La cultura della Resistenza

Tutte le feste sono principalmente feste della memoria. Come i simboli, esse servono a preservare nel presente esperienze passate, a ricordarci che siccome furono possibili una 25aprile400volta sono possibili ancora. Per questo i regimi cercano di cancellare o svuotare di significato le feste e i simboli elaborati da precedenti sistemi sociali, politici o economici, e a sostituirli con i propri: perché un effettivo controllo del popolo lo si raggiunge solo quando si riesca a convincerlo di vivere nel migliore dei mondi possibili, e che qualunque alternativa sia irrealizzabile o addirittura inesistente. Così funziona anche il liberismo: il cui immenso potere modellizzante, ossia la sua capacità di indurre comportamenti e consumi uniformi a livello globale, in misura senza precedenti, presuppone l’appiattimento della vita sull’attualità e la trasformazione delle tradizioni e delle culture in prodotti di consumo come gli altri, privi cioè di una carica differenziale. La cultura del successo a cui ci stiamo abituando non ha bisogno di regole (si fonda infatti su una radicale “deregulation”) e tanto meno di una morale, ed è dunque incapace di trasgressione: a contare è sempre e solo il risultato, quale che sia e comunque raggiunto, tanto viene retroattivamente caricato di valore e di merito. I vincenti sono i migliori e lo erano anche prima.
A lungo il 25 aprile ha simboleggiato qualcosa di molto diverso: non tanto la Liberazione quando l’esercizio della libertà, non tanto la vittoria della Resistenza quanto la pratica di una cultura della resistenza. Che non nacque quando nel 1943 molti giovani si rifiutarono di continuare a combattere a fianco dei tedeschi e preferirono andare in montagna, diventare “di parte” – partigiani. La cultura della resistenza era nata parecchi anni prima, quando il partito comunista e altri gruppi sconfitti dal fascismo decisero di non arrendersi e di non rassegnarsi, malgrado la repressione poliziesca e l’obiettiva ampiezza del consenso ottenuto da Mussolini. Consapevoli di non poter abbattere il regime in tempi brevi, si dedicarono all’analisi della situazione storica e culturale, alla riflessione sulle cause della propria disfatta, all’elaborazione di un’ideologia, all’organizzazione e preparazione di militanti che, quando l’occasione di fosse presentata, potessero approfittarne.
Cultura della resistenza è innanzi tutto capacità di comprendere che la vita e la storia umana sono soggette a imprevisti, neppure troppo infrequenti e che mettono in crisi anche i sistemi più solidi e le più sedimentate abitudini e convinzioni, aprendo improvvisi spazi di intervento. Spazi improvvisi e brevissimi: quando si presentano non c’è tempo per improvvisare una strategia di intervento: bisogna averla già pronta.
In questo senso il simbolo della cultura della resistenza è Antonio Gramsci. Fisicamente fragile e malato, chiuso in una prigione fascista da cui sapeva che non sarebbe mai uscito, in un’Europa che si spostava sempre più a destra, dirigente di un partito che in pochi anni era crollato da più di quarantamila iscritti a meno di seimila, Gramsci non smise di studiare, meditare, scrivere. Anche se non gli permettevano di leggere i libri che avrebbe voluto, anche se per evitare la censura non poteva usare certe parole e certi concetti, anche se non poteva essere certo che i quaderni su cui annotava le sue idee sarebbero usciti dal carcere. Non so se davvero Mussolini disse che occorreva impedire alla mente di Gramsci di funzionare; di sicuro la resistenza di Gramsci fu di non smettere mai di pensare.
Di non abbandonare mai il suo impegno. È una delle sue frasi più celebri: pessimismo della ragione, ottimismo della volontà. La cultura della resistenza richiede entrambi questi registri. Inizialmente quello analitico, che non può che condurre a una valutazione critica della situazione esistente: c’è tanta ingiustizia al mondo, tanta ineguaglianza, tanta violenza, e ci sono sempre state. Una negatività che potrebbe portare al fatalismo e all’indifferenza e che invece diventa stimolante se non resta fine a sé stessa ma al contrario innesca un desiderio di azione condivisa, di partecipazione. È questo ottimismo dell’azione e della solidarietà che il 25 aprile ha a lungo celebrato: una festa della liberazione dall’oppressione ma soprattutto dalla rassegnazione, dal conformismo, dalla paura di cambiare davvero. Una festa di cui oggi abbiamo disperato bisogno.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]

