Animalisti e globalisti

La ragione per cui diffido degli animalisti pur essendo convinto che la difesa dell’ambiente sia la nostra assoluta priorità, è che sono dei globalisti. Poco importa che la globalizzazione che promuovono non sia economica bensì morale e che ciò che vogliono imporre su scala planetaria non siano consumi ma costumi. Socialmente il loro obiettivo è identico a quello delle grandi corporation: omogeneizzare il mondo, trasformarne la straordinaria varietà di culture in un multiculturalismo da supermercato, in cui si trova un po’ di tutto ma solo un po’, prodotti precedentemente selezionati e anestetizzati in modo da poter essere accettabili da chiunque. In sostanza, il globalismo del neocapitalismo, che impedisce alle singole comunità di svilupparsi autonomamente: moneta unica, catene commerciali identiche ovunque, loghi e celebrity universalmente riconoscibili, possibilmente un’unica lingua e nel frattempo un’unica rete mediatica.
Oggi gli animalisti sono calati a Siena, parecchi di loro dal nord Europa a dall’America settentrionale, a portare in apparenza il loro amore per i cavalli, in pratica la loro totale incomprensione per le tradizioni altrui, il loro disprezzo per le differenze che non siano quelle da loro accettate e santificate. Possibile che non si rendano conto che l’attenzione dei giornali e dei telegiornali per la loro protesta deriva unicamente dal fatto che alle multinazionali e ai loro regimi liberisti fa comodo indebolire una passione (il Palio) e una struttura sociale (le Contrade) da loro non controllate, in modo da poterle poi disneyficare? Come accaduto col calcio, una volta passione popolare e oggi spettacolo televisivo (non è un caso che l’attacco contro la FIFA sia partito dal governo USA e punti a rendere anche questo gioco un veicolo di conformismo e consumismo). Ci provassero, gli animalisti, ad andare invece a manifestare davanti a uno dei tanti campi di concentramento per bovini (centinaia di migliaia di animali tenuti per tutta la vita in spazi così ristretti da impedirne il movimento) che ormai forniscono il 99% della carne ai consumatori americani: non solo qualche sceriffo interverrebbe per impedirglielo ma i media ignorerebbero la loro azione.
Alla base dell’ideologia animalista c’è un equivoco fondamentale: la convinzione che l’etica sia universale. Invece essa è sempre e solo locale, ancorata a situazioni reali di esistenza, a concrete relazioni e pratiche di vita. La carta dei diritti universali andrebbe giocata con molta attenzione e solo in casi di estrema gravità – un genocidio, il rischio di estinzione di specie animali, il cambiamento climatico. Altrimenti non si tratta più di universalismo ma di integralismo, con l’aggravante che si tratta di un integralismo operante ovunque. Zygmunt Bauman ci ha messi in guardia contro i rischi del pensiero unico: per la prima volta nella storia, ha spiegato, ci troviamo di fronte alla possibilità di un sistema sociale, economico e culturale davvero “senza alternative”.
O gli animalisti non se ne rendono conto, e sono dunque degli ingenui, o lo capiscono, e allora sono complici del liberismo globalista. In ogni caso sono oggettivamente dei nemici di chi lotti contro la globalizzazione. È lo scontro che deciderà nei prossimi anni, il futuro della civiltà umana: da una parte chi crede che esistano una sola verità e una sola giustizia, un modello assoluto di bene; e vuole obbligare gli altri ad adeguarsi, distruggendo stati e comunità (qualcosa di simile all’idea di democrazia che hanno gli americani e che cercano di esportare, anche militarmente, nel resto del mondo). Dall’altra parte chi ancora crede che le condizioni necessarie della democrazia e della ricerca di eguaglianza e felicità siano la molteplicità e inconciliabilità delle esperienze e dei progetti sociali – come, in quello straordinario romanzo che sono le Città invisibili di Calvino, gli innumerevoli esempi di aggregazione civile narrati da Marco Polo a Kublai Khan, a resistere al desiderio imperiale di unità e informità, anche se perseguito nel nome della giustizia e dell’ordine.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York con il titolo “Gli animalisti, ingenui alleati dei globalisti liberisti contro il Palio”]

