscirò a evitarne l’impatto. Finché posso, dubito: e con il dubbio resisto ai falsi profeti, maestri d’inganno, nemici del bene.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

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Fiction e reality

Il primo volume dell’enciclopedia del romanzo diretta da Franco Moretti (fictionbookprofessore a Stanford e fratello di Nanni) e pubblicata una decina d’anni fa da Einaudi, include un intervento di Catherine Gallagher sul concetto di fiction. Gallagher insegna anche lei in California, a Berkeley, e ha scritto numerosi libri sulla letteratura inglese del sette e ottocento: ma questo suo saggio lo cito quasi in ogni corso, costringendo gli studenti a studiarlo. Sostanzialmente per un’idea: che i progressi legati alla modernità, inclusa la rivoluzione scientifica, la tolleranza religiosa e il matrimonio per amore, richiedessero il tipo di “provvisorietà cognitiva” (nel caso del matrimonio, “congettura affettiva”) che si impara e sperimenta leggendo romanzi. La fiction non è falsità: è supposizione, esplorazione di possibilità. I suoi effetti furono rilevanti anche in campo economico: sviluppando la capacità di sospendere le pretese di verità letterale, agevolò l’accettazione nella cartamoneta.
Il saggio mi è tornato in mente leggendo un recentissimo discorso di Enrico Letta. Questo brano, in particolare: “Per far ripartire l’economia e i consumi l’elemento di fiducia è fondamentale. Ci sono segnali macroeconomici che non si vedono né si toccano, ma i dati ci dicono che la ripresa nel 2014 è a portata di mano”. Da buon democristiano, Letta ci chiede, più che fiducia, fede: beati quelli che crederanno senza avere visto e senza avere toccato. Ma c’è di più. In modo intenzionalmente fumoso suggerisce che non stia alla classe dirigente, benché oscenamente compensata proprio per dirigere e assumersi responsabilità (si pensi ai manager privati alla Marchionne: cinquanta milioni all’anno; o a quelli pubblici, i più pagati d’Europa), risolvere i problemi da essa stessa causati per incompetenza, negligenza o avidità; e se non è in grado, farsi da parte. Sta alla gente normale risolverli: chiudendo gli occhi all’evidenza e compiendo una sospensione dell’incredulità simile a quella che le consente (diceva Coleridge) di godere di un’opera di fantasia malgrado le sue incongruenze.
L’Italia salvata o condannata dalla letteratura, dunque? Non penso. Se gli italiani non si accorgono che quella di Letta, così come peraltro quella di Renzi, di Grillo, di Alfano, di Berlusconi, non è fiction bensì frode, non dipende affatto da una propensione, indotta dal romanzo, ad accettare la simulazione mimetica, ossia a ragionare su ipotesi non necessariamente vere ma plausibili. Da qualche decennio il sistema del capitalismo globalista si è accorto di poter fare a meno della flessibilità mentale della gente (ciò che a livello politico chiamiamo democrazia) e dunque della fiction. Gli servirono per sconfiggere ideologie più coerenti e rigide, come quella dell’antico regime e poi quella del socialismo reale. Privo di avversari, il liberismo può ora dedicarsi alla costruzione di un’egemonia culturale assoluta, pervasiva e totalitaria come mai nella storia umana. Il romanzo non è e non potrà essere il genere del pensiero unico: se questo vincerà non ci sarà più bisogno di romanzi.
Fiction è accettazione della verosimiglianza come forma di verità (sia pure provvisoria) anziché di menzogna. Al suo posto la plutocrazia che controlla la finanza mondiale vuole un genere che faccia accettare la menzogna come forma di verosimiglianza e dunque di verità. Il reality show. Il passaggio dal romanzo al reality fa parte di una più ampia trasformazione epistemologica da una concezione in cui l’immaginazione serve a decifrare la realtà a una in cui immaginazione e realtà sono la stessa cosa.
L’unico strumento che abbiamo per fermare questa deriva è la critica – che come del resto ‘crisi’ ha la sua radice etimologica in un verbo greco che significa scegliere, giudicare. Invece di accettare passivamente qualsiasi privazione per uscire dalla crisi, occorre usare la crisi per giudicare, per scegliere, per cambiare. Non è vero che la privatizzazione salverà il nostro paese, la nostra società, la nostra civiltà, il nostro pianeta: è anzi il virus che li sta uccidendo. Letta è un mistificatore e la fiducia che chiede non ha ritorno: non è un gioco dell’immaginazione, è una rinuncia all’immaginazione. Avete notato come la politica fondata sui media, sui sondaggi, sulla pubblicità e sulle celebrity parli sempre e solo di necessità e sempre minacci, se non si fa a suo modo, l’apocalisse? Apocalissi che mai si verificano, che mai si sarebbero verificate, e che tuttavia condizionano i comportamenti. Sono “reality” anch’esse. Più che mai, contro questa visione oppressiva e omogeneizzante occorre difendere e promuovere la libertà e la varietà della fiction.