Le parole del presidente

A quanto pare Giorgio Napolitano si dimetterà fra un paio di mesi. È una buona notizia. A succedergli potrebbe essere un personaggio altrettanto mediocre e politicamente peggiore vicarofbray400ma difficilmente qualcuno in grado di danneggiare la credibilità delle istituzioni e del sistema democratico quanto ha fatto lui. Perché il nuovo presidente, chiunque sia, rappresenterà in modo evidente i gruppi di potere che lo avranno sostenuto, come era sempre accaduto nella storia della Repubblica, da Einaudi a Ciampi: l’irredimibile colpa di Napolitano è di avere tradito le aspettative generate dalla sua provenienza dall’opposizione storica, primo presidente con un passato nel partito comunista. Uno storico inglese, Perry Anderson, lo ha per questo definito un “Vicar of Bray” (rappresentato nell’immagine qui sopra), ossia un opportunista, uno che cambia bandiera, ideologia e retorica a seconda della convenienza. Nessuno, a sinistra, si faceva illusioni, mettiamo, su Giovanni Leone, eletto con i voti dei fascisti. Ma quando fu eletto Sandro Pertini con i voti del PCI qualcosa di diverso ce la si aspettava: e Pertini ripagò la fiducia. Provate a leggere i suoi discorsi.
I discorsi di Napolitano testimoniano invece lo svuotamento liberista del linguaggio politico: il suo stile non è quello di Silvio Berlusconi ma gli effetti sono analoghi. In un momento in cui da un uomo della sua generazione e con il suo passato ci si sarebbe aspettata una difesa dei valori che i padri costituenti avevano eretto a difesa della nostra fragile democrazia per prevenire tentazioni autoritarie e derive plutocratiche, ha invece contribuito alla loro banalizzazione, rivelandosi il politico ideale per sdoganare l’antipolitica del neocapitalismo.
Ecco cosa ha detto, per esempio, nel suo ultimo intervento, letto il 4 novembre in un’occasione importante, la festa dell’unità nazionale (cito dal testo ufficiale pubblicato sul sito del Quirinale): “Vi è il rischio che, sotto la spinta esterna dell’estremismo e quella interna dell’antagonismo, e sull’onda di contrapposizioni ideologiche pure così datate e insostenibili, prendano corpo nelle nostre società rotture e violenze di intensità forse mai vista prima”. Questa frase in particolare l’hanno ripresa molti giornali e telegiornali, sempre riportandola per intero e alla lettera: perché se avessero provato a parafrasarla o riassumerla avrebbero finito col dover ammettere che non significa nulla. Così invece sembra suggerire qualcosa: un indistinto senso di allarme, di urgenza, non basato su analisi o prove ma capace di agire al livello psicologico più superficiale, quello dei pregiudizi, delle reazioni istintive, lo stesso a cui fa appello buona parte della pubblicità e della propaganda. Si tratta fra l’altro di una frase brutta, priva di stile, mal costruita, con un lessico impreciso: come fa qualcosa a essere contemporaneamente “sull’onda” (ossia in un momento favorevole) e “datata”? E in che modo una contrapposizione può essere definita “insostenibile”?