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L’altra guancia

Papa Francesco ha detto che chi offende gli altri non può non aspettarsi una reazione: “È vero che non si può reagire violentemente”, ha spiegato; però se qualcuno “dice una parolaccia papafrancescopensarecontro la mia mamma gli spetta un pugno, è normale”.
Come…? non si offre più l’altra guancia?… hanno ironizzato i giornali. Ma hanno torto. L’altra guancia, evangelicamente, la deve offrire quello che si è preso il pugno, non chi lo ha dato in risposta a una prevaricazione.
Non sono solo battute, quella del papa e la mia. Perché Bergoglio ha detto due cose importanti e non banali, ben diverse dalle chiacchiere vuote fatte da politici e opinionisti dopo l’attacco di Parigi.
La prima è che agli insulti ingiustificati, ossia quelli scagliati da chi è forte o si sente forte contro chi è debole, occorre reagire, perché l’abuso non contrastato si trasforma in un sistema di oppressione. E a intervenire non deve essere necessariamente lo stato, preoccupato dell’eventuale infrazione alla legge, bensì direttamente la gente, preoccupata dell’infrazione alla morale; o ancor meglio le vittime stesse, come atto di resistenza all’ingiustizia e all’ineguaglianza. “È naturale”, ha detto il papa.
Il buonismo e la correttezza politica generalizzata (ossia come obbligo esteso a tutti e non solo ai potenti) sono due dei più efficaci strumenti di controllo culturale praticati del neocapitalismo liberista: che proibisce a chi subisce il danno di ribellarsi promettendo in cambio pace sociale e sicurezza – o più spesso l’illusione della pace e della sicurezza.
Il secondo punto del papa è che un pugno non è violenza. Lo diventa quando a darlo è il più forte, che dunque arrogantemente riafferma la sua superiorità e pretende obbedienza. Ma solo in quel caso. Altrimenti è uno dei tanti gesti che caratterizzano l’interazione umana, come i baci, le strette di mano, gli schiaffi. Violenza è cercare di uccidere o arrecare gravi lesioni: qualsiasi codice penale è consapevole della differenza e la definisce ma il liberismo buonista fa finta che non esista. A suo vantaggio.
Avrete notato che ieri, pochissimi giorni dopo la manifestazione parigina durante la quale i potenti della Terra (quelli che fanno reprimere alla polizia le manifestazioni contro di loro) hanno gridato “Je suis Charlie”, la Francia ha cominciato ad arrestare persone (finora un centinaio) applicando una nuova legge che criminalizza l’apologia della violenza terroristica. Penso anch’io che ci siano discorsi che non sono legittimi: l’esaltazione del nazismo, per esempio, o la pianificazione di un attentato o di una strage, o la promozione di ideologie razziste, fondate sul mito della superiorità biologica di un gruppo, di una etnia, di un paese. Ma se non si specifica cosa sia violenza, se non si restituisce alla parola un significato preciso e limitato, la sua proibizione diventa uno strumento di repressione indiscriminata, che può essere usato dai governi per intimidire l’opposizione e le minoranze.
Negli Stati Uniti il senso estensivo assegnato al concetto consente alle autorità di prevenire e sopprimere il dissenso. Indire uno sciopero selvaggio, rifiutarsi di obbedire alle forze dell’ordine, occupare un luogo pubblico o, peggio, privato, sono violenza. Entrare in contatto fisico con i poliziotti è violenza e legittima qualsiasi loro reazione, incluso l’uso di armi da fuoco e da guerra. Per questo negli Stati Uniti i criminali e i folli sparano e ammazzano con tanta facilità: perché non fa differenza.
