Comunità e fascismo

Faccio una facile previsione: se a sinistra non si ricostituisce al più presto un forte partito che ponga al centro della sua ideologia e azione l’eguaglianza e la difesa dei beni comuni e dellle comunità (che è cityisis400esattamente ciò che socialismo e comunismo significavano, anche etimologicamente), saranno il fascismo e l’integralismo a occupare quel vuoto facendosi carico della resistenza contro globalizzazione e liberismo. “Forte” partito non significa maggioritario: basta una minoranza che però faccia una seria opposizione, senza compromessi e senza ambiguità.
Leggevo sul New York Times di mercoledì che i lobbisti dei maggiori istituti finanziari (a cominciare da Citi) hanno convinto (leggi: corrotto) i legislatori di vari stati americani a consentire, in deroga a regolamenti federali e al buon senso, prestiti ad altro tasso di interesse a chi è troppo povero per garantire la propria solvibilità e dunque si troverà costretto (legalmente!) ad accettare qualunque richiesta del creditore, inclusa la cessione di proprie proprietà o del proprio lavoro a prezzi stracciati. Usurai, sarebbero stati chiamati un tempo: nella Divina Commedia li trovate ovviamente all’Inferno, nel terzo girone del settimo cerchio, seduti su un sabbione arroventato con una borsa al collo, sotto una pioggia di fuoco. Ma i lobbisti americani e i loro padroni sono ancora peggiori degli strozzini condannati da Dante: perché per arricchirsi oscenamente (i profitti di Citi in quel settore sono cresciuti del 31% in un anno) specificamente selezionano la fascia più debole della società, coloro che dovrebbero ricevere sussidi e aiuti per affrancarsi dalla loro condizione di indigenza, e invece vengono spremuti anche delle loro ultime risorse.
Solo un sistema ormai completamente amorale può tollerare simili comportamenti; che non solo fanno inutilmente del male a chi già soffre ma minano alle fondamenta la società stessa. Infatti, nella stessa prima pagina del giornale di mercoledì, un altro articolo parla della diffusione dell’Isis in Tunisia. Ovvio. L’Isis è una banda di fascisti ma resiste agli abusi del neocapitalismo e alla liquidazione dell’etica e delle culture in nome del consumismo. Non a caso nel proprio nome ha incluso la parola “Stato” (al-Dawla al-Islāmiyya, “Stato islamico”): ripropone cioè l’idea di nazione e di comunità spirituale per contrastare l’imperialismo materialista delle corporation, ciò che eufemisticamente ci siamo abituati a chiamare globalizzazione.
La tattica preferita dal liberismo è anestetizzare la gente, renderla indifferente, passiva, rincoglionirla di videogiochi, reality show e news, che alla fine sono la stessa cosa: esperienze virtuali, emozioni a telecomando. Ma sanno bene, i ricchi, che non riusciranno mai a controllare tutti e che la spaventosa ineguaglianza economica che stanno creando provocherà disperazione e rabbia, all’inizio in piccoli gruppi ma poi di massa. Per questo stanno smantellando le democrazie e creando, con la scusa del terrorismo, stati di polizia, immense strutture di intercettazione e vigilanza, armi in grado di colpire dal cielo in ogni luogo e momento; e media pronti a giustificare qualsiasi violenza repressiva in nome della difesa della libertà di consumare e di sognare di diventare una celebrity.
La destra estrema non crede però che basterà. Sta scommettendo sul prossimo avvento di una società post-globale, in cui gli istinti tribali della gente (una prima forma di civiltà, più progredita della legge della giungla) riemergeranno e travolgeranno ogni ostacolo. I fascisti e gli integralisti hanno un progetto, offrono la speranza di un futuro diverso a chi non se la sente di competere a livello planetario, a chi non è abbastanza forte o avventuroso per accettare tutte le novità, a chi per crescere ha bisogno di tempo, a chi sente la necessità di una comunità in cui trovare la propria identità e qualche forma di protezione, di garanzia, di stabilità, di morale. È un progetto di destra, fondato su miti di superiorità etnica o di eccezionalismo culturale e su sentimenti negativi, di sospetto o paura per la differenza. Ma dov’è un progetto di comunità alternativo, di sinistra?

