Della crisi del tempo presente

La crisi del nostro tempo deriva in gran parte dal fatto che non ci sono intellettuali che abbiano il coraggio e la lucidità di chiamarla tale: crisi, decadenza. Tutti troppo ansiosi di Petrarca studio 2compiacere i ricchi e i potenti, che hanno interesse a far credere che vada tutto benissimo (e per loro effettivamente va tutto benissimo), o magari di piacere alla gente ordinaria, milioni di individui incapaci di sentirsi parte di qualcosa più grande e duraturo di loro – un popolo, una comunità, una famiglia, una nazione, una religione, una civiltà, una cultura, un partito – e dunque disperatamente in cerca di conferme che l’attualità che stanno vivendo abbia senso e sia la migliore possibile. A questo servono ormai gli intellettuali: a vendere il presente e in modo divertente, intrattenente, da consumare in fretta, se no il pubblico, ricco e povero, si annoia e neanche li sta a sentire. E allora gli intellettuali si deprimono, si sentono inutili, soli, perdono fiducia in sé stessi e nelle proprie idee: come all’inizio degli anni novanta, quando di fronte alla sconfitta del comunismo, in cui avevano creduto, invece di serrare le fila e di organizzare una resistenza contro il più pervasivo e distruttivo regime della Storia, si convertirono in massa e istantaneamente alla fede liberal e liberista, ottenendo in cambio visibilità nei talk show e sui giornali e di conseguenza le prebende che la società dello spettacolo assicura alle celebrity.
Hanno anche paura di mostrarsi pessimisti, in un mondo in cui, a imitazione degli Stati Uniti, l’ottimismo euforico e giovanilistico è obbligatorio mentre dubitare nelle magnifiche sorti e progressive e nel destino manifesto della crescita economica e civile è politicamente scorretto.
Invece il compito degli intellettuali è quello di dire verità scomode e non di moda: e se ricevono pochi “mi piace”, tanto meglio, vuol dire che erano opportune. Perché il punto non è persuadere la gente a salvare il mondo: il punto è offrire alla gente la possibilità di prendere coscienza, ma se non la vuole, perché troppo distratta, superficiale, insicura o semplicemente in disaccordo, cazzi suoi, chi non vuole salvarsi non va salvato e non si salverà – i miracoli succedono solo nelle favole.
Quando a mia volta sono sfiduciato o stanco, rileggo alcuni autori a me cari: Machiavelli, Leopardi, Gramsci, Pasolini. Ma anche Petrarca, un grande italiano che gli italiani ignorano, preferendogli autori stranieri più pubblicizzati. Per esempio la sua lettera de mutatione temporum (Le senili, X, 2), uno straordinario manifesto del coraggio dell’inattualità, oggi introvabile in libreria. Ecco l’inizio: “So che mi verrà contrapposta quella frase di Orazio che, parlando del comportamento dei vecchi, li chiama queruli, incontentabili e lodatori del tempo della loro giovinezza. Ma per quanto io a volte rimpianga e lodi i tempi antichi, sono fondate sulla verità sia la mia lode del passato che la mia critica del presente” (Scio iam hinc michi obstare illam Flacci sententiam ubi, de moribus senis agens, difficilem illum dixit et quereulum, seque puero acti temporis laudatorem. Quamvis enim ego querulus et laudator veterum, hec tamen seu veterum laus seu querela presentium vera erit). Sono poche pagine, ve le consiglio.

La cultura come emergenza

Centinaia di curiosi a vedere e fotografare la Barcaccia a piazza di Spagna, che è sempre stata lì ma a parte pochi turisti nessuno ci faceva caso; al massimo la gente ci si sedeva barcaccia400attorno per mangiare il gelato. Dubito che i nuovi appassionati sappiano qualcosa della sua storia, per esempio che per la prima volta una fontana fosse costruita come un’unica composizione scultorea. A interessarli sono solo i piccoli pezzi mancanti, gli sfregi effettuati dai teppisti olandesi – e peccato che la fontana sia stata ripulita, con i rifiuti faceva ancor più “evento”. E i giornalisti tutti lì a fotografare i curiosi che fotografano, e a riempirsi la bocca di cultura, loro, che la confondono con il successo e che infatti ordinariamente preferiscono dedicare la loro attenzione a Fabio Volo o a Mario Balotelli o a Cinquanta sfumature di grigio.
È che ormai i media parlano soltanto di novità o di emergenze o di celebrity, tutto ciò insomma che sia appiattito sul presente e che debba essere consumato in pochi giorni, in modo da poter passare subito alla successiva novità, emergenza o celebrità. L’idea di classico, tradizione e bene comune è completamente avulsa dalla loro mentalità: per questo gli articoli dei quotidiani sulla fontana di Bernini suonano così falsi, così vuoti, così ipocriti. Altrimenti, oltre che di quei danni, si sarebbero magari dovuti occupare della rovina in cui dopo il terremoto di cinque anni fa è stato abbandonato il centro storico dell’Aquila, uno dei più ricchi d’Italia, con le sue cento chiese; oppure dello scempio di Pompei, i cui reperti, dopo essere stati estratti dal terreno che li aveva preservati per millenni, giacciono esposti alle intemperie, al degrado e ai furti (qualcuno ricorda che nemmeno un anno fa fu staccato da un muro e trafugato l’affresco di Artemide?) per mancanza di fondi, che ci sono per comprare gli F35 ma si sa con la cultura non si mangia.
Si mangia invece con la pseudo-cultura del turismo di massa, quello che permette alle mega navi da crociera di sfiorare San Marco, che trascura l’educazione e si inventa grandi mostre e esposizioni più o meno universali, e che induce milioni di persone a visitare il centro di Firenze come se fosse Disneyland, senza alcuna preparazione e dunque senza ricavarne niente, se non un selfie davanti al David (generalmente la copia di Piazza della Signoria ma che differenza fa? e poi davanti all’altro i selfie se li fa solo Renzi insieme ad Angela Merkel) per dimostrare agli amici di esserci stati.
Invece che denigrarli, quei tifosi olandesi andrebbero invitati all’Aquila o a Pompei o in uno qualsiasi dei tanti siti del nostro straordinario patrimonio storico e artistico, e opportunamente riforniti di birra: chissà che dopo che avranno rotto un mattone o due qualcuno si muova e faccia qualcosa per salvare quei monumenti; o che almeno per qualche ora i benpensanti italiani si sentano sufficientemente oltraggiati da staccarsi dalla tv per tornare a guardare e conoscere le loro città.

[Chi voglia riflettere in modo non superficiale su cosa davvero sia un patrimonio culturale, invece di ascoltare le banalità in diretta di Sgarbi vicino alla fontana (all’interno della recinzione che la proteggeva, ovviamente, a non mancare l’occasione di ostentare i propri privilegi) legga il bel libro di Pier Luigi Sacco e Christian Caliandro, Italia reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino, 2011). Questa la mia recensione al libro].

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]