Politica ladylike

Ho visto che una certa Alessandra Moretti, che fino a cinque minuti fa non avevo mai sentito nominare e della cui esistenza mi scorderò in un paio d’ore, ha spiegato in una videointervista al Corriere della sera quali virtù le donne, in particolare quelle in politica, debbano avere. A morettiladylike400questo proposito, oltre a fare contro Rosy Bindi una battuta che sarebbe piaciuta a Berlusconi, ha usato l’aggettivo “ladylike”: il che dimostra che consulta i cataloghi di biancheria intima femminile, non che abbia sensibilità per l’inglese e le implicazioni della parola. Ne fece uso un paio di anni fa il candidato repubblicano Todd Akin a proposito di Claire McCaskill, sua avversaria democratica per la posizione di senatore del Missouri: e insieme a un commento sullo “stupro legittimo” lo portò a una clamorosa sconfitta. Le donne degli anni cinquanta dovevano essere “ladylike”, ossia consapevoli del ruolo che la società assegnava loro: sexy e belle ma anche discrete e senza eccessive ambizioni intellettuali. Il liberismo sta provando a sdoganare anche questo termine, essenzialmente a fini consumistici: e c’è infatti una ex miss di un concorso di bellezza americano che si è inventata una “ladylike revolution” per nobilitare l’ossessione delle ricche newyorkesi per i vestiti firmati e il lusso. Ma per la gente normale, le donne soprattutto, resta una parola denigratoria. A meno che non ce ne si appropri ribaltandone il significato come recentemente ha fatto proprio McCaskill (ne parla il New York Times), per la quale l’aggettivo trasmette questo messaggio: “Parla chiaro, sii forte, prenditi la responsabilità, cambia il mondo”: un approccio antitetico rispetto a quello proposto da Moretti.
C’è un altro punto. Ho ascoltato tutta l’intervista a Moretti: dice che va dall’estetista, che corre per tenersi in forma, che si trucca, si fa le mèche. E allora? Mi aspettavo che ci informasse anche del fatto che la mattina si fa la doccia e dopo pranzo si beve un caffè. Ecco, quando uno non capisce che c’è una sostanziale differenza fra il fare qualcosa e il raccontarlo agli altri per avere la loro approvazione, quando cioè ha bisogno del consenso altrui (dei loro “like”, suppongo direbbe Moretti) per fare o giustificare quello che dovrebbe fare solo perché gli va di farlo (e che la maggior parte della gente fa normalmente, senza neppure notarlo e senza vantarsene), la persona in questione è un narcisista o un imbecille e non ha alcun senso starla ad ascoltare. O tanto meno votarla.

[Sull’argomento segnalo i post di Barbara Giorgi, “Lo stile ladylike, ceretta compresa“, e di Patrizia Perrone, “La Moretti, l’estetista e gli spaghetti al pomodoro“]

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Analisi testuale di un colpo di stato

I quotidiani hanno obbedientemente riportato per intero e generalmente senza commenti il “comunicato congiunto” rilasciato da Renzi e Berlusconi dopo il loro incontro. Alcuni giornalisti l’hanno renziducetto400usato per fare un po’ di gossip e di culto della personalità (cose in cui i media si stanno specializzando) cercando di dedurre dal tono e linguaggio del breve testo gli umori dei due padroni della politica italiana. Quello che a me invece il loro tono e linguaggio rivela è un colpo di stato in preparazione. Che come sempre comincia a livello di parole: perché se passano inosservate, se non provocano alcuna reazione, se vengono accettate come ovvie o necessarie, è un segno che le condizioni sociali e politiche esistono per effettuare il colpo di mano e sovvertire l’ordinamento dello stato. Credo che Renzi e Berlusconi si stiano persuadendo che la contingenza sia appunto a loro favorevole e che un ritardo potrebbe modificarla.

Particolarmente rilevante è il primo paragrafo del comunicato, in cui vengono poste le basi teoriche e programmatiche della successiva risoluzione. Eccolo: “L’Italia ha bisogno di un sistema istituzionale che garantisca governabilità, un vincitore certo la sera delle elezioni, il superamento del bicameralismo perfetto, e il rispetto tra forze politiche che si confrontino in modo civile, senza odio di parte”.
È una frase sciatta, scritta male, in cui si cerca contemporaneamente di parlare in modo autorevole (“sistema istituzionale”, “bicameralismo perfetto”) e colloquiale (“un vincitore”, “la sera delle elezioni”), come solitamente fa chi tiene in poca considerazione sia le istituzioni che la gente e dunque non reputa necessario assumere uno stile rigoroso e coerente. La segretezza in cui l’incontro si è svolto e il fatto che sia stato privato e personale (una gravissima irregolarità tollerata da media e intellettuali) ha evidentemente nuociuto alla qualità del comunicato: né Renzi né Berlusconi sanno scrivere o parlare bene, nessuno dei due ha cultura, sofisticatezza, vera intelligenza; e i loro più stretti collaboratori sono dei lacchè che mai oserebbero contraddire il padrone, ammesso che fossero in grado di farlo.