Invece dovrebbe fare differenza. La parola violenza dovrebbe essere riservata ad azioni che provocano danni gravi o irreversibili. A meno che (lo ripeto a evitare contestazioni banali) non siano compiute da chi abbia potere o comunque si trovi in una condizione di chiara superiorità. Chi ha potere è tenuto ad alti standard di autocontrollo. Ma non chi subisce quotidianamente ingiustizie e cerca di protestare. Spaccare una vetrina è un reato e deve essere punito, anche se era della Deutsche Bank: ma non è violenza. E non può essere reato sostenere che la gente dovrebbe continuare a spaccare le vetrine delle sedi della Deutsche Bank finché la Deutsche Bank non la smette di rapinarci per arricchire pochi investitori.
Si giunge all’assurdo che chi dopo gli attacchi di Parigi ha urlato che bisognava fare una guerra e sterminare tutti i musulmani che non si fossero piegati è stato considerato un patriota; mentre chi ha detto di essere contento di quello che era successo perché si è sentito vendicato delle tante sopraffazioni subite è stato considerato un terrorista e incriminato. Senza curarsi minimamente del fatto che il primo atteggiamento esprimeva disprezzo per gli inferiori; il secondo, disprezzo per chi disprezza.
Il liberismo svuota le parole, le desemantizza: con il preciso scopo di lasciare il loro significato all’arbitrio dei giornali e dei telegiornali, tutti ormai al soldo delle grandi corporation. Violenza è uno dei loro termini preferiti: una parola passe-partout che può indifferentemente indicare un genocidio o una decapitazione o un uovo tirato contro il primo ministro o un coro da stadio, ma non per esempio un bombardamento effettuato con droni, anche se accidentalmente uccide chiunque si trovasse nelle vicinanze.
Papa Francesco ha ragione: un pugno è un pugno e la violenza è un’altra cosa: “non si può reagire violentemente” ma dare un pugno sì. Chissà quanti fra i giornalisti che hanno ironizzato sulla sua battuta citando il Vangelo si sono andati a rileggere il discorso della montagna (Luca, 6, 17-38, detto anche discorso della pianura per distinguerlo da quello riportato da Matteo), da cui avevano tratto quella famosa frase. È il discorso più rivoluzionario di Gesù: “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio”; “Ma guai a voi, ricchi, perché avete la vostra consolazione”. È questo il contesto in cui va analizzata l’esortazione a offrire l’altra guancia. L’intero discorso è rivolto a chi ha di più: “a chi ti sottrae il mantello non negare anche la tunica”, “date a prestito senza sperare nulla”, “a chi ti chiede, dà”. Spetta ai ricchi, ai potenti dare la propria tunica e il proprio mantello, prestare senza interesse il proprio denaro, donare a chi chiede. I poveri hanno altre dure prove da superare ma non quella della generosità, perché la vita non è stata generosa con loro. Come aveva capito e cantato Fabrizio De André in uno dei suoi più grandi album, La buona novella, nel “Testamento di Tito”: “Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi / che hanno una donna e qualcosa”.
Il liberismo fa finta che tutti siamo uguali, che tutti abbiamo più o meno le stesse opportunità, che il successo premi i migliori; e pretende che gli altri accettino di buon grado la selezione naturale operata dal Libero Mercato (con le iniziali maiuscole). Invece no. Solo chi opprime o offende i deboli deve offrire l’altra guancia quando viene colpito in ritorsione; è l’unico modo per riuscire a entrare nel regno dei cieli: “Date e vi sarà dato”, chiede Gesù a chi può dare. Ma chi è oppresso ha il diritto di reagire, di ribellarsi, non con la violenza ma di certo con un pugno. Un pugno chiuso contro l’ingiustizia.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