La retorica delle classi dominanti non è sempre stata così trasandata. Un bel libro di Gabriele Pedullà, Parole al potere (BUR), ha analizzato storicamente l’evoluzione del discorso politico italiano da Cavour a Berlusconi, con un’ampia antologia di testi. La sua conclusione è che quella lunga tradizione, la quale a sua volta si fondava sui classici dell’oratoria greca e latina, si sia improvvisamente interrotta negli ultimi decenni e che fra il nostro presente e il passato, anche quello prossimo, si sia creato un fossato profondo. Colpa dei nuovi media e delle nuove tecnologie, suggerisce Pedullà. Ma il suo libro è del 2010: prima dell’avvento di Renzi, prima cioè che la trasformazione della politica in gossip venisse portata a compimento e rivelasse, con una trasparenza resa possibile dall’arroganza di chi si crede il vincitore assoluto, le sue più profonde motivazioni. I media e la tecnologia sono solo mezzi e potrebbero essere usati in maniera diversa. È il neocapitalismo liberista a essersene appropriato e ad averne fatto lo strumento con cui imporre la sua egemonia culturale. Non sono insomma la televisione o internet a richiedere banalità, superficialità, omogeneizzazione: sono i ricchi e le loro corporation, ai quali serve un mondo in cui la naturale tendenza umana alla solidarietà e all’eguaglianza sia sostituita da un individualismo estremo compensato, a soddisfare quel bisogno di socialità, da un consumismo compulsivo di massa. Renzi è, in Italia, il messia di questa svolta liberista, molto più di quanto lo sia stato Berlusconi. E Napolitano è stato il suo Giovanni Battista.
Torniamo al suo discorso del 4 novembre: “Vi è il rischio…”. Come negare, in generale, che ci sia un rischio? C’è il rischio di uscire per strada e venire colpiti da un fulmine, c’è il rischio che uno psicopatico si convinca che per salvare il mondo occorra tagliare la gola a tutte le donne che portano una borsa verde, c’è il rischio che il riscaldamento globale provochi catastrofici maremoti. Sono rischi di uguale livello? Diffidate sempre di chi parla di pericoli senza specificare se siano infinitesimali o probabili, immediati o proiettati in un lontano futuro, concreti o accademici. Il suo fine è invariabilmente creare paura, ossia la condizione necessaria e sufficiente per allentare la vigilanza della gente e approfittarne per defraudarla dei suoi diritti.
Un’altra caratteristica della propaganda è usare concetti decontestualizzati, come se significassero sempre la stessa cosa, a prescindere dalle circostanze. L’“estremismo” di cui parla Napolitano, per esempio, del quale in una frase successiva lamenta la “perversa forza attrattiva”: di che si tratterebbe? Dell’Isis, molto di moda a livello mediatico? Ma in quel caso perché non nominarlo direttamente? Già il concetto di terrorismo si presta ad abusi: ma perché mai avere convinzioni estreme sarebbe inevitabilmente causa di apocalittiche rotture e non piuttosto di proficui confronti? Democrazia significa accettare i conflitti, anche radicali, nella convinzione che non solo sia possibile risolverli attraverso il dialogo ma che siano indispensabili per il progresso sociale e l’innovazione. Invece Napolitano non teme solo il pericolo dell’estremismo esterno: anche quello dell’“antagonismo” interno. È una posizione molto grave. L’antagonismo è la linfa vitale della democrazia e solo i più biechi totalitarismi lo impediscono. Cosa auspica, Napolitano, la fine dei contrasti? il trionfo dell’ortodossia, dell’impero, dell’omologazione? il monopolio di un’unica “forza attrattiva”, quella del denaro, del consumismo, della pubblicità? Stessa cosa per le “contrapposizioni ideologiche” che condanna subito dopo: come possono essere un male, un problema? Purtroppo questa aspirazione al conformismo, questa ideologia del consenso, non è semplicemente senile: è un elemento fondamentale del neocapitalismo e un indice della profonda avversione del liberismo per i meccanismi che generano pluralismo e dissenso, visti come ostacoli alla governabilità e al successo immediato.