Analizziamo dunque da vicino la frase di apertura del comunicato congiunto:
L’Italia ha bisogno”. In democrazia, quello di cui ha bisogno l’Italia lo deve decidere l’Italia. Votando in elezioni tenute secondo le regole sancite dalla Costituzione. Come si sa, invece, le elezioni del 2013 sono state condotte con i criteri stabiliti dalla Legge Calderoli (il Porcellum) che assegnava un premio di maggioranza e toglieva ai cittadini la possibilità di esprimere preferenze: tutte e due norme che sono state giudicate incostituzionali dalla Consulta. Da un punto di vista costituzionale è un abuso che un parlamento delegittimato invece di sciogliersi e restituire al popolo la decisione crei esso stesso una nuova legge elettorale (l’Italicum 2) e per di più la modelli in modo da accontentare proprio coloro che delle norme incostituzionali hanno maggiormente beneficiato. Forse ancor più osceno è il fatto che la maggioranza necessaria per perpetrare questo abuso venga artificiosamente costituita aggregando le due forze che nelle scorse elezioni erano contrapposte, ignorando il fatto che i cittadini che in quell’occasione votarono per Bersani (e non per Renzi, altra anomalia) chiaramente intendevano escludere Berlusconi dal potere e viceversa, non avallare quello che un tempo si sarebbe chiamato inciucio (ma i media non usano più la parola, di fatto legittimando la pratica).
Un sistema istituzionale che garantisca governabilità”. Governabilità è uno di concetti inventati dal liberismo selvaggio per eliminare la possibilità di controlli etici o giuridici dell’operato dei potenti. Ma l’incompetenza e arroganza di Renzi e Berlusconi li ha portati a esprimere in modo fin troppo trasparente e brutale quell’arbitrio. La divisione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) che per secoli è stata a fondamento dello stato di diritto è liquidata distrattamente, in poche parole. Secondo il primo ministro in carica l’intero sistema istituzionale ha lo scopo di assicurare la preminenza dell’esecutivo invece di vigilare contro le sue eventuali prevaricazioni. Parlamento e magistratura diventano secondari, meri strumenti della governabilità, ossia dell’autorità del governo. Guarda caso, il suo.
Un vincitore certo”. Ecco l’ossessione liberista per la vittoria. Il mondo si divide in “winners” e in “losers”, chi vince e chi perde, chi ha successo e chi non ce l’ha. E chi vince deve avere tutto, chi perde nulla, a prescindere dalle circostanze. Le virtù e i diritti non contano nulla: se chi vince non aveva qualità, poco importa; la vittoria trasforma i suoi limiti o i suoi crimini in meriti. Interessante anche l’aggettivo: “certo”. Non basta che sia un vincitore: bisogna che sia certo, certificato, indiscusso. Renzi, da buon democristiano, ha paura dell’incertezza e proprio non capisce la straordinaria forza innovativa e creativa che viene dal dubbio e dal dissenso. Lui vuole dogmi, assolute certezze. Lo avete sentito parlare o discutere? Mai un’apertura, un’indecisione, un ripensamento, il sospetto di potersi sbagliare. Si sbaglia e contraddice continuamente ma ogni sua affermazione è assoluta.
La sera delle elezioni“. Ansia che non dovrebbe riguardare la politica e tanto meno lo stato o il popolo italiano ma solo i canali di news. Renzi e Berlusconi danno voce al desiderio dei network dell’informazione di proporre sempre “breaking news” da consumare istantaneamente, e poco importa che siano frettolose e inaccurate; è un’esigenza di audience, si sa che se ci si inoltra troppo in là nella notte la gente se ne va a dormire e se trascorre un’intera giornata senza risultati comincia a occuparsi d’altro.
Il superamento del bicameralismo perfetto”. Questa frase l’ha di sicuro scritta Renzi: è tipicamente sua l’ipocrisia di far finta che ciò che lui sta spietatamente distruggendo sia invece la base di uno sviluppo, di un perenne progresso verso il futuro (il suo). Si noti inoltre il fatto che invece di dire, positivamente, quale sistema parlamentare si vuole adottare, e doverne dunque spiegare i meriti, il comunicato si limita a dire cosa vuole rottamare, immagino sul presupposto renziano che ogni cosa più vecchia dell’iPhone sia superata.
Forze politiche che si confrontino in modo civile”. Da sempre la definizione di cosa sia civile è argomento di aspri disaccordi e da sempre l’imposizione di una specifica idea di civiltà è la caratteristica dei regimi totalitari e integralisti. Quale sarebbe il “modo civile” di confrontarsi? Per i conservatori è la deferenza nei confronti dei potenti e l’osservanza dei loro decreti, comunque emanati. Secondo me invece un comportamento civile è pagare le tasse, non guadagnare troppo più degli altri, avere cura dell’ambiente, non dire menzogne e neppure cazzate, accettare e apprezzare la diversità di opinioni, praticare la solidarietà sociale, rispettare la Costituzione. A livello politico, comunque, il solo fatto di ipotizzare la necessità di buone maniere è una mossa autoritaria. Se Renzi o Berlusconi leggessero qualche libro invece di guardare solo il loro tablet o la tv, gli consiglierei il Saggio sulla libertà di Mill, in cui il grande filosofo difese la libertà di espressione e di associazione (non solo quella di coscienza e di pensiero), anche quando offendessero la sensibilità altrui. Ma cosa pensa davvero Renzi lo si deduce dal suo stretto rapporto di amicizia con il finanziere Davide Serra, quello che vorrebbe drasticamente limitare il diritto di sciopero e manifestazione.