La contradizion che nol consente

Il liberismo non è solo un sistema economico. È un sistema ideologico, una struttura mentale. Che si basa su un unico principio, molto semplice: chi ha avuto successo, non importa GuidodaMontefeltrocome, meritava di averlo. Il giudizio morale è in sostanza a posteriori: i valori non esistono in sé ma solo come attributi del potere, del denaro e della celebrità. Ovviamente a queste condizioni non ha senso parlare di etica; per la contradizion che nol consente, avrebbe detto Dante: una virtù retroattiva è vuota come un’assoluzione preventiva.
Però i liberisti non leggono Dante: molti di loro si definiscono conservatori e parecchi affermano di credere in Dio e di appartenere a una Chiesa. Mentono: non intendono conservare nulla, tanto meno i classici, e non credono in nulla al di fuori di sé stessi. Più di qualsiasi altro regime della storia il neocapitalismo liberista disprezza e sistematicamente distrugge il passato, le tradizioni, l’ambiente, le comunità. Perché il liberismo pretendere di essere la realtà, l’unica realtà, l’unico pensiero; e il passato, le tradizioni, l’ambiente e le comunità testimoniano la possibilità di alternative: e non come sogni o utopie ma come esperienze già accadute e dunque possibili.
In altre epoche la resistenza contro gli abusi e la violenza del potere doveva fondarsi sulla promessa di un mondo nuovo. Il consumismo globalista ha reso inefficace questa promessa, abusandone: ogni giorno la sua pubblicità e i suoi media inventano nuovi desideri, propongono nuovi futuri, garantiscono magnifiche sorti e progressive. Per questo un’efficace lotta contro il neocapitalismo non potrà che essere etica e culturale: una lotta per i beni comuni, i valori comuni, le memorie comuni.