[Il saggio di Perry Anderson citato sopra è stato ripubblicato nel suo volume L’Italia dopo l’Italia. Verso la terza repubblica (Castelvecchi, 2014)].

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

Advertisements

I sondaggi e la fine della democrazia

C’è ancora speranza per la democrazia? Me lo sono domandato ieri, leggendo la prima pagina del New York Times: “Both Parties See Campaign Tilting to Republicans”. Secondo finedemocrazia400entrambi i partiti i repubblicani sarebbero in vantaggio; il che mi deprime ma non è quello il punto. Il punto è: come lo sanno? Sulla base di sondaggi. Che si sono rivelati approssimativi molte volte. Basti ricordare le ultime elezioni presidenziali, quelle del 2012, nelle quali una delle più rinomate agenzie, Gallup, diede vincente Mitt Romney contro Obama. In votazioni di minore importanza gli errori sono stati ancora più clamorosi e frequenti.
Ma ammettiamo che effettivamente in questo momento la maggior parte degli americani disposti ad andare a votare preferisca la destra: perché trasformare le loro intenzioni in un fatto? Il voto è dopodomani, non oggi; e finché la gente non deposita la sua scheda ha tempo di cambiare idea. Per questo si va tutti alle urne nello stesso giorno: per caricare quel momento di un significato speciale. Altrimenti basterebbe chiedere alla gente di aderire a un partito e dare la maggioranza parlamentare a quello con più iscritti, finché ce li ha. Le elezioni sono una cosa completamente diversa: sono occasioni di riflessione, discussione, ripensamento. Fatte individualmente e collettivamente. Per questo non piacciono al neocapitalismo: al quale non interessa una società di cittadini coscienti e incerti; vuole una società di consumatori compulsivi. Il suo obiettivo è determinare il consenso politico nello stesso modo in cui determina i consumi: attraverso indagini di mercato, indici di gradimento e pubblicità, tanta pubblicità.
Etimologicamente democrazia significa: governo del popolo. Non: “osservazione” del popolo, concetto che viene espresso con un altro termine, demoscopia. La confusione fra i due piani è intenzionalmente perseguita dal pensiero unico liberista: che infatti ci insegna a descrivere la realtà, non a intervenire su di essa. A questo serve la statistica, a questo la nuova mania dei “big data”. Persino a Harvard, in uno dei più prestigiosi centri di cultura e innovazione del pianeta, da qualche anno agli amministratori importa di più capire e seguire le nuove tendenze piuttosto che crearle. L’idea di poter cambiare il mondo è fuori moda: l’unica cosa che conta è essere alla moda.
In tutti i giorni dell’anno a comandare sono i ricchi e i potenti, grazie all’oscena quantità di denaro che hanno accumulato negli ultimi vent’anni, ossia dalla fine della minaccia comunista (è stato calcolato che Mark Zuckerberg, che in vita sua non ha fatto altro che avere l’idea di facebook, neanche la capacità di svilupparne il programma o di commercializzarlo, riceve ogni anno in soli interessi quanto un operaio o un impiegato guadagnerebbero in quasi duecentomila anni), e attraverso media ormai totalmente asserviti. La democrazia che ancora ci permettono di esercitare prevede formalmente che una volta all’anno, o anche meno, ogni persona possa decidere, liberamente, autonomamente, con il suo voto. Anche questo ora vogliono toglierci, in America come in Italia. Sempre di ieri era un rilevamento del Corriere della sera che dava a Matteo Renzi il gradimento del 54% degli italiani. In giugno era stato al 75%. Come sarà mai possibile verificare se erano attendibili? Ma ai media non importa; fra virtuale e reale non vedono alcuna differenza. Saranno i sondaggi a farci sapere cosa vogliamo, come pensiamo, chi siamo.
Qualcuno forse ricorda un racconto di Philip Dick, Rapporto di minoranza, reso popolare dalla mediocre riduzione cinematografica di Steven Spielberg. È ambientato in un’America del futuro in cui di omicidi non se ne commettono più grazie agli arresti preventivi operati da una speciale unità di polizia (Pre-crimine) che si serve delle premonizioni di tre minorati mentali, detti pre-cog. L’esistenza di tre pre-cog consente di garantire l’accuratezza del sistema: la probabilità che tutti e tre, o anche solo due di loro, abbiano indipendentemente la stessa visione errata è infinitesimale, praticamente inesistente. Come si vede, un antico quesito di ordine morale (si è colpevoli per l’intenzione di commettere un crimine?) si intreccia a un problema di calcolo delle probabilità (a quale livello di approssimazione il probabile diventa certo?) e a uno dei tipici paradossi temporali della fantascienza (sapere in anticipo un evento non permette di modificarlo e di smentire la previsione?). Le contraddizioni esplodono quando Anderton, direttore della Pre-crimine, legge un rapporto secondo cui lui stesso starebbe per commettere un omicidio. Non vado oltre per non togliere la suspense a chi non conoscesse il racconto. Ma la morale di Dick è chiara: le previsioni non sono la realtà e il futuro spacciato come inevitabile è un’ideologia.
Altri tempi: era il 1956. Tre anni prima era uscito Fahrenheit 451, sette anni prima 1984. Italo Calvino stava scrivendo La giornata d’uno scrutatore. Il problema della democrazia era avvertito come centrale ed era inteso come il diritto di tutti i membri di una comunità di far sentire la propria voce attraverso il voto. Ma anche come un dovere: quello di rafforzare la comunità attraverso il dialogo, il confronto, il dissenso. Il liberismo nega quel diritto e soprattutto quel dovere; anche in politica è totalmente amorale. Ancor più che cancellare le nostre voci il suo obiettivo è distruggere le nostre comunità.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]