Lo scopo finale dell’accordo fra Renzi e Berlusconi è esplicitato nel penultimo paragrafo: “Questa legislatura che dovrà proseguire fino alla scadenza naturale del 2018 costituisce una grande opportunità per modernizzare l’Italia”. Tralascio il fatto che la durata delle legislature non dipende dalla volontà dei padroni dei partiti ma da quella del Parlamento e del popolo italiano. L’obbrobrio è quanto segue. Una “grande opportunità”? Che significa? Renzi e Berlusconi parlano dello stato come se fosse un’impresa privata con fini di lucro, che cerca dunque di avvantaggiarsi in qualunque modo e in qualunque occasione offerta dal mercato. Lo stato non approfitta di opportunità: lo stato realizza il bene dei cittadini sulla base di programmi e del mandato ricevuto alle elezioni. Soprattutto, lo stato non decide le sue politiche sulla base di presunte e non meglio definite contingenze. Il comunicato allinea frasi vuote, che sia Berlusconi che Renzi si sono abituati a pronunciare in talk show di network compiacenti, senza mai dover rendere conto di ciò che affermavano. Ma sono frasi che rivelano le loro intenzioni. “Modernizzare l’Italia”: in che senso? Nel senso di renderla simile o uguale al paese moderno per antonomasia, gli Stati Uniti? Nel senso di traghettarla nel liberismo solo perché i media, tutti posseduti dalle grandi corporation e a esse deferenti, lo descrivono come una condizione attuale e necessaria? Serve ben altro che un proposito vago e male espresso per giustificare uno stravolgimento della Costituzione e delle tradizioni sociali di un paese.

Il paragrafo finale condensa e ribadisce le mostruosità contenute nel resto del comunicato: “Anche sui fronti opposti, maggioranza e opposizioni potranno lavorare insieme nell’interesse del Paese e nel rispetto condiviso di tutte le Istituzioni”. Maggioranza e opposizioni, in democrazia, non lavorano “insieme”: si contrappongono, in modo da offrire ai cittadini una scelta. Quel “lavorare insieme” che Renzi e Berlusconi auspicano congiuntamente, prelude alla lottizzazione. Ci sono pochissimi casi di consociativismo virtuoso nel mondo, e tutti in comunità profondamente divise da antichi conflitti etnici o religiosi. Inoltre il consociativismo virtuoso garantisce rappresentanza a tutti i gruppi, non solo a quelli che condividono le scelte del governo. Per non dire che il consociativismo deve essere scelto dal popolo, non imposto.
Quanto all’“interesse del Paese”, sta al Paese decidere quale sia, non a una coppia di prepotenti, uno dei quali condannato per evasione fiscale e l’altro mai eletto a un pubblico ufficio se non al secondo turno a sindaco di una città di trecentomila abitanti. Infine l’ipocrisia conclusiva: il rispetto delle istituzioni (ma loro scrivono la parola con la maiuscola). Preteso da chi, senza rispettare la sentenza della Corte Costituzionale che invalidava le elezioni e dunque la loro stessa posizione, si appresta a modificare a proprio piacimento la Costituzione. Se questo non è un colpo di stato spiegatemi come dovrei chiamarlo.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla Voce di New York]

