A sinistra di sé stesso

La cordata L’Espresso/La Repubblica/Einaudi (in un tempo ormai perduto marchi che garantivano contenuti progressisti) pubblica e pubblicizza l’autobiografia di Scalfari: “Scalfari racconta Eugenio. Gli incontri, gli affetti, le passioni di una vita all’insegna scalfarieugeniodell’impegno e della ricerca intellettuale. Il racconto di un’avventura fuori dal comune”. Chissà com’è stato possibile che malgrado gli insegnamenti di un simile maestro l’Italia si trovi in mano a nullità come Renzi e Alfano. Forse perché le avventure “fuori dal comune” di Scalfari non implicavano grandi idee o rischi o sacrifici ma piuttosto snobismo, arroganza e narcisismo. In effetti la crisi della sinistra italiana ed europea la si trova condensata nello slogan scelto per lanciare il volume: “Scalfari racconta Eugenio”; uno sprofondare nell’autoreferenzialità, nel culto della personalità, nel mito liberista delle celebrity. È un percorso che si andava già delineando negli anni settanta, quando apparve il Roland Barthes par Roland Barthes. Mescolare e confondere la dimensione pubblica (impegno, ricerca intellettuale) e quella personale (affetti, passioni) è stata la strategia culturale con cui il capitalismo ha liquidato l’eredità dell’illuminismo e il sogno della solidarietà sociale aprendo le porte alla privatizzazione dello stato e alla dittatura dei media e dei consumi.

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Le radure della civiltà

Tutta la storia della civiltà è la storia della conquista di una durata. Di una lunga durata. A scienzanuovaquesto serve la religione, a questo serve l’arte, a questo servono i monumenti, le tradizioni, la memoria personale e quella collettiva. Ad aiutarci a pensare oltre il nostro presente, oltre le immediate necessità, a darci la speranza che ciò che facciamo di buono e di bello possa sopravvivere al breve tempo della nostra esistenza.
Poi è arrivato il capitalismo finanziario, nel quale eccellono individui così egocentrici che nulla esce dal loro narcisismo, incapaci di partecipazione e solidarietà ma anche di cronologia, individui buchi-neri, schiacciati in un’attualità priva di passato e di futuro. Con loro l’economia ha smesso di essere finalizzata al bene comune e alla oculata gestione del proprio ambiente (il termine greco da cui deriva significava “amministrazione della casa”) ed è diventata soltanto un processo di moltiplicazione del denaro investito. Anzi, più in generale, l’economia è diventata un processo di affermazione di una caratteristica profondamente asociale che per secoli le tante culture umane hanno cercato, in modi diversi e con diversa efficacia, di tenere in scacco: l’avidità.
Ormai sdoganata, l’avidità è quotidianamente legittimata e promossa dai media: la sua ideologia si esprime nel culto delle celebrity, nel mito del successo, nel dogma della competizione, nel bisogno di consumi. In questo modo a pochissime persone di scarse qualità ma d’immensa ambizione, del tutto prive di empatia ma anche di scrupoli, viene dato il permesso (se non il mandato) di dilapidare risorse naturali accumulate in milioni di anni e risorse umane prodotte da secoli di civilizzazione.
Occorre rendersi conto, in fretta, che precisamente questo è in gioco e non soltanto, come alcuni s’illudono, la democrazia. La rinuncia alla durata implica la distruzione dello spazio e del tempo della civiltà.
A metà settecento, in uno dei primi testi che provarono ad analizzare i rischi della modernità e l’urgenza di affiancare ai saperi senza passato, la tecnologia e l’economia, un sapere del passato, la cultura, Giambattista Vico propose uno splendido racconto delle origini della civiltà. Essa nacque, scrisse nella Scienza nuova, quando le popolazioni nomadi e barbare della preistoria cominciarono a seppellire i defunti nelle radure della foresta primordiale, e per restare vicine ai loro morti costruirono lì attorno le loro città e comunità, e per riuscire a mantenersi senza vagare alla ricerca di cibo inventarono l’agricoltura, e da quel senso di appartenenza nacque la scrittura, che è bisogno di trasmettere esperienze e conoscenze oltre il presente.
Ecco, a essere in gioco sono quelle radure e le foreste che le circondano e le memorie che custodiscono e le comunità che le abitano: quotidianamente annientate dai bulldozer del neocapitalismo, dal suo consumismo compulsivo, dalla sua superficialità arrogante e senza storia, senza durata. Dopo migliaia di anni di civiltà è in gioco la civiltà. Che non è la condizione “naturale” dell’umanità: è stata una lenta conquista. Siamo davvero disposti a perderla senza resistere? a lasciarcene espropriare senza lottare?