Il provinciale assoluto

Uno dei problemi dell’Italia è che il suo primo ministro e padrone non è un semplice provinciale: è quello che definirei un “provinciale assoluto”. Un provinciale si accontenta del renzistanford400suo piccolo mondo: è consapevole che si tratta di una frazione del vasto mondo che lo circonda e che le sue conoscenze sono ristrette; ma non gli importa: quello che ha gli basta e lo rende felice e non lo disturba il fatto che altri abbiano a loro volta i loro mondi e diverse conoscenze. Un provinciale assoluto è invece convinto che il suo piccolo mondo e le conoscenze che lì ha appreso siano universali e necessarie: pensa di trovarsi al centro del tutto e di possedere la chiave per comprendere ogni cosa; e cerca, scrisse Ezra Pound in un saggio del 1917, di “costringere gli altri alla sua uniformità”, al suo conformismo.
Di conseguenza ciò che il provinciale assoluto non sa non ha alcuna importanza; oppure ancora non esiste e diventa reale solo nel momento in cui lui se ne accorge. Come dunque per l’Europa dell’espansione coloniale Colombo aveva praticamente “creato” un nuovo continente, così ogni viaggio in America consente a Renzi di riportare in patria qualche nuova sensazionale scoperta, da comunicare al popolo ignaro e riconoscente come se si trattasse di una sua conquista personale. Poco importa che non parli l’inglese e che dunque riceva solo informazioni di seconda mano, e che di ciò che lo colpisce non conosca (e non gli importi) il contesto sociale, storico e culturale: se gli dicono che Harvard è la prima università del mondo non si domanda con quali criteri e scopi siano stilate quelle classifiche o quali siano le condizioni e implicazioni di una simile eccellenza (per esempio che Harvard sia una corporation con un capitale di più di 36 miliardi di dollari che ammette lo 0,04% degli studenti che ogni anno vanno al college) o tanto meno quale sia il livello delle altre 4139 università americane: no, lui torna tutto contento in patria e proclama che l’università italiana, la più antica del mondo, deve diventare come quella americana, convinto che se lo diventasse non sarebbe una scopiazzatura fuori contesto e fuori tempo (l’America sta cominciando a guardare all’Europa per rimediare ai disastrosi scompensi del suo sistema educativo) ma una sua grande innovazione.
Un po’ come se gli riuscisse di aprire uno Starbucks in Piazza della Signoria a Firenze; o ancor meglio in Piazza della Repubblica a Rignano sull’Arno.

Il sigificato dell’equità

Se a degli studenti universitari americani, in un corso di cultura generale, annunciate di voler parlare di “equity” non tanti di loro penseranno all’equità, ossia alla giustizia e significatoequity400tanto meno all’eguaglianza. Sono concetti che sono stati gradualmente emarginati dal discorso pubblico, dopo essere stati intenzionalmente estromessi dal discorso dei media e in misura crescente dagli insegnamenti di un sistema scolastico ed educativo sempre più privatizzato. Riemergono di tanto in tanto dopo clamorosi episodi di violenza razzista oppure nel campo dei diritti degli omosessuali, in entrambi i casi con una connotazione specificamente civile, senza alcuna implicazione di ordine economico. Quello dell’equità economica è un problema inespresso nell’America liberista, malgrado gli sforzi (ignorati dai grandi network e dunque dalla massa) di pensatori e analisti come Amartya Sen o Joseph Stiglitz o Robert Reich (il suo documentario Inequality for All). Neppure il movimento di Occupy Wall Street è riuscito a far prendere coscienza alla gente dell’oscena ineguaglianza creata da trent’anni di deregulation e liberismo selvaggio.
Le vittime, anzi, sono sempre più indifferenti: mi riferisco ai membri di quella classe media che una volta era la più prospera del pianeta e della storia e che oggi, impoverita, sommersa di debiti e priva di garanzie sociali, conduce un’esistenza insoddisfacente, spesso frustrante, con la sola consolazione del consumismo. Alle ultime elezioni di metà mandato, lo scorso novembre, ha semplicemente rinunciato a votare, consentendo alla destra più liberista, ampiamente finanziata da Wall Street e appoggiata dai media, di prendere il controllo del parlamento e di molti stati grazie a un numero di voti complessivamente inferiore al 20% degli aventi diritto. Con il risultato, per esempio, che in uno stato tradizionalmente progressista come l’Illinois il nuovo governatore repubblicano, appena insediato, ha subito abolito per decreto alcuni privilegi dei sindacati del settore pubblico, iniziando anche lì il loro sistematico smantellamento.
Forse qualcosa sta cominciando a cambiare ma non c’è ancora un’inversione di tendenza. L’onda lunga del neocapitalismo continua ad avanzare e a distruggere tradizioni, memorie, abitudini, forme di solidarietà.
Il nuovo governatore dell’Illinois, prima di darsi alla politica guadagnava milioni di dollari facendo l’operatore di borsa, specificamente il manager di un fondo di private equity. Ed è in quel modo che i giovani studenti che costituiranno la classe dirigente e intellettuale del prossimo futuro interpretano, anche a Harvard, la parola “equity” se viene loro proposta in classe fuori contesto e senza aggettivi. Parecchi smettono di chattare sui loro iPhone e prestano improvvisamente attenzione. Perché pensano che si stia per parlare di finanza: di “equity market”, ossia di mercato azionario, di “equity capital”, il capitale netto, di “equity financing”, finanziamento con capitale a rischio. Come fare soldi, come averne molti di più degli altri, come essere dei vincenti (che è un concetto che ha senso solo se ci sono anche molti perdenti).
Non tutti. Ci sono tanti bravi ragazzi anche negli Stati Uniti: con ideali, interessi culturali, speranze di un mondo migliore, legami di comunità. Ma non hanno una voce, un’ideologia di riferimento: non hanno parole per esprimere le loro idee né un’etica rispetto alla quale stabilire dei valori che non siano materiali. Vivono quei sentimenti in clandestinità. Il pensiero unico liberista è unico davvero: come un buco nero assorbe tutto e gli fa perdere di significato – anche libertà, democrazia, equità, sono ormai solo sinonimi della competizione per il successo e dell’avidità di denaro.
Sarà difficile uscire da quel buco, in America. In Italia siamo ancora in tempo. Ma occorre smascherare la retorica e l’ideologia liberista, denunciare le sue parole d’ordine: efficienza, meritocrazia, governabilità, visibilità, commerciabilità, produttività, che con la scusa di reali difficoltà economiche e sociali (in gran parte deliberatamente provocate dagli stessi che si accingono a risolverle a loro vantaggio) puntano a svendere i beni pubblici e comuni alle grandi corporation e ai loro ricchissimi investitori. Non fatevi ingannare dai Marchionne e nemmeno dai suoi politici, i Renzi. Rinunciare al concetto di equità in favore di quello di equity non porterà né più giustizia né più benessere o felicità alla stragrande maggioranza di noi: solo a pochi super-ricchi e ai loro cani da guardia. Come la destra repubblicana e le multinazionali capirono bene negli anni settanta, quando posero le basi del loro trionfo globale e globalista, questa è una guerra che si vince o si perde a livello culturale.

[Questo articolo è apparso anche nella mia rubrica Left turn sulla VOCE di New York]