Gli interessi della democrazia

Attaccando la riforma-truffa del Senato, Berlusconi non sta solo facendo politica, ossia cercando di impedire a Renzi di diventare troppo potente. Paradossalmente, Berlusconi sta anche facendo democrazia – una pratica a cui gli italiani si stanno rapidamente democraziaDaviddisabituando.
Democrazia non è ecumenismo: non è dunque il processo grazie a cui si raggiunge un consenso il più ampio possibile con qualsiasi mezzo, in particolare attraverso compromessi e trasformismi. Democrazia è dissenso. In un sistema democratico la molteplicità di opinioni e di comportamenti non costituisce un ostacolo da superare, sia pure in maniera pacifica e con tolleranza reciproca; è invece un patrimonio di diversità da mantenere, difendere, incoraggiare. Perché, contrariamente a quanto credono la destra e, temo, buona parte della gente (siamo in un’epoca in cui a dominare culturalmente è l’individualismo liberista), lo scopo della democrazia non è la governabilità: è la rappresentatività. Non è la ricerca dell’unanimità: è la capacità di accettare la differenza. Non è il pensiero unico: è il pensiero plurimo.
L’Italia stava avviandosi a diventare, e forse accadrà comunque, un paese in cui la maggioranza avrebbe governato senza impedimenti e, peggio, senza alcuna significativa opposizione. Senza badare al fatto che un governo senza opposizione è un regime totalitario, anche quando indicesse elezioni (che inevitabilmente diventerebbero meri plebisciti) o garantisse la libertà di stampa e di opinione (che si esaurirebbe nel gossip, nel culto delle celebrity e nel conformismo).
Ovviamente a Berlusconi importa poco della democrazia: sta solo facendo i suoi interessi. Ma proprio questo è democrazia: l’opportunità, offerta a tutti, senza riguardo alla condizione sociale o economica, di fare i propri interessi. Fare gli interessi degli altri, ossia della collettività, è il compito di una differente pratica sociale: la morale (che ovviamente Berlusconi proprio non sa cosa sia). Morale e democrazia sono entrambe indispensabili per il buon funzionamento di uno stato o di una comunità: però non vanno confuse. Chi cerca di confonderle, punta a indebolire entrambe.
Il compito di una sinistra vera dovrebbe allora essere quello di far prendere coscienza alla gente delle sue reali esigenze, dei suoi concreti interessi: mentre da almeno vent’anni non fa che cercare di convincerla che deve adeguarsi alle esigenze e agli interessi del mercato. Dietro c’è un’idea minimalista della democrazia, tipicamente di destra: la democrazia come male minore. Lo diceva Churchill: la democrazia è la peggior forma di governo con l’eccezione di tutte le altre. Ma Churchill era, appunto, ricco, aristocratico e reazionario e come tale ossessionato dal potere. La democrazia non è una forma di governo e tanto meno di potere. La democrazia è una procedura, grazie alla quale possono emergere soluzioni non previste, non anticipabili secondo gli schemi e i pregiudizi dominanti, e neppure secondo la morale. La democrazia, solo la democrazia, consente il ricambio: non sempre però, né in maniera lineare, e spesso a scapito della governabilità, che è intrinsecamente conservatrice e per questo piace ai liberisti. In un mondo che sta precipitando verso la catastrofe ambientale, sociale e culturale, servono idee, serve diversità, serve immaginazione, servono aperture. Servono contrasti. Serve molta più democrazia e molta meno governabilità. Da lì la sinistra deve ripartire. Senza aspettare le imbeccate di Berlusconi.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left Turn sulla VOCE di New York].