Le parole del presidente

A quanto pare Giorgio Napolitano si dimetterà fra un paio di mesi. È una buona notizia. A succedergli potrebbe essere un personaggio altrettanto mediocre e politicamente peggiore vicarofbray400ma difficilmente qualcuno in grado di danneggiare la credibilità delle istituzioni e del sistema democratico quanto ha fatto lui. Perché il nuovo presidente, chiunque sia, rappresenterà in modo evidente i gruppi di potere che lo avranno sostenuto, come era sempre accaduto nella storia della Repubblica, da Einaudi a Ciampi: l’irredimibile colpa di Napolitano è di avere tradito le aspettative generate dalla sua provenienza dall’opposizione storica, primo presidente con un passato nel partito comunista. Uno storico inglese, Perry Anderson, lo ha per questo definito un “Vicar of Bray” (rappresentato nell’immagine qui sopra), ossia un opportunista, uno che cambia bandiera, ideologia e retorica a seconda della convenienza. Nessuno, a sinistra, si faceva illusioni, mettiamo, su Giovanni Leone, eletto con i voti dei fascisti. Ma quando fu eletto Sandro Pertini con i voti del PCI qualcosa di diverso ce la si aspettava: e Pertini ripagò la fiducia. Provate a leggere i suoi discorsi.
I discorsi di Napolitano testimoniano invece lo svuotamento liberista del linguaggio politico: il suo stile non è quello di Silvio Berlusconi ma gli effetti sono analoghi. In un momento in cui da un uomo della sua generazione e con il suo passato ci si sarebbe aspettata una difesa dei valori che i padri costituenti avevano eretto a difesa della nostra fragile democrazia per prevenire tentazioni autoritarie e derive plutocratiche, ha invece contribuito alla loro banalizzazione, rivelandosi il politico ideale per sdoganare l’antipolitica del neocapitalismo.
Ecco cosa ha detto, per esempio, nel suo ultimo intervento, letto il 4 novembre in un’occasione importante, la festa dell’unità nazionale (cito dal testo ufficiale pubblicato sul sito del Quirinale): “Vi è il rischio che, sotto la spinta esterna dell’estremismo e quella interna dell’antagonismo, e sull’onda di contrapposizioni ideologiche pure così datate e insostenibili, prendano corpo nelle nostre società rotture e violenze di intensità forse mai vista prima”. Questa frase in particolare l’hanno ripresa molti giornali e telegiornali, sempre riportandola per intero e alla lettera: perché se avessero provato a parafrasarla o riassumerla avrebbero finito col dover ammettere che non significa nulla. Così invece sembra suggerire qualcosa: un indistinto senso di allarme, di urgenza, non basato su analisi o prove ma capace di agire al livello psicologico più superficiale, quello dei pregiudizi, delle reazioni istintive, lo stesso a cui fa appello buona parte della pubblicità e della propaganda. Si tratta fra l’altro di una frase brutta, priva di stile, mal costruita, con un lessico impreciso: come fa qualcosa a essere contemporaneamente “sull’onda” (ossia in un momento favorevole) e “datata”? E in che modo una contrapposizione può essere definita “insostenibile”?
La retorica delle classi dominanti non è sempre stata così trasandata. Un bel libro di Gabriele Pedullà, Parole al potere (BUR), ha analizzato storicamente l’evoluzione del discorso politico italiano da Cavour a Berlusconi, con un’ampia antologia di testi. La sua conclusione è che quella lunga tradizione, la quale a sua volta si fondava sui classici dell’oratoria greca e latina, si sia improvvisamente interrotta negli ultimi decenni e che fra il nostro presente e il passato, anche quello prossimo, si sia creato un fossato profondo. Colpa dei nuovi media e delle nuove tecnologie, suggerisce Pedullà. Ma il suo libro è del 2010: prima dell’avvento di Renzi, prima cioè che la trasformazione della politica in gossip venisse portata a compimento e rivelasse, con una trasparenza resa possibile dall’arroganza di chi si crede il vincitore assoluto, le sue più profonde motivazioni. I media e la tecnologia sono solo mezzi e potrebbero essere usati in maniera diversa. È il neocapitalismo liberista a essersene appropriato e ad averne fatto lo strumento con cui imporre la sua egemonia culturale. Non sono insomma la televisione o internet a richiedere banalità, superficialità, omogeneizzazione: sono i ricchi e le loro corporation, ai quali serve un mondo in cui la naturale tendenza umana alla solidarietà e all’eguaglianza sia sostituita da un individualismo estremo compensato, a soddisfare quel bisogno di socialità, da un consumismo compulsivo di massa. Renzi è, in Italia, il messia di questa svolta liberista, molto più di quanto lo sia stato Berlusconi. E Napolitano è stato il suo Giovanni Battista.
Torniamo al suo discorso del 4 novembre: “Vi è il rischio…”. Come negare, in generale, che ci sia un rischio? C’è il rischio di uscire per strada e venire colpiti da un fulmine, c’è il rischio che uno psicopatico si convinca che per salvare il mondo occorra tagliare la gola a tutte le donne che portano una borsa verde, c’è il rischio che il riscaldamento globale provochi catastrofici maremoti. Sono rischi di uguale livello? Diffidate sempre di chi parla di pericoli senza specificare se siano infinitesimali o probabili, immediati o proiettati in un lontano futuro, concreti o accademici. Il suo fine è invariabilmente creare paura, ossia la condizione necessaria e sufficiente per allentare la vigilanza della gente e approfittarne per defraudarla dei suoi diritti.
Un’altra caratteristica della propaganda è usare concetti decontestualizzati, come se significassero sempre la stessa cosa, a prescindere dalle circostanze. L’“estremismo” di cui parla Napolitano, per esempio, del quale in una frase successiva lamenta la “perversa forza attrattiva”: di che si tratterebbe? Dell’Isis, molto di moda a livello mediatico? Ma in quel caso perché non nominarlo direttamente? Già il concetto di terrorismo si presta ad abusi: ma perché mai avere convinzioni estreme sarebbe inevitabilmente causa di apocalittiche rotture e non piuttosto di proficui confronti? Democrazia significa accettare i conflitti, anche radicali, nella convinzione che non solo sia possibile risolverli attraverso il dialogo ma che siano indispensabili per il progresso sociale e l’innovazione. Invece Napolitano non teme solo il pericolo dell’estremismo esterno: anche quello dell’“antagonismo” interno. È una posizione molto grave. L’antagonismo è la linfa vitale della democrazia e solo i più biechi totalitarismi lo impediscono. Cosa auspica, Napolitano, la fine dei contrasti? il trionfo dell’ortodossia, dell’impero, dell’omologazione? il monopolio di un’unica “forza attrattiva”, quella del denaro, del consumismo, della pubblicità? Stessa cosa per le “contrapposizioni ideologiche” che condanna subito dopo: come possono essere un male, un problema? Purtroppo questa aspirazione al conformismo, questa ideologia del consenso, non è semplicemente senile: è un elemento fondamentale del neocapitalismo e un indice della profonda avversione del liberismo per i meccanismi che generano pluralismo e dissenso, visti come ostacoli alla governabilità e al successo immediato.