Ottimismo e pessimismo

Ha scritto Eugenio Scalfari in uno dei suoi insulsi editoriali: “Di solito tendo all’ottimismo gramscidella volontà e della ragione, che unifica la dicotomia di Gramsci”. Gli credo: vedere tutto positivamente è tipico delle persone superficiali, quelle che la vita l’hanno avuta facile e godono di una condizione di privilegio. Così come è tipico che non appena qualcosa non vada come da loro previsto, si deprimano e comincino ad annunciare l’apocalisse. “Après moi le déluge” lo dice solo chi fino ad allora all’alluvione che già sommergeva gli altri non aveva prestato la minima attenzione.
In questo post non commenterò l’articolo di Scalfari. Solo la sua citazione. Perché l’accostamento di un ottimismo della volontà e di un pessimismo della ragione (o dell’intelligenza) è la formula con cui Gramsci sintetizzò la necessaria compresenza, in ogni politica socialista e autenticamente progressista, di un’intransigente onestà a livello di analisi e di un appassionato impegno creativo e partecipativo a livello di azione. È una profonda intuizione che Scalfari banalizza e scambia per una dicotomia, ossia per un’opposizione che infatti prova a conciliare, non avendola capita.
La frase in sé Gramsci disse di averla ripresa dal drammaturgo Romain Rolland. Ma ciò che conta è la rilevanza che le assegnò, ripetendola numerose volte e proponendola come “la parola d’ordine di ogni comunista consapevole”. Non intendeva affatto suggerire che l’azione dovesse sopperire all’ottimismo mancante alla ragione per colpa di contingenze storiche sfortunate; e tanto meno che la condizione ideale fosse essere ottimisti e basta. Solo i potenti, i ricchi e i conservatori lo sono e vogliono far credere che chiunque possa e debba esserlo: il loro ideale è una popolazione persuasa di vivere nel migliore dei mondi possibili. Come quella degli Stati Uniti, dove infatti il socialismo non è mai attecchito perché (sto citando John Steinbeck) i miserabili invece di vedersi come degli sfruttati si sentono dei milionari momentaneamente in difficoltà. A questo conduce l’ottimismo della ragione: a cercare consolazione nelle fantasie e nelle superstizioni. In un brano meno celebre di quello citato da Scalfari, Gramsci lo spiegò con chiarezza: “L’ottimismo non è altro che un modo di difendere la propria pigrizia, le proprie irresponsabilità, la volontà di non fare nulla”.
La sinistra (una vera sinistra) non può permettersi tale apatia. La sinistra deve guardare in faccia la realtà e i processi storici e prendere atto che c’è ben poco di cui essere soddisfatti: nel mondo regnano l’ingiustizia, la violenza, la corruzione e soprattutto l’ineguaglianza, e così è sempre stato. Razionalmente, la sinistra non può che essere pessimista. Se non lo è, non sta dalla parte di chi soffre, dei perdenti, dei dannati della terra, di chi non ha motivi per gioire: e dunque non è una sinistra.
Ma essere pessimisti razionalmente non significa vivere cupamente e senza gioia, non significa ridursi ad annunciare catastrofi prossime venture, non significa rinunciare alla speranza e rassegnarsi alla situazione presente e passata. Chi lo faccia è un conservatore, che forse non crede che si possa cambiare e che certamente non vuole cambiare nulla. Pessimismo integrale e ottimismo integrale promuovono entrambi la passiva accettazione dello status quo.
Chiuso in una prigione fascista in un’Europa che andava fascistizzandosi, Gramsci non poteva cullare ragionevoli aspettative di riscatto: non senza abbandonarsi al delirio o al sogno. Ugualmente decise di non arrendersi e di continuare a riflettere, ad analizzare, a preparare sé stesso e chi avesse potuto leggere i suoi appunti alle occasioni di liberazione e di emancipazione che prima o poi si sarebbero presentate. Oltre che un lucidissimo testamento politico e culturale, i suoi Quaderni del carcere sono una straordinaria testimonianza di vitalità e di amore per la vita. Questo è l’ottimismo della volontà: una scelta di intervento e di partecipazione che non cerca di nascondere il male e la malvagità degli uomini dietro un pregiudizio positivo, dietro l’illusione che tutto andrà necessariamente per il meglio. I comunisti, pensava Gramsci, non ne hanno bisogno, perché le loro motivazioni le trovano già nel fare, nell’agire, nel lottare, a prescindere dal successo, sul cui mito invece il capitalismo fonda la sua ideologia. Un’ultima citazione dai Quaderni, bellissima, da contrapporre alla meschina ostentazione di sicurezza di Scalfari: “Il solo entusiasmo giustificabile è quello che accompagna la volontà intelligente, l’operosità intelligente, la ricchezza inventiva in iniziative concrete che modificano la realtà esistente”.
In ogni periodo storico gli intellettuali che la gente predilige o subisce sono quelli che si merita. Mi pare emblematico che la più prestigiosa collana italiana di classici, i Meridiani Mondadori, abbia l’anno scorso pubblicato con il titolo per nulla presuntuoso di La passione dell’etica un volumone di quasi duemila pagine di articoli e altri scritti di Scalfari; mai un’opera di Gramsci.