Un inedito leopardiano: “A Silvio”

Una scoperta sensazionale: una diversa versione, a stampa eppure assolutamente sconosciuta, di uno dei più celebri canti di Leopardi, “A Silvia”. Diversa la lunghezza, 20 versi (endecasillabi e settenari) invece di 63, organizzati in due strofe simmetriche di sei versi e in una strofa centrale di otto. Diversa soprattutto la protagonista, anzi, il protagonista: non Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, bensì un uomo, tale Silvio, ancora non identificato ma certamente di dubbia integrità (“vita immorale”, “opre disoneste”) e attaccato al denaro (“ricco avvenir”, “maggio lucroso”, “speranze dorate”). Interessante la variante del v. 18: “decadesti” al posto di “cadesti”, a suggerire una diminuzione di stato più che un trauma fisico o psicologico, presumibilmente in seguito a condanna penale (i riferimenti alla “fredda corte” e alla “cella ignuda”). Il senso della poesia risulta completamente stravolto dalle modifiche: per cui si può parlare di un vero e proprio inedito leopardiano.
Arcore, nominata al v. 6, è una cittadina della provincia di Monza, priva di particolare interesse storico o artistico. Evidentemente il Silvio a cui il componimento è dedicato vi era nato oppure vi risiedeva. È probabile che Leopardi lo avesse incontrato durante il suo soggiorno a Milano del 1825 e che Arcore gli ricordasse, per le dimensioni e il provincialismo, Recanati, il “natio borgo selvaggio” della poesia che immediatamente seguiva “A Silvio”, e cioè “Le ricordanze”. Si può allora ipotizzare che il nome Silvio non fosse autentico e venisse scelto dal poeta per alludere alla condizione selvaggia e bucolica di Arcore e del personaggio stesso, potente (“il poter splendea”) eppure rozzo (“sudato”, “stonato canto”). Fra i possibili riferimenti, oltre al Pastor fido di Giovan Battista Guarini (uno dei protagonisti della pastorale si chiama Silvio), anche un frammento autobiografico del giovane Leopardi, Alla vita abbozzata di Silvio Sarno. Per questi motivi daterei “A Silvio” al 1825 e lo considererei una prima versione di quella che tre anni dopo, più che triplicata nel numero dei versi e ambientata a Recanati, diventerà “A Silvia”.
La rarissima edizione in cui compare “A Silvio” uscì a Firenze, postuma, nel 1844 con il titolo Canti, a cura di Antonio Ranieri e per i tipi di Felice Le Monnier. Stesso curatore e stesso editore dunque dell’edizione delle Opere dell’anno successivo. Rispetto a quest’ultima edizione sono assenti sia la “Notizia intorno agli scritti, alla vita e ai costumi di Giacomo Leopardi” di Ranieri che le Operette morali, oltre che l’intero secondo volume di prose varie. Tuttavia i Canti sono identici, con appunto la sola eccezione di “A Silvio”. L’esemplare che ho consultato è quello della Houghton Library di Harvard segnato *IC8.L5555.1844; malgrado accurate ricerche è l’unico che sono riuscito a reperire. È ragionevole supporre che Ranieri avesse inizialmente deciso di approntare un’edizione definitiva dei soli Canti e che, o di sua iniziativa o per errore o per rispetto delle ultime volontà dell’amico, avesse inserito “A Silvio” al posto di “A Silvia”. Quando però le prime stampe uscirono dalla tipografia l’accoglienza non dovette essere positiva: la produzione fu fermata e Ranieri ripensò il progetto includendo altre opere e recuperando, nell’occasione, il testo di “A Silvia”. Eccone le varianti rispetto a “A Silvio”:
1 Silvio] Silvia    2 immorale] immortale    3 poter] beltà    4 rimoti] ridenti    5 lieto e sudato ] lieta e pensosa    6 D’Arcore risalivi] Di gioventù salivi   9 stonato ] perpetuo    10 disoneste intento] femminili intenta    11 contento] contenta    12 ricco] vago    13 lucroso] odoroso    16 speranze dorate] speranze, che cori    Silvio mio] Silvia mia    17 Ma all’apparir] All’apparir    18 Misero, decadesti] Tu, misera, cadesti   19 corte] morte   cella] tomba

Le immagini seguenti riproducono:
1. Il testo di “A Silvio”
2. Il frontespizio dell’edizione dei Canti apparsa a Firenze nel 1844
3. “A Silvio” e “Le Ricordanze”
4. L’indice