[Il saggio di Perry Anderson citato sopra è stato ripubblicato nel suo volume L’Italia dopo l’Italia. Verso la terza repubblica (Castelvecchi, 2014)].

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

Le parole del carnevale

C’è chi crede che la correttezza politica sia un forma di rispetto, in particolare nei confronti di categorie soggette a discriminazione o comunque considerate inferiori. Non bisogna dunque dire spazzino bensì operatore ecologico, non donna delle pulizie ma collaboratrice urloimbavagliatoSQfamiliare. Visitate il sito web di Nextam Partners, gruppo italiano specializzato in fondi d’investimento, e notate come si autodefinisce: “partnership indipendente di professionisti attivi sia nella gestione di patrimoni che nella consulenza finanziaria rivolta a istituzioni e high net worth individuals”. Così dunque oggi bisogna chiamare i ricchi, anche in italiano: high net worth individuals, ossia individui che possiedono un alto patrimonio netto. La definizione non è stata inventata da Nextam Partners ed è di uso comune nel mondo della finanza a indicare chi abbia una disponibilità liquida di almeno un milione di dollari.
I cambiamenti linguistici non sono mai neutri e i neologismi, così come gli eufemismi, non sono mai innocenti. Sono interventi ideologici e politici. Dire ‘ricco’ implica un giudizio morale: ricco, spiegano i vocabolari, è chi possieda denaro o beni “in misura maggiore di quanto occorra per vivere in un modo normale” (Treccani). Ossia, un ricco è anormale. L’uso di una parola, da parte di una comunità e nel tempo, la carica di significati allusivi, evocativi e affettivi che la rendono ambigua e soprattutto relazionale, connettendola per affinità o contrasto ad altre: nel caso in questione, ‘ricco’ richiama l’idea di opulenza, lusso, ineguaglianza, ingiustizia: si oppone a ‘povero’ ma anche a ‘ordinario’. Che effetto avrebbe fatto, nel sito di Nextam Partners, una presentazione così: “Siamo una partnership indipendente di professionisti attivi nella consulenza finanziaria rivolta ai ricchi”? High net worth individual è invece un termine meramente denotativo, tecnico, come quello che definisce, mettiamo, l’elemento chimico con numero atomico 55, ossia il cesio. Cesio e high net worth individual non lasciano margini per le sfumature soggettive e dunque per una valutazione etica. Infatti sono spesso citati attraverso i loro simboli, Cs e HNVI. A qualificare il primo è solo la sua posizione nella tavola periodica di Mendeleev: dopo l’elemento numero atomico 54, lo xeno, e prima di quello con numero atomico 56, il bario. Così l’HNWI, che viene prima del very-HNWI (più di cinque milioni di dollari di liquidità) e dell’ultra-HNWI (più di dieci milioni) ma dopo i sub-HNWI, ossia i poveracci che hanno sì qualche centinaio di migliaia di dollari però non arrivano al milione.
Come ogni ideologia e sistema di dominio, il pensiero unico liberista ha il suo linguaggio: è un linguaggio arido, con la stessa univocità di quello scientifico ma senza il suo rigore. Contribuisce all’edificazione di una società priva di tonalità, plastificata, omologata dai consumi di massa e dai media. Una società di impianti sportivi in cui è vietato appendere striscioni o cantare cori che urtino la sensibilità dei benpensanti, di centri commerciali in cui si può entrare solo se vestiti in modo appropriato, di scuole e università che educano al conformismo. La correttezza politica, anche quando sembra proteggere i deboli, è uno strumento di controllo e di oppressione: il suo scopo è imporre un’ortodossia e prevenire la diffusione di visioni alternative della società, che possano far prendere coscienza alla gente degli inganni e degli abusi della nuova plutocrazia.
Ne consegue che la resistenza contro l’egemonia del neocapitalismo non può essere, almeno ai suoi inizi (e siamo agli inizi), che culturale. Alla desemantizzazione del linguaggio, all’appiattimento dell’espressività, occorre contrapporre la creatività, la provocazione, e anche le tradizioni, quelle colte e quelle davvero popolari – qualunque cosa non sia stata programmata dai poteri forti dell’economia e dell’informazione. Occorre recuperare autenticità, originalità, comunità, anche volgarità (che, non dimentichiamolo, deriva etimologicamente da volgo, che è il popolo, la massa, la gente comune).
In questa prospettiva gli HNWI (very e ultra inclusi) vanno riconosciuti e stigmatizzati non solo come ricchi ma anche come nemici del bene comune, ossia stronzi, spesso privi di qualità: presuntuosi che si arricchiscono senza lavorare, lasciando che il loro denaro si moltiplichi grazie alla fatica, alle sofferenze e alle privazioni di miliardi di persone, delle quali si sentono superiori. E che sono abbastanza coglione da non ribellarsi.
Stronzi, coglioni: sono parole che vanno dette, conflitti che vanno alimentati. Solo il carnevale (nel suo senso più esteso, di pratica di trasgressione), intuì uno dei maggiori pensatori del novecento, Michail Bachtin, consente una liberazione dalla verità stabilita, dal regime esistente, dai rapporti gerarchici. Una liberazione temporanea, certo: nessuna civiltà sopravviverebbe a un carnevale perpetuo e neppure a un abuso di volgarità. Ma il carnevale e la volgarità, come la libertà e come l’arte, non vanno esercitate sempre e continuamente: sono però indispensabili per non farsi imprigionare dalle consuetudini e dalla paura. Il solo fatto che siano possibili erode l’egemonia del potere, la sua autorità. La loro funzione è farci capire che anche gli assoluti sono contingenti, che la realtà può essere modificata, che il linguaggio imposto da chi ci domina è sempre una menzogna.

[Con il titolo “Gli straricchi chiamiamoli con il loro nome: stronzi!”, questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left Turn sulla VOCE di New York].