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

Gli interessi della democrazia

Attaccando la riforma-truffa del Senato, Berlusconi non sta solo facendo politica, ossia cercando di impedire a Renzi di diventare troppo potente. Paradossalmente, Berlusconi sta anche facendo democrazia – una pratica a cui gli italiani si stanno rapidamente democraziaDaviddisabituando.
Democrazia non è ecumenismo: non è dunque il processo grazie a cui si raggiunge un consenso il più ampio possibile con qualsiasi mezzo, in particolare attraverso compromessi e trasformismi. Democrazia è dissenso. In un sistema democratico la molteplicità di opinioni e di comportamenti non costituisce un ostacolo da superare, sia pure in maniera pacifica e con tolleranza reciproca; è invece un patrimonio di diversità da mantenere, difendere, incoraggiare. Perché, contrariamente a quanto credono la destra e, temo, buona parte della gente (siamo in un’epoca in cui a dominare culturalmente è l’individualismo liberista), lo scopo della democrazia non è la governabilità: è la rappresentatività. Non è la ricerca dell’unanimità: è la capacità di accettare la differenza. Non è il pensiero unico: è il pensiero plurimo.
L’Italia stava avviandosi a diventare, e forse accadrà comunque, un paese in cui la maggioranza avrebbe governato senza impedimenti e, peggio, senza alcuna significativa opposizione. Senza badare al fatto che un governo senza opposizione è un regime totalitario, anche quando indicesse elezioni (che inevitabilmente diventerebbero meri plebisciti) o garantisse la libertà di stampa e di opinione (che si esaurirebbe nel gossip, nel culto delle celebrity e nel conformismo).
Ovviamente a Berlusconi importa poco della democrazia: sta solo facendo i suoi interessi. Ma proprio questo è democrazia: l’opportunità, offerta a tutti, senza riguardo alla condizione sociale o economica, di fare i propri interessi. Fare gli interessi degli altri, ossia della collettività, è il compito di una differente pratica sociale: la morale (che ovviamente Berlusconi proprio non sa cosa sia). Morale e democrazia sono entrambe indispensabili per il buon funzionamento di uno stato o di una comunità: però non vanno confuse. Chi cerca di confonderle, punta a indebolire entrambe.
Il compito di una sinistra vera dovrebbe allora essere quello di far prendere coscienza alla gente delle sue reali esigenze, dei suoi concreti interessi: mentre da almeno vent’anni non fa che cercare di convincerla che deve adeguarsi alle esigenze e agli interessi del mercato. Dietro c’è un’idea minimalista della democrazia, tipicamente di destra: la democrazia come male minore. Lo diceva Churchill: la democrazia è la peggior forma di governo con l’eccezione di tutte le altre. Ma Churchill era, appunto, ricco, aristocratico e reazionario e come tale ossessionato dal potere. La democrazia non è una forma di governo e tanto meno di potere. La democrazia è una procedura, grazie alla quale possono emergere soluzioni non previste, non anticipabili secondo gli schemi e i pregiudizi dominanti, e neppure secondo la morale. La democrazia, solo la democrazia, consente il ricambio: non sempre però, né in maniera lineare, e spesso a scapito della governabilità, che è intrinsecamente conservatrice e per questo piace ai liberisti. In un mondo che sta precipitando verso la catastrofe ambientale, sociale e culturale, servono idee, serve diversità, serve immaginazione, servono aperture. Servono contrasti. Serve molta più democrazia e molta meno governabilità. Da lì la sinistra deve ripartire. Senza aspettare le imbeccate di Berlusconi.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left Turn sulla VOCE di New York].