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Fiction e reality

Il primo volume dell’enciclopedia del romanzo diretta da Franco Moretti (fictionbookprofessore a Stanford e fratello di Nanni) e pubblicata una decina d’anni fa da Einaudi, include un intervento di Catherine Gallagher sul concetto di fiction. Gallagher insegna anche lei in California, a Berkeley, e ha scritto numerosi libri sulla letteratura inglese del sette e ottocento: ma questo suo saggio lo cito quasi in ogni corso, costringendo gli studenti a studiarlo. Sostanzialmente per un’idea: che i progressi legati alla modernità, inclusa la rivoluzione scientifica, la tolleranza religiosa e il matrimonio per amore, richiedessero il tipo di “provvisorietà cognitiva” (nel caso del matrimonio, “congettura affettiva”) che si impara e sperimenta leggendo romanzi. La fiction non è falsità: è supposizione, esplorazione di possibilità. I suoi effetti furono rilevanti anche in campo economico: sviluppando la capacità di sospendere le pretese di verità letterale, agevolò l’accettazione nella cartamoneta.
Il saggio mi è tornato in mente leggendo un recentissimo discorso di Enrico Letta. Questo brano, in particolare: “Per far ripartire l’economia e i consumi l’elemento di fiducia è fondamentale. Ci sono segnali macroeconomici che non si vedono né si toccano, ma i dati ci dicono che la ripresa nel 2014 è a portata di mano”. Da buon democristiano, Letta ci chiede, più che fiducia, fede: beati quelli che crederanno senza avere visto e senza avere toccato. Ma c’è di più. In modo intenzionalmente fumoso suggerisce che non stia alla classe dirigente, benché oscenamente compensata proprio per dirigere e assumersi responsabilità (si pensi ai manager privati alla Marchionne: cinquanta milioni all’anno; o a quelli pubblici, i più pagati d’Europa), risolvere i problemi da essa stessa causati per incompetenza, negligenza o avidità; e se non è in grado, farsi da parte. Sta alla gente normale risolverli: chiudendo gli occhi all’evidenza e compiendo una sospensione dell’incredulità simile a quella che le consente (diceva Coleridge) di godere di un’opera di fantasia malgrado le sue incongruenze.
L’Italia salvata o condannata dalla letteratura, dunque? Non penso. Se gli italiani non si accorgono che quella di Letta, così come peraltro quella di Renzi, di Grillo, di Alfano, di Berlusconi, non è fiction bensì frode, non dipende affatto da una propensione, indotta dal romanzo, ad accettare la simulazione mimetica, ossia a ragionare su ipotesi non necessariamente vere ma plausibili. Da qualche decennio il sistema del capitalismo globalista si è accorto di poter fare a meno della flessibilità mentale della gente (ciò che a livello politico chiamiamo democrazia) e dunque della fiction. Gli servirono per sconfiggere ideologie più coerenti e rigide, come quella dell’antico regime e poi quella del socialismo reale. Privo di avversari, il liberismo può ora dedicarsi alla costruzione di un’egemonia culturale assoluta, pervasiva e totalitaria come mai nella storia umana. Il romanzo non è e non potrà essere il genere del pensiero unico: se questo vincerà non ci sarà più bisogno di romanzi.
Fiction è accettazione della verosimiglianza come forma di verità (sia pure provvisoria) anziché di menzogna. Al suo posto la plutocrazia che controlla la finanza mondiale vuole un genere che faccia accettare la menzogna come forma di verosimiglianza e dunque di verità. Il reality show. Il passaggio dal romanzo al reality fa parte di una più ampia trasformazione epistemologica da una concezione in cui l’immaginazione serve a decifrare la realtà a una in cui immaginazione e realtà sono la stessa cosa.
L’unico strumento che abbiamo per fermare questa deriva è la critica – che come del resto ‘crisi’ ha la sua radice etimologica in un verbo greco che significa scegliere, giudicare. Invece di accettare passivamente qualsiasi privazione per uscire dalla crisi, occorre usare la crisi per giudicare, per scegliere, per cambiare. Non è vero che la privatizzazione salverà il nostro paese, la nostra società, la nostra civiltà, il nostro pianeta: è anzi il virus che li sta uccidendo. Letta è un mistificatore e la fiducia che chiede non ha ritorno: non è un gioco dell’immaginazione, è una rinuncia all’immaginazione. Avete notato come la politica fondata sui media, sui sondaggi, sulla pubblicità e sulle celebrity parli sempre e solo di necessità e sempre minacci, se non si fa a suo modo, l’apocalisse? Apocalissi che mai si verificano, che mai si sarebbero verificate, e che tuttavia condizionano i comportamenti. Sono “reality” anch’esse. Più che mai, contro questa visione oppressiva e omogeneizzante occorre difendere e promuovere la libertà e la varietà della fiction.